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Morte di Dio, superuomo e uomo grande. Da “Nietzsche e il nazionalsocialismo” di Matteo Martini

Ma qual è, allora, la “notizia” che Nietzsche annuncia all’umanità intera? Qual è l’avvenimento che toglie all’uomo ogni speranza di vita ultraterrena? Tale evento è “la morte di Dio”, che viene annunciata dall’“uomo folle” in un aforisma della Gaia scienza.

Tale aforisma recita così:

L’uomo folle. Avete sentito di quell’uomo folle che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: «Cerco Dio! Cerco Dio!»? –  E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. [ … ] L’uomo folle balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: «Dove se n’è andato Dio?» gridò «ve lo voglio dire! L’abbiamo ucciso – voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!».[1]

Quali sono le conseguenze di questo epocale avvenimento? Se Dio è morto ne consegue che i princìpi morali non hanno più nessun fondamento, e tutto diventa lecito. Senza Dio, infatti, l’uomo diventa “arbitro di se stesso”, e può innocentemente assecondare la propria natura animalesca. Ne consegue che l’uomo può fare tutto e agire in modo immorale in perfetta innocenza, senza il timore di essere giudicato. La morale, infatti, è ciò che differenzia l’uomo dagli animali, e che nel corso della storia ha reso l’uomo via via sempre più “umano” e civile, innescando quel processo di progressivo “miglioramento” dell’umanità che per Nietzsche, come abbiamo visto, non è affatto un miglioramento.

Se non esiste alcun dio ne consegue che l’uomo non è né più né meno che un animale, un animale che i preti, attraverso la condanna morale, hanno reso debole e malato. Il filosofo si esprime nei seguenti termini:

Per ragionare correttamente sulla morale, dobbiamo sostituirla con due concetti zoologici: addomesticamento delle bestie e allevamento di una determinata specie. I preti sostennero in tutti i tempi di voler “migliorare”… Ma noi ridiamo, se un domatore vuol parlare delle sue bestie come di bestie “migliorate”. L’addomesticamento delle bestie viene ottenuto nella maggior parte dei casi danneggiandole: anche l’uomo moralizzato non è un uomo migliore, ma soltanto un uomo reso più debole. Però è meno dannoso…[2]

La morale è ciò che avvicina l’uomo a Dio, in quanto Dio è ispiratore della morale e lui stesso è un modello di perfezione morale. È chiaro che la morte di Dio getta nella più cupa disperazione coloro che, infelici e stanchi della vita, avevano riposto le loro speranze di appagamento e di felicità in una vita futura, e che proprio in nome di Dio si arrogavano il diritto di giudicare immorali, e quindi cattivi, i forti e i violenti. Senza Dio i deboli e i malati si sentono dolorosamente soli, e la vita per loro si fa insopportabile. Questi, infatti, proprio a causa della loro debolezza, avvertono la necessità di trovare un senso all’esistenza, e lo trovano in Dio, in un aldilà dove la loro misera condizione si trasformerà in un’appagante riconciliazione con Dio stesso.

Ma è proprio la capacità di fare a meno di un senso che, per Nietzsche, determina la forza di un individuo. Il più forte accetta e dice sì anche alla verità più tremenda, anche a quella che dice che non esiste alcun dio, alcuna vita futura, alcun principio morale assoluto e inattaccabile. Ecco allora che l’uomo tragico, non trovando un senso negli accadimenti e nell’esistenza, cerca di immettere lui stesso un senso nelle piccole cose che lo circondano. Ma la salvezza, per l’uomo più profondo e quindi più consapevole della tragicità dell’esistenza, viene dall’arte. Osserva il pensatore:

La verità è brutta. Noi abbiamo l’arte per non perire a causa della verità.[3]

Il termine che Nietzsche utilizza per definire l’uomo più profondo e ben riuscito è “superuomo”. Ma chi è il superuomo? Il superuomo è colui che sa, colui che conosce tragicamente ma che, nonostante ciò, non perisce, non va in malora. Il superuomo (o, come alcuni preferiscono tradurre dal tedesco, l’“oltreuomo”) è colui che accetta l’esistenza anche nei suoi aspetti più enigmatici e terribili, e che trova nella solitudine e in una vita all’insegna della semplicità le sue prime regole di conservazione. Il superuomo vive quasi estraneo alla realtà, vive “sopra” la realtà.

Ecco, dunque, per tornare all’oggetto della nostra ricerca, che la figura del superuomo così come la intende Nietzsche non coincide affatto con quello che Hitler rappresentava per la Germania e per il popolo tedesco; il dittatore nazista è invece paragonabile a un’altra “figura” presente nella filosofia nietzscheana, cioè a quello che il filosofo di Röcken chiama l’“uomo grande”.

Cos’è che distingue il superuomo dall’uomo grande? La differenza, così come lascia intendere Nietzsche, sta nel fatto che quest’ultimo, ossia l’uomo grande, è un individuo che detiene un potere politico, o, comunque, è un individuo riconosciuto e legittimato dalla massa, come ad esempio lo erano, nell’ottica nietzscheana, Giulio Cesare, Cesare Borgia e Napoleone, o, come lo sarà successivamente, Adolf Hitler. Afferma infatti il filosofo:

L’uomo grande sente di aver potere sopra un popolo, sente di coincidere occasionalmente con un popolo o con un millennio […] tutti i grandi uomini […] vogliono imprimere la propria forma a grandi comunità, vogliono dare una sola forma a ciò che è molteplice e disordinato.[4]

Questa definizione sembra calzare a pennello con quella che era la figura di Hitler, il quale pensava realmente di incarnare la volontà del popolo tedesco, quello stesso popolo che nelle adunate oceaniche si presentava come un corpo unico plasmato dalla volontà assoluta e irresistibile del dittatore. Ma proprio il fatto di essere riconosciuto e legittimato dalla massa, ossia di basare il proprio successo su di essa, sminuisce il prestigio dell’uomo grande, poiché, osserva Nietzsche:

I “grandi” successi si ottengono unicamente grazie alle masse, e non si comprende che un successo di massa è propriamente sempre un  piccolo successo.[5]

Il superuomo invece è un uomo di rango ancora superiore, che inevitabilmente nei rapporti con gli altri uomini è costretto a indossare una maschera (quasi come una forma di rispetto nei confronti dei mediocri che non hanno consapevolezza della tragicità dell’esistenza), che non anela “alle altezze” e ai riconoscimenti della massa e che, come dicevamo, vive in modo più semplice e solitario. Lo stesso Nietzsche sembra convinto di appartenere a questa specie di uomini, come trapela da un bellissimo aforisma presente nella Volontà di potenza:

Al di sopra della caligine e del sudiciume delle bassure umane c’è un’umanità più alta, più chiara, che per numero deve essere molto piccola – perché tutto ciò che eccelle è per sua natura raro: le si appartiene non perché si sia meglio dotati, o più virtuosi, o più eroici, o più amorosi degli uomini di laggiù, ma perché si è più freddi, più chiari, più lungimiranti, più solitari, perché si sopporta la solitudine, la si preferisce, la si esige come una felicità, un privilegio e persino una condizione di esistenza, perché si vive tra nubi e lampi come tra i propri pari, ma anche tra raggi di sole, gocce di rugiada, fiocchi di neve e tutto ciò che necessariamente giunge dall’alto e che si muove, si muove eternamente solo dall’alto verso il basso. Le aspirazioni all’altezza non sono le nostre. Gli eroi, i martiri, i geni e gli entusiasti non sono abbastanza sereni, pazienti, fini, freddi e lenti per noi.[6]

Il superuomo, in sintesi, è colui che può fare a meno di Dio, che valuta e agisce in base a una morale propria che lo rende unico e non assimilabile alla massa, che non agisce in base ai dettami di una religione e tantomeno a quelli della religione cristiana, e che elabora autonomamente i criteri in base ai quali giudicare cosa è bene e cosa è male.

Osserva Nietzsche:

Un uomo virtuoso è di una specie inferiore già per questo: non è una “persona”, ma riceve il suo valore dall’essere conforme a uno schema di uomo stabilito una volta per tutte. Non ha un proprio valore a parte: può essere confrontato, ha dei simili, non deve essere unico.[7]

In questo senso anche l’uomo grande, in quanto, come abbiamo visto, detentore di un potere politico, può e deve, secondo Nietzsche, agire solo in base a quelli che sono i suoi scopi, per raggiungere i quali sono machiavellicamente leciti tutti i mezzi.

Afferma il filosofo:

In breve, che noi abbiamo uno scopo, per amore del quale non si esita a compiere sacrifici umani, a correre ogni pericolo, a prendere su di sé ogni male e il male peggiore: la grande passione.[8]

Naturalmente la morale del superuomo (e anche quella dell’uomo grande) è, lo si capisce, quasi sempre molto diversa da quella cristiana, e anzi opposta a questa, e quindi volta a favorire i forti rispetto ai deboli, come trapela ad esempio dal seguente aforisma:

Per quanto ciò suoni strano, bisogna sempre armare i forti contro i deboli; i fortunati contro gli sfortunati; i sani contro i deperiti e coloro che hanno tare ereditarie. Se si vuole ridurre la realtà a una formula morale, questa suona così: i mediocri hanno più valore che le eccezioni; i prodotti della décadence più che i mediocri; la volontà del nulla prevale sulla volontà di vivere – e lo scopo complessivo è, per esprimerci in termini cristiani, buddistici, schopenhaueriani: “meglio non essere, che essere”.[9]

Il filosofo ritiene che i deboli siano subdoli e malvagi:

Perché i deboli vincono. In summa: i deboli e i malati dimostrano maggiore simpatia, sono “più umani”; i malati e i deboli hanno più spirito, sono più mutevoli, più molteplici, più divertenti – più maligni: soltanto i malati hanno inventato la cattiveria.[10]

Da quanto detto finora, si capisce che la filosofia di Nietzsche esprime spesso un marcato disprezzo per la massa e per quelli che il filosofo chiama “mediocri” o “animali da armento”, e tutto sembra avere senso solo in funzione dell’uomo ben riuscito, al cui cospetto le sofferenze della massa sono irrilevanti e insignificanti. Questo concetto è spiegato bene nel seguente aforisma:

La rivoluzione, la confusione e la miseria dei popoli valgono meno, per me, del travaglio dei grandi individui presi nel proprio sviluppo. Non dobbiamo lasciarci ingannare: le molte miserie di tutti questi piccoli non fanno tutte insieme una somma, se non nel sentire di uomini potenti.[11]

Appare lecito pensare, dunque, che il regime nazionalsocialista sia stato una logica conseguenza della filosofia di Nietzsche, la quale propone e giustifica tanti e troppi atteggiamenti (non solo esistenziali ma anche squisitamente politici) che, essendo riscontrabili anche nella condotta “morale” e politica del regime nazista, non possono far pensare a una semplice coincidenza.

Del resto, e questo lo sappiamo, Hitler fu fin dagli anni della giovinezza un lettore di Nietzsche, e anche se, come dicevamo, ci sono aspetti del nazionalsocialismo che non coincidono con le idee del filosofo (come ad esempio la componente marcatamente razzista e nazionalista), è a nostro giudizio innegabile che la filosofia di Nietzsche abbia fornito spunti, idee e legittimazioni culturali al fondatore del partito nazionalsocialista. Ma qual era, allora, il vero scopo di Adolf Hitler? Lo si poteva capire leggendo le parole con cui si conclude il Mein Kampf:

Uno Stato che, nell’epoca dell’avvelenamento delle razze, si prende cura dei migliori elementi della propria stirpe, deve diventare un giorno signore della Terra. Questo non devono mai dimenticarlo gli aderenti al nostro movimento, se l’ampiezza del sacrificio li inducesse a disperare della vittoria.[12]

Ora, dal momento che Hitler divenne il capo indiscusso di quello Stato che, nella sua ottica, sarebbe dovuto diventare un giorno signore della terra, ne consegue che, fin dal principio, lo scopo di Adolf Hitler era quello di diventare lui stesso il padrone del mondo.

A conferma di quanto sostenuto fin qui, vorrei riportare una frase che si trova in Ecce homo e che, a mio parere, dimostra che Nietzsche sapeva di aver innescato, con la sua filosofia, una sorta di “bomba a orologeria” che sarebbe esplosa di lì a poco. La frase recita così:

Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme – una crisi, quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite.[13]

Quando dice che un giorno sarà legato al suo nome “qualcosa di enorme”, non sembra fare riferimento a qualcosa che avrà delle ripercussioni solo a livello filosofico o culturale, ma a qualcosa che, come poi avverrà col nazionalsocialismo e con le sue conseguenze, meriterà l’appellativo di “enorme”.

Poi continua: “una crisi quale mai si era vista sulla terra”; e in effetti la Seconda guerra mondiale rappresenterà, di lì a poco, un qualcosa dalle conseguenze inedite e terrificanti.

Continua il filosofo: “la più profonda collisione della coscienza”; ebbene, non potrebbe intendere che ciò che lui scatenerà costringerà l’uomo a riflettere sulla propria coscienza o, più esattamente, sul lato oscuro della propria coscienza, quello da cui scaturirà, appunto, il terrore nazista, che, piaccia o no, è stato partorito dalla mente di esseri umani?

E infine, la frase si conclude così: “una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite”; anche in questo caso sembra che il pensatore si riferisca a qualcosa che, come in effetti farà il nazismo, propugnerà dei valori che si porranno in palese contrasto rispetto ai valori universalmente riconosciuti validi, ossia, almeno per quanto riguarda l’Europa, i valori cristiani. E anche la conclusione, “Io non sono un uomo, sono dinamite”, suona come un avvertimento per le generazioni future. Del resto, poco più avanti è molto esplicito nel dichiarare di essere consapevole di aver scatenato, con la sua filosofia, qualcosa che culminerà in una guerra dalle dimensioni mai viste. Dice infatti:

Perché ora che la verità dà battaglia alla millenaria menzogna, avremo degli sconvolgimenti, uno spasimo di terremoti, monti e valli che si spostano, come mai prima si era sognato. Il concetto di politica trapasserà allora completamente in quello di una guerra degli spiriti, tutti i centri di potere della vecchia società salteranno in aria – sono tutti fondati sulla menzogna: ci sarà guerra, come mai prima sulla terra. Solo a partire da me ci sarà sulla terra grande politica.[14]

[1] F. Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi, Milano 1965, af. 125.

[2] F. Nietzsche, La volontà di potenza, Bompiani, Milano 2000, af. 397.

[3] Ivi, af. 822.

[4] Ivi, af. 964.

[5] Ivi, af. 783.

[6] Ivi, af. 993.

[7] Ivi, af. 319.

[8] Ivi, af. 26.

[9] Ivi, af. 685.

[10] Ivi, af. 864.

[11] Ivi, af. 965.

[12] A. Hitler, Mein Kampf, Kaos, Milano 2002, p. 526.

[13] F. Nietzsche, Ecce Homo, Adelphi, Milano 1965, p. 127.

[14] Ivi, p. 128.