Nietzsche sostiene che, nel corso della storia, l’uomo, al di là dei notevoli progressi ottenuti in campo scientifico, sia regredito da un punto di vista dei costumi e dei rapporti fra gli uomini. Osserva:
L’umanità non avanza lungo un’unica linea: spesso un tipo già ottenuto torna a perdersi… Noi per esempio, con tutta la tensione che è durata tre secoli, non abbiamo ancora ottenuto di nuovo l’uomo del Rinascimento; e a sua volta l’uomo del Rinascimento rimase arretrato rispetto all’uomo dell’antichità…[1]
Ma qual è, allora, il “peccato originale” della cultura occidentale? Qual è il momento storico in cui la cultura occidentale prende una direzione che il filosofo tedesco giudica fuorviante e malsana? Tale momento viene individuato da Nietzsche in concomitanza con la comparsa di Socrate. Così come Adamo ed Eva, commettendo il peccato originale, hanno condannato tutti gli uomini al dolore e alla morte, Socrate, con la sua filosofia, ha condannato l’umanità a cadere nella mediocrità e nella decadenza. Nietzsche scorge nell’uomo moderno una mancanza di entusiasmo e di energia. Nel mondo greco, invece, scorge la stagione più alta e più ricca della storia umana, e individua il segreto di quel mondo nello spirito “dionisiaco”. Il dionisiaco è passione ed ebbrezza, è liberazione degli impulsi profondi. Al dionisiaco Nietzsche contrappone l’“apollineo”, un atteggiamento esistenziale ispirato dalla ragione e dalla riflessione, dal controllo dei sensi e degli istinti.
Ebbene, quello che Nietzsche sottolinea è che è stato Socrate a inaugurare nella mentalità greca una visione razionale del mondo e delle vicende umane; e secondo il pensatore tedesco la rassicurazione cercata nell’ordine razionale dell’universo è propria di una cultura indebolita e decadente. Con Socrate, l’epoca tragica giunge alla fine, e comincia l’epoca della ragione e dell’uomo teoretico.
Socrate cerca di dare una giustificazione di valore universale a concetti come la saggezza, l’amicizia e la virtù in generale. Osserva Domenico Losurdo:
In Nietzsche la grecità autentica è costruita in contrapposizione a tutto ciò che di molle, di flaccido e di effeminato vi è nel mondo moderno: è da questa denuncia che bisogna prendere le mosse se si vuol cogliere la trama e il significato della Nascita della tragedia.[2]
Prosegue Losurdo:
Epperò, ad aver trionfato è la visione di Socrate. Alla grecità tragica e dionisiaca subentra quella alessandrina, decisamente incline a «credere a una correzione del mondo per mezzo del sapere, a una vita guidata dalla scienza».[3]
E ancora:
A segnare la crisi della grecità tragica è la «cultura socratica», col suo «ottimismo», la sua credenza nella bontà originaria dell’uomo (la virtù può essere insegnata a tutti e tutti la possono apprendere), con la sua fiduciosa attesa di un mondo felice.[4]
Nietzsche parla della questione nei seguenti termini:
E d’altra parte, ciò per cui la tragedia morì, il socratismo della morale, la dialettica, la moderazione e la serenità dell’uomo teoretico – ebbene, non potrebbe essere proprio questo socratismo un segno di declino, di stanchezza, di malattia, di istinti che si dissolvono anarchicamente?[5]
Poi, sempre nella Nascita della tragedia:
Tutto il mondo moderno è preso nella rete della cultura alessandrina e trova il suo ideale nell’uomo teoretico.[6]
Nietzsche pensa che Socrate sia in un certo senso un “criminale filosofico”, e anche la sua proverbiale bruttezza sta ad in indicare, per Nietzsche, un animo malato e decadente:
Gli antropologi che si interessano di criminologia ci dicono che il delinquente tipico è brutto: monstrum in fronte, monstrum in animo.[7]
E poi:
Socrate è un momento della più profonda perversità nella storia degli uomini.[8]
Ma non basta: secondo Nietzsche il famoso “demone socratico”, ossia quella voce interiore che Socrate dice di udire, non sarebbero altro che allucinazioni uditive:
Non dimentichiamo nemmeno quelle allucinazioni acustiche che sono state interpretate in senso religioso, come il «demone socratico».[9]
E ancora:
Allucinazioni uditive in Socrate: elemento morboso.[10]
Ecco, dunque, per tornare alla nostra indagine, che Socrate può essere considerato in un certo senso l’ispiratore del sistema parlamentare, avendo inoculato nella società greca quello che potremmo nietzscheanamente definire “il morbo della dialettica”. Osserva infatti il filosofo tedesco:
Socrate. Questo brusco rovesciamento del gusto a favore della dialettica è un grande punto interrogativo. Che cosa accadde propriamente? Socrate, il plebeo che impose quel cambiamento, ottenne la vittoria sopra un gusto più nobile, il gusto di chi eccelle: la plebe giunse alla vittoria grazie alla dialettica. Prima di Socrate, tutta la buona società rifiutava le maniere della dialettica: si credeva che mettesse a nudo le anime; si metteva in guardia la gioventù contro di essa. Perché questo sfoggio di motivi? A qual fine dimostrare? Contro gli altri, si possedeva l’autorità. Si comandava e basta.[11]
Socrate, quindi, viene visto da Nietzsche come un vero e proprio veleno, un veleno talmente potente da aver innescato un processo che, come si diceva, ha causato la regressione del tipo “uomo” verso la mediocrità, l’addolcimento dei costumi e la superficialità. Sarà poi Platone a preparare il terreno per la proliferazione del cristianesimo, il cui affermarsi viene interpretato da Nietzsche come sintomo di un’umanità malata e indebolita. Platone, sottolinea il pensatore tedesco, diceva:
Quanto più è “idea”, tanto più è Essere. Capovolgeva il concetto di “realtà” e diceva: “Ciò che voi ritenete reale è un errore: quanto più ci avviciniamo all’idea, tanto più ci avviciniamo alla verità”. Lo si capisce? Questa è stata la conversione più grande: e poiché fu accolta dal cristianesimo, non ci accorgiamo di questo fatto sorprendente.[12]
La modernità, evidenzia Nietzsche, vedendo il progressivo affermarsi degli ideali cristiani ha “partorito” la democrazia, attraverso la quale le nature inferiori, di gran lunga più numerose, si impongono su quelle più rare e ben riuscite. Ecco quindi che l’uomo diventa sempre più civile, tollerante, dolce, pieno di riguardi e, di pari passo, più sciocco, superficiale, femmineo.
[1] F. Nietzsche, La volontà di potenza, Bompiani, Milano 2000, af. 881.
[2] D. Losurdo, Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico, Bollati Boringhieri, Torino 2004, p. 12.
[3] Ivi, p. 16.
[4] Ivi, pp. 18-19.
[5] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi, Milano 1972, p. 4.
[6] Ivi, p. 119.
[7] F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, Adelphi, Milano 1970, p. 34.
[8] F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., af. 430.
[9] F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, cit., p. 34.
[10] F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., af. 432.
[11] Ivi, af. 431.
[12] Ivi, af. 572.