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Tra scienza e filosofia: Renato Cartesio (1596-1650) e il meccanicismo cartesiano

Il filosofo troverà nella storia del pensiero scientifico non soltanto i criteri per giudicare il valore della scienza, sì anche la spiegazione dell’ordine e del significato dei problemi della filosofia. Giacché nella storia della civiltà occidentale codesti problemi sorgono appunto sul terreno della ricerca naturalistica… Le storie che risentono ancora dell’impulso ricevuto dagli hegeliani mettono sulla scena diverse scuole successive che sembrano trarre dal nulla problemi astratti ed universali, senza che un filo comune ne rileghi le idee

Federigo Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico (1934), Barbieri 2004, p. 31

Cartesio… ha… spiegato in modo chiarissimo i rapporti di lavoro che stabiliva tra le sue attività scientifiche e le sue attività filosofiche: bisogna, diceva, consacrarsi alla filosofia un solo giorno al mese… e passare gli altri giorni occupandosi di calcolo o di dissezione. Se dunque Cartesio ha scoperto la geometria analitica che permette di coordinare le grandezze numeriche e spaziali, è stato forse a causa della sua dottrina generale sul pensiero e l’estensione, due sostanze che aveva tanta difficoltà a considerare nello stesso tempo come distinte e indissociabilmente unite, oppure si può pensare che quelle ricerche che  occupavano ventinove o trenta giorni dei suoi mesi abbiamo avuto qualche influenza su quelle concezioni che elaborava durante la giornata rimanente?… i più grandi sistemi della storia della filosofia, e cioè quelli che ne hanno messi in moto altri e che hanno esercitato una durevole influenza sono tutti nati da una riflessione sulle scoperte scientifiche dei loro stessi autori o su di una rivoluzione scientifica contemporanea o immediatamente anteriore alla loro epoca: così fu per Platone con la matematica, per Aristotele con la logica e la biologia, per Cartesio con l’algebra e la geometria analitica, per Leibniz con il calcolo infinitesimale, per l’empirismo di Locke e di Hume con le loro anticipazioni della psicologia, per Kant con la scienza newtoniana e le sue generalizzazioni, per Hegel e il marxismo con la storia e la sociologia, e per Husserl con la logistica di Frege

Jean Piaget, Saggezza e illusioni della filosofia (1965), Einaudi 1975, pp. 59-60

Nella sua Storia della filosofia occidentale Bertrand Russell sottolinea la ispirazione scientifica della filosofia di René Descartes e rileva come il sistema cartesiano sia una “ontologia della nuova scienza”:

Cartesio (1596-1650) è considerato in genere, e, credo, a ragione, come il fondatore della filosofia moderna. E’ il primo pensatore di alta capacità filosofica, il cui modo di vedere sia profondamente influenzato dalla nuova fisica e dalla nuova astronomia. E’ pur vero che egli conserva molto di scolastico, tuttavia non accetta le fondamenta poste dai suoi predecessori, e si sforza di costruire ex novo un edificio filosofico completo. Questo non accadeva più da Aristotele in poi, ed è un sintomo della nuova fiducia degli uomini in se stessi, generata dal progresso scientifico[1].

Nella Critica della ragion pura Immanuel Kant comincia così la propria “Confutazione dell’idealismo”:

L’idealismo (intendo quello “materiale”) è la teoria, che dichiara l’esistenza degli oggetti nello spazio, fuori di noi, o semplicemente come “dubbia” e “indimostrabile”, oppure come “falsa” e “impossibile”. Il primo è l’idealismo “problematico” di Cartesio, il quale dichiara come indubitata una sola asserzione (assertio) empirica, cioè: io sono. Il secondo è l’idealismo “dogmatico” di Berkeley[2].

“Idealismo” è l’eredità soggettivistica cartesiana. Eredità cartesiana è pure il meccanicismo.

Descartes mette in dubbio e mercé Dio recupera l’esistenza reale del mondo esterno al soggetto. Il “mondo ritrovato” di Cartesio ha ben definiti caratteri.

Nel suo dualismo Cartesio riconduce la realtà a due tipi di sostanza: res cogitans e res extensa. Nell’uomo le 2 sostanze sono rispettivamente la mente ed il corpo: la mente è res cogitans, ed il corpo è res extensa: si pone il problema di spiegare l’interazione tra queste due differenti sostanze.

Per Cartesio il mondo fisico è res extensa: proprietà essenziale della materia è l’estensione; la materia è estensione, spazialità; la materia è spazio. In quanto estensione, spazio geometrico la materia cartesiana è divisibile all’infinito. E’ da Descartes così negato il vuoto: il mondo cartesiano è un “uovo pieno”.

Per Cartesio la materia è creata da Dio. Dio ha inizialmente impresso alla materia un impulso: il movimento della materia rimanda alla conservazione di questo impulso iniziale: il mondo fisico cartesiano è un mondo senza forze: il mondo fisico è da Cartesio ricondotto ai due soli principi della materia e del movimento. Nei suoi Pensieri leggiamo questa affermazione di Blaise Pascal:

Non posso perdonare a Descartes. Avrebbe pur voluto, in tutta la sua filosofia, poter fare a meno di Dio; ma non ha potuto esimersi dal fargli dare un colpetto per mettere in movimento il mondo: dopo di che, non sa che farsi di lui[3].

Dio crea e mette in moto la materia: poi l’universo fisico cartesiano procede autonomamente secondo leggi proprie: il principio della conservazione della quantità di moto e il principio di inerzia. Sopra fisica, cosmogonia e cosmologia cartesiane nella sua Breve storia del pensiero scientifico Charles Singer scrive:

… la concezione dell’universo materiale formulata da Descartes… La forma del mondo secondo lui è immutabile, nel senso che se Dio avesse creato più mondi «alla sola condizione di stabilire certe leggi di natura e di lasciarle agire, i caratteri fisici di tali mondi si sarebbero inevitabilmente formati allo stesso modo dei nostri». Descartes accetta l’ipotesi della creazione della materia come un atto isolato nel tempo, considerando tuttavia che tale atto sia il medesimo per cui  oggi la creazione perdura.

Egli considera l’universo come infinito e senza uno spazio vuoto. La qualità primaria della materia è l’estensione, ma vi sono anche delle qualità derivate (non secondarie) di divisibilità e mobilità, che sono state create da Dio. E’ possibile ricollegare l’asserzione di Descartes, che la divisibilità e la mobilità sono qualità derivate, alla formulazione della legge secondo cui la materia, quando non sia stimolata da forze estranee, permane in movimento o in quiete.

La materia viene considerata uniforme, costituita cioè dal medesimo materiale fondamentale, sebbene divisa e configurata in una infinita varietà di particelle. La materia è assolutamente compatta e non ammette il vuoto: questo è il motivo per cui le modificazioni che avvengono in una parte di essa producono una modificazione di tutte le sue altre parti. Ne consegue che in tutto l’universo vi sono movimenti vorticosi di particelle materiali di varia dimensione e velocità. Considerando ogni singola parte dell’universo, le particelle che vi si trovano, prese nel moto vorticoso, si urtano a vicenda, rimpicciolendosi per il continuo sfregamento fino a dare origine ad una polvere finissima che è animata da un movimento centripeto. Questo pulviscolo è la «prima materia» che serve a costituire il Sole e le stelle, mentre i globuli sferici rimasti dopo lo strofinamento acquistano il movimento contrario detto centrifugo e formano la «seconda materia», che non è altro che l’atmosfera in cui la prima è immersa. La tendenza centrifuga della seconda materia produce raggi luminosi che partendo dal Sole e dalle stelle vengono a colpire i nostri occhi. Nel processo di formazione del vortice le particelle possono anche essere deviate dal loro movimento centripeto per disporsi attorno al disco solare o alle stelle a guisa di schiuma. Questa «terza materia» è responsabile delle macchie solari e di altri fenomeni celesti. I vortici maggiori danno luogo ai movimenti planetari, quelli minori ai fenomeni terrestri. L’azione della gravità viene a identificarsi con l’azione centripeta di un vortice[4].

A Descartes risale la prima formulazione del principio di inerzia: combinando le relative 2 “leggi della natura” Isaac Newton enuncia il primo principio della dinamica:

Ciascun corpo persevera nel suo stato di quiete o di moto rettilineo uniforme, salvo che sia costretto a mutare quello stato da forze impresse[5].

Nei Principia philosophiae del 1644 Cartesio scrive:

La prima legge della natura: che ogni cosa resta nello stato in cui è, fino a che nulla la cambia… La seconda legge della natura: che ogni corpo che si muove tende a continuare il suo movimento in linea retta[6].

All’atomismo democriteo Aristotele oppone l’idea di “senso comune” della quiete “condizione naturale” dei corpi:

La dottrina aristotelica del moto… è in realtà una costruzione metafisica che l’autore oppone ad una teoria precedente… Aristotele costruisce la propria teoria dei moti, intendo in ispecie dei moti violenti nel mondo sublunare, partendo dal presupposto che ogni corpo tenda, per natura, a star fermo nel suo luogo, e non possa muoversi se non per effetto di una causa motrice, come avviene per i proiettili in virtù dell’impulso ricevuto dal proicente… Aristotele ha immaginato la sua teoria della spinta del mezzo ambiente. Nel vuoto l’impulso dovrebbe esaurirsi subito, altrimenti si dovrebbe ammettere l’assurdo che continui all’infinito. Appunto in questa pretesa riduzione all’assurdo del moto nel vuoto, vuolsi ravvisare la negazione di una tesi precedente che contiene il principio d’inerzia, il quale perciò deve riconoscersi alla base della teoria atomica democritea. E d’altronde l’intuizione cinetica del mondo, che è espressa in questa teoria, suppone necessariamente la veduta del moto rettilineo degli atomi come moto naturale, cioè il principio d’inerzia… La sottile dottrina di Aristotele assumeva dal senso comune la tendenza naturale dei corpi alla quiete ma, elevandola a principio metafisico, si trovava a dover giustificare in modo bizzarro la continuazione del moto dopo l’impulso; questa dottrina ha dovuto presto cedere di fronte a difficoltà di ogni genere. Ed allora si è accettata la teoria dell’impeto (attribuita ad Ipparco), che è la semplice espressione del fatto empirico: il proiettile riceve dal motore una certa provvista di energia motrice, che mantiene il moto, ma tende naturalmente ad esaurirsi.

Tutta l’evoluzione delle idee sul moto, dall’antichità fino alla dinamica moderna, si fa dunque fra questi termini: dottrina di Aristotele, teoria empiristica dell’impeto, dottrina di Democrito, che reca (pure attraverso la negazione aristotelica e d’altra parte come presupposto necessario del sistema atomistico) una soggiacente veduta dell’inerzia[7].

Il non riconoscimento della “parità ontologica” del movimento alla quiete porta Aristotele a spiegare il “moto violento” con la “teoria della spinta del mezzo ambiente”. La teoria aristotelica della spinta del mezzo ambiente tuttavia non convince: la medievale teoria dell’impetus o vis impressa intende spiegare la continuazione del movimento nel moto violento e la accelerazione nei gravi in caduta:

Il principio d’inerzia non è un fatto che si scopra un bel giorno ad un osservatore più attento. Ma esso è: in primo luogo, come si è detto, intuizione soggiacente al sistema cinetico degli atomisti (il moto è stato naturale per gli atomi, elementi del sistema), e in secondo luogo qualcosa di più, che riceve il suo vero significato dal posto che prende nel sistema della dinamica moderna.

Nel primo senso l’idea dell’inerzia si affaccia… dovunque si spieghi un’influenza diretta o indiretta dell’atomismo; ma poiché nel mondo medievale le tradizioni dell’antichità sono ricevute senza un criterio razionale di scelta, secondo il peso dell’autorità, riesce difficile dire fino a che punto essa venga compresa, soprattutto perché mancava, in generale, il coraggio di riprendere in pieno la dottrina di Democrito, legata, nel ricordo, al materialismo epicureo.

Nel secondo senso il principio d’inerzia assume tutto il suo valore, per chi assorga al concetto di forza siccome causa, non già di moto o di velocità, bensì di variazione o accelerazione, e comprenda insieme il postulato della relatività del moto[8].

La legge della indipendente dalla massa caduta dei gravi è di Galileo; e rispetto a gravità e a movimento circolare Galileo Galilei equipara quiete e moto:

L’enunciato dell’inerzia non viene dato da Galileo in forma generale astratta, come doveva fare per la prima volta lo spirito sistematico di Descartes, ma in forma concreta, dicendo che una palla di cannone non soggetta alla gravità continuerebbe in perpetuo il suo moto rettilineo uniforme… l’apporto essenziale di Galileo alla questione dell’inerzia sta… nella considerazione del caso limite della caduta dei gravi sopra un piano inclinato che diventi orizzontale[9].

Scrive Paolo Rossi nel suo La nascita della scienza moderna in Europa:

Nella prospettiva aperta da Galilei quiete e movimento non hanno nulla a che fare con la natura dei corpi… Nella fisica galileiana l’idea di moto di un corpo viene separata da quella di un mutamento che affetta lo stesso corpo. E’ la fine della concezione (che è comune alla fisica aristotelica e alla teoria medievale dell’impetus) di movimento che ha bisogno di un motore che lo produca e lo conservi in moto durante il movimento. Quiete e movimento sono entrambi due stati persistenti dei corpi. In assenza di resistenze esterne, per arrestare un corpo in moto è necessaria una forza. La forza produce non il moto, ma l’accelerazione. Attraverso il capovolgimento di quadri mentali consolidati, Galilei ha aperto la strada che condurrà alla formulazione del principio di inerzia… La unificazione della fisica e dell’astronomia, che è la grande imperitura conquista di Galilei, avveniva sulla base del concetto di inerzialità dei moti circolari. La cosmologia che si richiamava, da millenni, ai perfettissimi moti delle sfere celesti continuava ad esercitare un peso decisivo sulla fisica galileiana… Il principio di inerzia, così come risulta formulato nella prima legge newtoniana del moto, ebbe una lunga gestazione ed è l’elaborazione, da parte di Cartesio e di Newton, di una grande e rivoluzionaria idea galileiana… Nel suo grandioso tentativo di una completa e razionale ricostruzione del mondo fisico, Cartesio giungeva ad una importante definizione del concetto di movimento e ad una chiara formulazione del principio di inerzia… La sua seconda «legge della natura» dice che «ogni corpo che si muove tende a continuare il suo movimento in linea retta»… Nel moto circolare è presente una tendenza «ad allontanarsi senza posa» dal circolo che viene descritto: «e lo possiamo anche sentire con la mano, nel mentre che facciamo girare questa pietra in questa fionda». Questa «considerazione» appare a Cartesio di grande importanza. Con essa veniva finalmente distrutto il mito della perfezione della circolarità… Il moto di cui hanno finora «parlato i filosofi» è ben diverso da quello concepito da Cartesio, che non è un processo, ma uno stato dei corpi ed è sullo stesso piano ontologico della quiete[10].

Con Cartesio il principio di inerzia appare ormai sancito: nel sistema cartesiano la persistenza nei corpi degli stati di quiete e di moto rettilineo uniforme non postula ragione. Nel mondo fisico di Descartes ogni “sollecitazione” deve “fare i conti” con l’inerzia dei corpi: la stessa “galileiana” indipendenza dalla massa della caduta dei gravi è riconducibile alla differenza di inerzia tra i corpi, alla diversa “forza d’inerzia” di corpi di massa diversa, alla differente “resistenza” che corpi di massa differente oppongono all’azione della forza di gravità:

Secondo Aristotele la Terra attira i corpi e questa attrazione è direttamente proporzionale alla loro massa: una ghianda cade più rapidamente di una foglia di quercia, come volevasi dimostrare.

All’opposto, a partire dagli esperimenti della Torre di Pisa, Galileo dimostra che una palla di moschetto e una palla di cannone, lasciate cadere nello stesso momento dalla sommità della torre, toccano terra insieme. A suo dire, la massa non interviene nella caduta dei corpi… Se la caduta fosse dipesa dalla massa, come credeva Aristotele, la palla di moschetto avrebbe dovuto trovarsi ancora al terzo piano della torre quando la palla di cannone avesse raggiunto il suolo, tanto le loro masse erano diverse. In alte parole, come Galileo ha mostrato, è Aristotele a non aver tenuto conto della resistenza dell’aria mettendo a confronto una ghianda e una foglia di quercia… La caduta dei corpi è… il risultato dell’azione di due forze antagoniste: una (la forza d’inerzia) tende a mantenere l’oggetto immobile e l’altra (la forza d’attrazione terrestre, detta anche forza di gravità) tende a metterlo in movimento: di conseguenza, quando vogliamo scrivere l’uguaglianza delle forze possiamo eliminare la massa, presente da entrambi i lati. Ma ciò significa che l’accelerazione non dipende da questa massa[11].

Cartesio non si limita però a formulare il principio di inerzia, per cui un corpo non sottoposto ad azione esterna persevera nello stato di quiete o di moto rettilineo uniforme; per Cartesio è legge della natura anche quel principio della conservazione della quantità di moto che afferma la costanza della quantità di moto nell’universo fisico:

… se un corpo che si muove ne incontra un altro più forte di sé, non perde nulla del suo movimento, e se ne incontra un altro più debole che egli possa muovere, ne perde tanto quanto gliene dà[12].

Leibniz mostra che in natura si conserva non la quantità di moto ma l’energia cinetica: è l’individuazione di questo fisico “errore memorabile” di Cartesio il punto di partenza della speculazione metafisica di Gottfried Wilhelm Leibniz.

G. W. Leibniz chiama l’energia cinetica “forza viva”, vis viva. In effetti, l’energia è la capacità di compiere lavoro, ed il lavoro è il prodotto della forza per lo spostamento: secondo massa e definizione di forza e accelerazione l’energia cinetica è la massa per la velocità al quadrato.

La quantità di moto è il prodotto della massa per la velocità; l’energia cinetica è il prodotto della massa per il quadrato della velocità. Nella propria ricostruzione del mondo fisico Cartesio fa astrazione dalle forze: il mondo fisico cartesiano è “materia in movimento”. Nel mondo materiale di Descartes tutto appare determinato dalla quantità di moto: conservandosi nell’universo fisico cartesiano la quantità di moto è “forza”. Scrive Paolo Rossi nel proprio volume La nascita della scienza moderna in Europa:

Nel 1686 Leibniz pubblica un articolo, che suscitò grande scalpore, intitolato Brevis demonstratio erroris memorabilis Cartesii. Cartesio ha commesso un «memorabile errore» ritenendo che in natura si conservi costante la quantità di moto (il prodotto della massa per la velocità di un corpo). Ciò che si conserva effettivamente costante è invece la vis viva o forza viva (ciò che verra più tardi chiamato energia cinetica) che è equivalente al prodotto della massa per il quadrato della velocità. Nella prospettiva cartesiana quantità di moto e forza venivano identificate. A fondamento dell’errore di Cartesio e dei cartesiani sta l’aver assunto come modello le macchine semplici. Leibniz traccia una netta linea di demarcazione fra la statica e la dinamica… Nella prospettiva di Leibniz la fisica non può essere ridotta alla meccanica e la meccanica non coincide con la cinematica (come avviene in Cartesio e in Huygens). Il modello della fisica non è la situazione di una bilancia in equilibrio dove le forze appaiono uguali. La forza è uguale alla quantità di moto solo nelle situazioni statiche… Per una meccanica che ha al suo centro il concetto di forza, Leibniz conia il nome di dinamica[13].

Scrive Maurizio Mamiani nella sua Storia della scienza moderna:

Leibniz pubblica negli Acta eruditorum un articolo, dal titolo Brevis demonstratio erroris memorabilis Cartesii (Breve dimostrazione dell’errore memorabile di Cartesio). Leibniz sostiene che Cartesio ha confuso quantità di moto e forza motrice. La forza deve essere misurata dal peso moltiplicato per l’altezza da cui cade o a cui sale, non dalla massa per la velocità… la forza è misurata dalla massa di un corpo per il quadrato della velocità… La quantità di moto è una forza morta, che vale solo in situazioni statiche, come nei bracci di una bilancia. La forza viva invece agisce con un impulso completo, e sta alla forza morta come una linea sta ad un punto o un piano ad una linea[14].

Alla riduzione del mondo fisico a materia e movimento si accompagna in Descartes l’idea che la natura possa essere “risolta” in termini matematico-geometrici. Per Cartesio la materia è, in effetti, essenzialmente spazio: la materia è spazio che si muove nello spazio. Il mondo fisico cartesiano è spazio e movimento nello spazio: «Se spazio e moto costituiscono il mondo, l’universo di Cartesio è la geometria realizzata»[15]. Ridotto a pura estensione geometrica e movimenti locali il mondo fisico di Descartes è il mondo delle “qualità primarie” di Galileo: le “qualità secondarie” sono qualità soggettive risultato dell’incontro di “qualità primarie” e soggetto. Spazio e moto il mondo fisico cartesiano è un mondo “puramente” geometrico suscettibile di considerazione “puramente” cinematica: «Nella mia fisica, scrisse una volta Cartesio a Mersenne, “non c’è nulla che non sia anche nella mia geometria”»[16]. La riduzione della fisica a geometria porta però René Descartes ad un sistema della natura meramente deduttivo, ad un sistema a priori del mondo materiale, ad una “filosofia naturale” che un confronto inadeguato con l’esperienza rende non empirica, non sperimentale: «Il defunto signor Pascal chiamava la filosofia cartesiana “il romanzo della natura”, simile press’a poco alla storia di don Chisciotte»[17]. Nella propria fisica Cartesio si limita alla struttura ipotetico-deduttiva:

A differenza di Huygens, Cartesio aveva scritto tutta la sua fisica senza impiegare formule e non si era servito del linguaggio della matematica. La sua fisica non conteneva leggi espresse matematicamente, la sua (come è stato più volte ripetuto) era una fisica matematica senza matematica. Il «matematismo» cartesiano si manifestava solo nel carattere assiomatico e deduttivo della sua costruzione del mondo. Il titolo stesso del libro di Isaac Newton Philosophiae naturalis principia mathematica (pubblicato a Londra nel 1687) esprimeva una presa di posizione polemica nei confronti della fisica di Cartesio e dei cartesiani. Newton presentava in linguaggio matematico i principi della filosofia naturale e, al tempo stesso, faceva propria la grande lezione dello sperimentalismo di Bacone, di Hooke, di Boyle… e assumeva come costitutiva del metodo scientifico la diffidenza – che era stata di Bacone e dei baconiani – per le ipotesi prive di connessioni con l’evidenza empirica[18].

Pura estensione geometrica la materia cartesiana è una, “indefinita” e divisibile all’infinito: nell’universo fisico di Descartes non può darsi vuoto. Nel “cosmo pieno” cartesiano il moto si risolve in “urto” e non c’è “azione a distanza”: ogni “azione” avviene per contatto e si ripercuote sul tutto: la materia si muove circolarmente in vortici ed in vortici gravita:

… l’azione per cui, in seguito alla legge d’inerzia, ogni corpo si muove in linea retta si traduce fisicamente (ossia naturalmente, nel mondo considerato nel suo insieme) nell’urto reciproco che muta e diversifica i moti della materia rendendoli effettivamente curvi. Il movimento circolare è la traduzione fisica dell’interazione di tutte le azioni inerziali dei singoli corpi. Cartesio non ha bisogno di una forza distinta dal movimento e dalle sue leggi. I famosi vortici cartesiani non indicano che un modello di interazione possibile della materia in moto: sono in altre parole la rappresentazione di uno spazio curvo costituito dalla materia in movimento[19].

Nel “meccanico” mondo fisico cartesiano non vi è spazio per le “qualità occulte”: “qualità occulta” appare ai cartesiani la stessa “forza di attrazione gravitazionale” di Newton. Scrive Thomas Reid nei suoi Saggi sui poteri intellettuali dell’uomoEssays on the Intellectual Powers of Man – del 1785:

L’obiezione fondamentale che alla pubblicazione per mezzo secolo impedì l’accoglimento generale in Europa della dottrina della gravitazione universale di Newton fu che la gravitazione sembrava una qualità occulta, giacché non se ne poteva rendere ragione con gli attributi corporei noti estensione, figura e movimento. Per i sostenitori di Newton fu difficile rispondere a questa obiezione in una maniera che risultasse soddisfacente per quanti si erano formati secondo i principi del sistema cartesiano. Pian piano però gli uomini si resero conto che nel reagire ad Aristotele i cartesiani erano caduti nell’estremo opposto: l’esperienza li persuase che nel mondo materiale vi sono qualità dall’esistenza certa a dispetto della causa occulta. Riconoscere questo è semplicemente riconoscere onestamente l’umana ignoranza, ossia diventare filosofi[20].

Vortici e gravitazione rimandano naturalmente al discorso cosmogonico meccanico cartesiano:

Permettete… per un po’ di tempo al vostro pensiero di uscir fuori da questo mondo per venir a vederne un altro completamente nuovo, che io farò nascere alla sua presenza negli spazi immaginari…: inoltriamoci in essi così avanti, da poter perdere di vista tutte le cose create da Dio cinque o seimila anni fa, e, una volta fermatici in un luogo determinato, supponiamo che Dio crei di nuovo intorno a noi tanta materia, che l’immaginazione, dovunque possa estendersi, non vi percepisca più alcun luogo che sia vuoto[21].

Rispetto al passaggio dal “caos” iniziale al “cosmo” Cartesio suppone da Dio all’atto della creazione la materia divisa in parti differenti ed in differenti modi mossa:

… questa materia può essere divisa in tutte le parti e secondo tutte le figure che possiamo immaginare, e… ciascuna delle sue parti  è capace di ricevere in sé tutti i movimenti che possiamo ugualmente concepire. E supponiamo inoltre che Dio la divida effettivamente in più di tali parti, le une più grandi, le altre più piccole, le une di una figura, le altre di un’altra, così come ci piacerà immaginarle. Non che con questo egli le separi l’una dall’altra in modo che vi sia del vuoto tra loro, ma pensiamo che tutta la distinzione che pone in esse consista nella diversità dei movimenti che dà loro, facendo che sin dal primo istante della loro creazione le une comincino a muoversi verso un lato, le altre verso un altro, le une più velocemente, le altre più lentamente – o anche, se volete, per nulla – e che continuino in seguito il loro movimento secondo le leggi ordinarie della natura. Dio infatti ha stabilito queste leggi in modo così mirabile, che anche supponendo che non abbia creato nient’altro che quanto ho detto, senza disporvi alcun ordine o proporzione, ma componendo con esso un caos, il più confuso e disordinato che i poeti possano descrivere, esse bastano da sé a far in modo che le parti di questo caos si disciolgano e si dispongano in un ordine così buono, da assumere la forma di un mondo perfettissimo e nel quale si potrà vedere non solo della luce, ma anche tutte le altre cose, sia generali che particolari, che si osservano in questo vero mondo… per natura non intendo qui minimamente una qualche divinità o altra specie di potenza immaginaria; ma mi servo di questo termine per significare la materia stessa, considerata nell’insieme di tutte le qualità che le ho attribuite e con la condizione che Dio continui a conservarla nella stessa maniera in cui la ha creata. Da ciò solo infatti che egli continua a conservarla così, segue necessariamente che devono esservi nelle sue parti più cambiamenti; questi cambiamenti, non potendo, a mio avviso, essere propriamente attribuiti all’azione di Dio, perché immutabile, io li attribuisco alla natura, e chiamo leggi della natura le regole secondo le quali essi avvengono… tra le qualità della materia abbiamo supposto che le sue parti abbiano avuto sin dall’inizio della loro creazione movimenti diversi e inoltre che si toccassero tra loro da ogni lato, senza che vi si interponesse alcun vuoto. Ne consegue necessariamente che, incominciando a muoversi, cominciarono anche a modificare e diversificare i loro movimenti per l’urto reciproco, per cui se Dio le conserva in seguito nello stesso modo in cui le ha create, non le conserva nello stesso stato: vale a dire, agendo Dio sempre allo stesso modo e in conseguenza producendo in sostanza sempre lo stesso effetto, ne risultano, come accidentalmente, più diversità in questo effetto… All’infuori delle tre leggi da me esposte non voglio supporne altre, se non quelle che seguono infallibilmente dalle verità eterne, su cui i matematici basano le loro dimostrazioni più certe e più evidenti: intendo le verità secondo le quali Dio stesso, come ci ha fatto conoscere, ha disposto tutte le cose in base a numero, peso e misura, e la cui conoscenza è così naturale alle nostre anime, che non potremmo non giudicarle infallibili a concepirle distintamente; né potremmo dubitare che, se Dio avesse creato più mondi, sarebbero in tutti altrettanto vere come in questo. Di modo che quelli che sapranno esaminare sufficientemente le conseguenze di queste verità e delle nostre regole, potranno conoscere gli effetti dalle cause e, per esprimermi in termini scolastici, potranno avere dimostrazioni a priori di tutto ciò che può essere prodotto in questo nuovo mondo[22].

All’attrito tra le parti della materia in movimento nella sua formazione appare riconducibile la costituzione dei 3 elementi fondamentali del mondo fisico cartesiano: l’elemento del fuoco, l’elemento dell’aria e l’elemento della terra. Nella sua differente “consistenza” per René Descartes la materia è una e riempie tutto l’universo corporeo. Nel cartesiano mondo fisico “pieno” il moto “postula” un “vuoto virtuale istantaneamente colmato”: nella cartesiana “divisibile all’infinito” materia “estensione geometrica” la “somma” degli “avvicendamenti locali” tra le parti corporee è finita:

… quando un corpo lascia il suo posto, va sempre in quello di un altro, che va nel luogo di un terzo, e così di seguito fino all’ultimo, che occupa allo stesso istante il posto lasciato dal primo, di modo che non si ha più vuoto fra loro, mentre si muovono, di quanto non se ne abbia quando son fermi[23].

Nell’inevitabile “elastico urto” tra le parti della materia in movimento del mondo fisico pieno cartesiano la quantità di moto si conserva:  nel “mondo senza forze” di Cartesio l’impulso iniziale di Dio alla materia appare doversi conservare pena l’arresto del “sistema”. Nell’universo materiale di Descartes il movimento si risolve “in circolo”: nell’inevitabile urto risultato della “deviazione” delle parti della materia in moto inerziale sono i “vortici” del “mondo pieno” cartesiano. Nel “cosmo cartesiano” i vortici “si limitano” tra loro e rendono ragione dei “movimenti celesti”: i pianeti ruotano attorno al Sole in un “etereo” vortice di “materia sottile”.

Alla “macchina” del “mondo fisico” nell’universo materiale di René Descartes si accompagna la “macchina” del “mondo biologico”. Per Cartesio è una “macchina naturale” il corpo umano, e meri “automi naturali” sono gli animali. Per Descartes l’uomo “partecipa” tuttavia anche della res cogitans: l’uomo cartesiano è res cogitans e res extensa, spirito e materia, “anima” e corpo. L’affermazione della compresenza nell’uomo degli eterogenei esteso e “meccanico” corpo ed inestesa e “spontanea” mente pone in Cartesio la questione “psico-fisiologica” di spiegare la possibilità dell’interazione mente-corpo: accompagnati dal motivo “morale” del controllo razionale delle passioni ecco i temi “psico-fisici” della ghiandola pineale, dei nervi “tubi sottili”, degli “spiriti animali”:

Cartesio… distingue il corpo… dallo spirito… che interagisce con il corpo a livello della ghiandola pineale, o epifisi. La curiosa scelta della ghiandola pineale… è motivata dal fatto che si tratta di un organo posto all’interno della scatola cranica, unico, e di cui non si conosce alcuna funzione… il corpo può essere considerato come un meccanismo perfetto. Cartesio… si riferisce al fisiologo Harvey, che aveva scoperto nel 1628 la circolazione del sangue, e aveva dato una perfetta interpretazione meccanicista del funzionamento corporeo. Il modello che ha presente Cartesio, parlando del corpo, è quello di una macchina idraulica, come gli orologi, le fontane artificiali, i mulini, allora giunti ad un livello altissimo di perfezione… se si esclude il pensiero, la res extensa è del tutto in grado di funzionare autonomamente. L’importanza di questa concezione è enorme, e spiega la grande fortuna, soprattutto postuma, dell’opera di Cartesio… vengono spazzate via tutte le ipoteche metafisiche nello studio del corpo umano. I problemi religiosi che possono porsi sono relativi alla res cogitans, non alla res extensa. Ciò consente di dare un enorme impulso alle ricerche anatomiche e fisiologiche… l’affermazione della liceità di studiare l’uomo come meccanismo, cosa che viene unanimemente e ufficialmente accettata a partire dalla seconda metà del secolo, costituisce una rottura epistemologica di dimensioni considerevolissime. La barriera è ormai stata infranta, con effetti a cascata che a distanza di un secolo, e particolarmente con gli idéologues,… diverranno di tale entità da superare ogni veto residuo a studiare con gli strumenti della scienza l’uomo inteso in senso integrale… Cartesio può postulare una totale indipendenza tra le due sostanze, corpo e mente. A quest’ultima, infatti, non è più necessario il corpo (compresi cervello e organi di senso) per esplicare la sua azione, perché in essa sono compresi, innati, i principi che le consentono di funzionare…

Nel momento in cui attraverso il dualismo… Cartesio aveva distinto corpo e mente, le prospettive che si potevano aprire nell’immediato a chi volesse fondare una scienza dell’uomo erano sostanzialmente due: o scegliere la via di Locke e in certa misura la via di Condillac, la via cioè di mettere da parte i problemi dell’essenza della mente, e di dedicarsi allo studio dei suoi processi ed effetti; o sviluppare, in una prospettiva meccanicistica, lo studio del corpo come macchina autosufficiente in grado di funzionare, sul piano del comportamento, indipendentemente dalla mente. Solo attraverso questo riduzionismo biologico sarà poi possibile riconsiderare l’uomo come totalità animata, e gettare le basi di uno studio corretto dei rapporti tra fisico e morale dell’uomo, compito che verrà affrontato dagli ideologi[24].

[1] Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale (1945), TEA 1994, p. 540.

[2] Immanuel Kant, Critica della ragione pura (1781, 1787, a cura di Giorgio Colli), Bompiani 1987, p. 295.

[3] Blaise Pascal, Pensieri (1670), Mondadori 1984, p. 115.

[4] Charles Singer, Breve storia del pensiero scientifico (1959), Einaudi 1975, pp. 241-242.

[5] Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa (1997), Laterza 2000, pp. 320-321.

[6] Cartesio, I principi della filosofia (1644), in Opere filosofiche (1967, a cura di Eugenio Garin), Laterza 1986, BUL vol. 3, pp. 91-93.

[7] Federigo Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico (1934), Barbieri 2004, pp. 43-44.

[8] Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico, pp. 44-45.

[9] Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico, p. 45.

[10] Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, pp. 132-135-136-155.

[11] Claude Allègre, Un po’ di scienza per tutti (2003), Salani 2005, pp. 31-33.

[12] Cartesio, I principi della filosofia, p. 94.

[13] Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, pp. 210-212.

[14] Maurizio Mamiani, Storia della scienza moderna (1998), Laterza 2002, pp. 256-257.

[15] Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, p. 157.

[16] Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, p. 161.

[17] Pascal, Pensieri, p. 115, n. 4.

[18] Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, pp. 162-163-318.

[19] Mamiani, Storia della scienza moderna, p. 118.

[20] Edizione Hamilton-Mansel del 1863 curata (1846) da William Hamilton poi ripresa e completata (1863) da H. L. Mansel ristampata dalla Thoemmes Press di Bristol nel 1994 The Works of Thomas Reid, Edited by Sir William Hamilton, Edinburgh, Maclachlan and Stewart, and London, Longman, Green, Longman, Roberts and Green, 1863, p. 271, a-b.

[21] Cartesio, Il mondo (1633, I edizione 1664), in Giovanni Crapulli (a cura di), Il pensiero di René Descartes, Loescher 1984, p. 39.

[22] Cartesio, Il mondo, pp. 40-43.

[23] Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, p. 159.

[24] Paolo Legrenzi (a cura di), Storia della psicologia (1980), Il Mulino 1992, pp. 43-45 e 51-52.