Ogni conoscenza è tale solo in virtù della propria forma logica… Conoscibile risulta tutto quel che si può esprimere, e questo coincide con ciò su cui sensatamente si possono formulare quesiti
Moritz Schlick, La svolta della filosofia (1930), in Moritz Schlick, Tra realismo e neopositivismo, Il Mulino 1974, pp. 29-30
Ma allora, cos’è la filosofia? Certo, non una scienza; tuttavia è qualcosa di così significativo e grande, da meritare d’ora in poi, esattamente come un tempo, l’onore di regina delle scienze… La filosofia è… quell’attività mediante la quale si chiarisce o si determina il senso degli enunciati. Colla filosofia le proposizioni vengono rese perspicue, con le scienze esse vengono verificate. Le scienze trattano della verità degli enunciati, la filosofia di ciò che gli enunciati significano. Il contenuto, l’anima e lo spirito della scienza naturalmente hanno la loro base (in ultima analisi) nel senso effettivo delle sue proposizioni. L’attività filosofica della determinazione dei significati è perciò l’alfa e l’omega di tutta la conoscenza scientifica
Moritz Schlick, La svolta della filosofia (1930), in Neoempirismo (1969, a cura di Alberto Pasquinelli), Utet 1978, pp. 259-260
La aspirazione dei metafisici è sempre stata diretta all’assurdo obbiettivo di esprimere il contenuto puramente qualitativo (la “essenza” delle cose) per mezzo di conoscenze, ossia di dire l’indicibile
Schlick, La svolta della filosofia, in Neoempirismo, p. 260
… l’emancipazione delle singole scienze dalla loro comune genitrice, la filosofia, è espressione della circostanza che il senso di certi concetti fondamentali era già divenuto abbastanza chiaro da consentire, col loro uso, di lavorare ulteriormente in modo proficuo
Schlick, La svolta della filosofia, in Neoempirismo, p. 261
… le acquisizioni della scienza veramente decisive, quelle che hanno fatto epoca, sono sempre state di questo genere, ossia fondate su una nuova elucidazione del senso dei principi fondamentali. Tali acquisizioni sono perciò accessibili solo a coloro che hanno disposizione per l’attività filosofica. Ciò significa che il grande scienziato è sempre anche filosofo
Schlick, La svolta della filosofia, in Neoempirismo, pp. 261-262
… la scienza è il perseguimento della verità, la filosofia è il perseguimento del significato… Nessuno riuscirà a contribuire in modo essenziale al progresso della scienza senza aver prima in mente l’autentico senso ultimo delle verità che sta studiando. E’ questa la ragione per cui tutti i grandi scienziati son stati anche filosofi e hanno tratto ispirazione dallo spirito filosofico
Moritz Schlick, Forma e contenuto. Una introduzione al pensare filosofico (1932), Boringhieri 1987 (a cura di Paolo Parrini), p. 146
… un insegnante di filosofia non può fornirci certe proposizioni vere che rappresenteranno la soluzione dei “problemi filosofici”: egli può insegnarci soltanto l’attività o arte di pensare che ci metterà in grado di analizzare o scoprire il significato di ogni domanda… Kant… aveva detto di poter insegnare non la filosofia, ma soltanto a filosofare
Schlick, Forma e contenuto, p. 147
Finché la gente parlerà e scriverà di più di quanto penserà, usando le parole in modo meccanico e convenzionale, non concordando sul Bene (in etica), sul Bello (in estetica) e l’Utile (in economia e in politica), seguiteremo ad avere grande bisogno di uomini con mentalità socratica in tutte le nostre ricerche. E poiché anche nella scienza le grandi scoperte sono fatte solo da quelle menti superiori che, nella routine della loro ricerca sperimentale e teorica, seguitano a stupirsi di tutto ciò che le circonda e ad impegnarsi perciò nella ricerca del significato, l’atteggiamento filosofico sarà da riconoscere più che mai come la forza più vigorosa e la parte migliore dell’atteggiamento scientifico
Schlick, Forma e contenuto, p. 148
… l’indagine filosofica non precede, secondo Schlick, ma segue (o accompagna) quella scientifica
Ludovico Geymonat, Introduzione a Moritz Schlick, Tra realismo e neopositivismo, Il Mulino 1974, p. 9
Il pensiero di Moritz Schlick
In Interpretazione criticistica o empiristica della nuova fisica? del 1921 Moritz Schlick rilevava la ricezione della “lezione storica” della filosofia critico-trascendentale di Immanuel Kant esser ben compatibile coll’adesione all’empirismo:
La costituzione del concetto di oggetto fisico presuppone… indiscutibilmente determinati principi di ordinamento ed interpretazione. Ora, a mio modo di vedere, il punto essenziale della concezione critica sta nell’affermazione che quei principi costitutivi sarebbero giudizi sintetici a priori, ove al concetto di a priori è attribuito, come da esso inseparabile, il contrassegno della apoditticità (della validità universale, necessaria, inevitabile)… un pensatore che consideri indispensabili, per l’esperienza scientifica, dei principi costitutivi, non può ancora dirsi per questo un criticista. Un empirista, ad esempio, può riconoscere benissimo la presenza di tali principi; egli negherà soltanto che siano sintetici ed a priori nel senso sopra indicato… [Per] la concezione empiristica… quei principi costitutivi sono ipotesi o convenzioni; nel primo caso non sono a priori (poiché manca loro l’apoditticità), nel secondo non sono sintetici[1].
In Interpretazione criticistica od empiristica della nuova fisica? Schlick completava le sue Osservazioni sul libro di Ernst Cassirer Sulla teoria della relatività di Einstein dello stesso 1921 affermando la convergenza del proprio empirismo con le posizioni di Hans Reichenbach in Relatività e conoscenza a priori del 1920: il “costitutivo dell’oggetto d’esperienza” a priori di Kant si configurava per Schlick “ipotesi” o “convenzione”:
[Nel] libretto Relativitatstheorie und Erkenntnis a priori… Hans Reichenbach… giunge al seguente risultato: la teoria di Einstein non è conciliabile con la dottrina kantiana originaria; ed opera una tal trasformazione del concetto di a priori che la teoria della relatività non viene più a trovarsi in contrasto con esso, e ciò restando intatta – così egli ritiene – la più importante delle idee fondamentali della filosofia di Kant. Egli è convinto di trovare questa idea fondamentale nella concezione che ogni conoscenza diviene possibile solo presupponendo logicamente certi principi grazie ai quali si costituisce l’oggetto. Egli chiama a priori tali principi, ma facendo cadere il contrassegno dell’apoditticità; essi non sono pertanto necessari ed il progredire della esperienza può condurre alla loro modificazione. «A priori significa prima della conoscenza, ma non per ogni tempo, e neanche indipendente dalla esperienza». Per quanto detto sopra, mi sembra che con ciò venga del tutto abbandonato il terreno del criticismo; e i principi a priori di Reichenbach io li chiamerei piuttosto convenzioni del senso di Poincaré. Non posso quindi approvare la terminologia dell’autore, ma quanto al contenuto sono completamente d’accordo con lui sulla maggior parte dei risultati essenziali. Persino sulle questioni su cui egli, nel suo scritto, prende posizione contro di me, non sussiste in realtà una profonda diversità di opinioni, come un chiarimento epistolare di entrambi i punti di vista ha successivamente mostrato[2].
Schlick poneva l’accento sul “razionalistico” carattere apodittico di universalità e necessità del “sintetico a priori”: «Kant era per ammissione generale innamorato della metafisica, e quando il positivismo di Hume lo ebbe scosso nell’intimo, il suo più grande desiderio rimase quello di salvare ciò che era possibile salvare quanto a necessità ed universalità»[3]: «… se credete in giudizi sintetici a priori siete un razionalista (sebbene Kant non ammettesse questo termine), se non ci credete siete un empirista; sono due filosofie diametralmente opposte, né fra loro è possibile alcuna conciliazione. Neanche la concezione di Kant le riconcilia, come egli pensava facesse, ma costituisce una soluzione sostanzialmente razionalistica»[4]. Nello “a priori di Kant” il “carattere costitutivo” appariva effettivamente a Schlick inscindibile dal “carattere apodittico”. Scriveva Schlick a Reichenbach:
… nella congiunzione dei due concetti di a priori da Lei tanto giustamente distinti mi sembra trovarsi un pensiero così essenziale del criticismo, che non si può minarlo senza collocarsi molto al di fuori della filosofia kantiana… E’ del tutto chiaro che una percezione diviene una “osservazione” o una “misurazione” solo a patto che vengano presupposti alcuni principi, tramite i quali viene costruito il concetto dell’oggetto osservato o misurato. In questo senso i principi sono da chiamare a priori. Kant però senza dubbio ci direbbe che questo a priori da solo non vale un fico secco; importa piuttosto che quei principi siano identici agli assiomi evidenti (per esempio, la proposizione causale, la legge di sostanza); solo allora hanno tutti i tratti distintivi dell’a priori kantiano. Tuttavia si danno ancora le due possibilità: che quei principi siano ipotesi oppure convenzioni[5].
Lo stesso Reichenbach richiamava come in Kant l’affermazione del carattere costitutivo dello “a priori” fosse funzionale alla giustificazione del carattere apodittico di universalità e necessità dei “giudizi sintetici a priori”: «E’ così difficile dire cosa lo stesso Kant avrebbe voluto considerare il cuore della sua dottrina. Tuttavia egli ha certo posto al centro di essa la deduzione trascendentale, e con ciò ha cercato di derivare l’evidenza come conseguenza del carattere costitutivo. Nei Prolegomena a dire il vero egli dà al problema un altro svolgimento e prende l’evidenza come punto di partenza»[6].
Scrivendo a Hans Reichenbach nel 1920 Moritz Schlick rilevava «il grande merito» di Immanuel Kant «di una formulazione esplicita e rigorosa» del “carattere costitutivo” dello “a priori”, ma aggiungeva: «ma nella sostanza questo tipo di a priori è implicitamente riconosciuto da ogni teoria della conoscenza, da quella leibniziana come da quella humeana, e solo il sensismo più estremo, della cui insostenibilità naturalmente sono convinto come Lei, costituisce un’eccezione»[7]. Per Schlick l’empirismo non era sensismo: «Esiste, senza dubbio, un empirismo che è diverso dal sensismo e che non si lascia ridurre a questo»[8]. Per Schlick l’empirismo si distingueva dal sensismo ma non poteva neanche accoglier “soluzioni razionalistiche”: «Moritz Schlick ha posto nella negazione della sintesi a priori il perno del suo modo di intendere il punto di vista empiristico, e… Rudolf Carnap, che ricorda questa posizione dello Schlick nel suo libro Fondamenti filosofici della fisica, fa intendere di condividerla pienamente»[9]. L’empirismo di Schlick era ben lo “empirismo logico” che «ha tentato di integrare in una visione unitaria… alcuni aspetti salienti, oltre che del pensiero di Mach, di Russell e di Wittgenstein, anche della teoria kantiana della conoscenza, della tradizione convenzionalistica (in particolare del “nuovo positivismo” di Poincaré) e della concezione hilbertiana della geometria»[10].
In Empirismo logico e convenzionalismo del 1983 Paolo Parrini richiamava come la Introduzione del volume di Philipp Frank La scienza moderna e la sua filosofia del 1949 offra «una ricostruzione dell’empirismo logico dalla quale risulta come per la formazione del movimento siano stati determinanti… anche i risultati autonomamente raggiunti da Schlick e da Reichenbach discutendo le implicazioni gnoseologiche della nuova fisica»[11]. Per Paolo Parrini «la tesi della presenza nella conoscenza scientifica di “forme di pensiero” non riconducibili all’esperienza immediata è una costante delle idee epistemologiche via via elaborate… da tutti gli… empiristi logici»[12]. Così del «cosiddetto gruppo viennese originario [dello empirismo logico]… composto da giovani studiosi che fin dal 1907 solevan incontrarsi in un caffè della vecchia Vienna per discuter di scienza, filosofia, politica, religione»[13] Philipp Frank scrive: «Ammettevamo che il divario esistente tra la descrizione dei fatti ed i principi scientifici generali non era stato completamente colmato da Mach, ma non potevamo concordare con Kant, che lo colmava con forme o modelli di esperienza che non si potevano mutare con il progresso scientifico… L’uomo che, a nostro avviso, colmò felicemente tale divario fu il matematico e filosofo Henri Poincaré, che per noi era una specie di Kant liberato dai rimasugli della scolastica medievale ed unto con il crisma della scienza moderna»[14]. Dell’empirismo logico il gruppo viennese originario del fisico Philipp Frank, del matematico Hans Hahn, dello economista Otto Neurath per lo stesso Philipp Frank concordava «con Abel Rey, che definiva il contributo di Poincaré un “nuovo positivismo”, il quale segnava un netto miglioramento rispetto a quello di Comte e di Mill»[15]. Del libro di Abel Rey La théorie de la physique chez les physiciens contemporains del 1907 Philipp Frank cita: «La esperienza oggettiva non è qualcosa di esterno e di indipendente dalla nostra mente. L’esperienza oggettiva e la mente son funzioni reciproche, l’una implica l’altra, e l’una esiste in virtù dell’altra… che le relazioni tra gli oggetti fisici derivano dalla natura di questi oggetti e che queste relazioni sono fabbricate dalla nostra mente… [sono] 2 teorie artificiali»[16].
Sull’origine dell’empirismo logico La scienza moderna e la sua filosofia di Philipp Frank dice bene: «… secondo Mach i principi scientifici generali sono descrizioni economiche abbreviate di fatti osservati; secondo Poincaré sono libere creazioni della mente umana che non dicono nulla intorno ai fatti osservati. Il tentativo di integrare i due concetti in un sistema coerente fu l’origine di ciò che più tardi venne definito empirismo logico»[17]. Centrale per l’empirismo logico appare bene il confronto con gli sviluppi scientifici. La rilevanza filosofica della considerazione della “scienza esatta” è in Forma e contenuto. Una introduzione al pensare filosofico del 1932 da Moritz Schlick così rimarcata: «… i pensatori davvero grandi di tutti i tempi, da Platone e Democrito a Leibniz e Kant, sono sempre stati ben consapevoli del fatto che non vi è speranza per l’analisi filosofica se essa non muove da una comprensione della conoscenza nella sua veste più rigorosa, ossia in quella matematica»[18]. Paolo Parrini rileva come la teoria della conoscenza di Moritz Schlick «costituisca uno sforzo teorico notevole, e storicamente assai importante, per dare conto del processo di sempre maggiore astrazione, matematizzazione e formalizzazione della scienza fisica avvenuta dai tempi di Galileo e Newton fino alla istituzione delle prime cattedre di fisica teorica ed alla nascita della teoria della relatività»[19]. La filosofia non sembra per Moritz Schlick poter proprio prescindere dai conti con la scienza.
Nato a Berlino nel 1882 Moritz Schlick aveva studiato fisica laureandosi con Max Planck nel 1904. La centralità in Schlick degli studi scientifici per la comprensione degli sviluppi della scienza era da Ludovico Geymonat ben rilevata: «Le severe ricerche di fisica compiute a Berlino presso l’Istituto di Max Planck (col quale Schlick si mantenne in stretto contatto anche dopo aver conseguito la laurea sotto la sua guida, nel 1904), ed i rapporti personali intrattenuti con Einstein e Hilbert, posero il nostro autore nelle migliori condizioni per misurare la profondità della svolta subita dalle scienze fisico-matematiche all’inizio del secolo»[20]. Schlick poté così volgersi specie alla analisi epistemologica per giungere nel 1918 alla importante sua Teoria generale della conoscenza in seconda edizione nel 1925:
Immediatamente dopo che Einstein pubblicò la teoria generale della relatività (1917), in cui lo scienziato propose la nuova fisica nella massima generalità, comparvero libri che non miravano ad integrare la nuova fisica nella filosofia tradizionale, bensì a costruire una nuova filosofia sulla base della nuova scienza… gli uomini nuovi che emersero dopo il 1917 osarono erigere una nuova filosofia… Il nuovo movimento ebbe inizio approssimativamente al tempo della fine della prima guerra mondiale (1918). Nell’Europa centrale si stabilirono nuove repubbliche democratiche… Esse offrivano un terreno favorevole all’evoluzione di una concezione scientifica del mondo… Il movimento mitteleuropeo per una concezione scientifica del mondo raggiunse per la prima volta il culmine verso il 1920, grazie soprattutto a tre libri che lo caratterizzarono: la Teoria generale della conoscenza (1918) di Moritz Schlick, Relatività e conoscenza a priori (1920) di Hans Reichenbach ed il Tractatus logico-philosophicus (1921) di Ludwig Wittgenstein.
L’anello di congiunzione tra questi libri e la teoria di Einstein è il trattatello di Schlick Spazio e tempo nella fisica contemporanea (1917), in cui l’autore tenta di integrare il neopositivismo con le idee emerse dalla nuova scienza di Einstein[21].
Ponendo l’accento sulla «piccola monografia del 1917»[22] Spazio e tempo nella fisica contemporanea l’Introduzione della raccolta del 1949 La scienza moderna e la sua filosofia di Philipp Frank appare bene richiamar la “ispirazione scientifica” dell’idea schlickiana della conoscenza “coordinazione univoca”: «Dall’analisi delle teorie scientifiche Moritz Schlick giunse ad affermare che ogni conoscenza, in qualsiasi dominio dello scibile, è essenzialmente lo stabilimento di una corrispondenza tra i fatti del mondo ed un sistema di simboli. Stabilito un insieme di relazioni tra questi simboli, per esempio gli assiomi della geometria o della meccanica, una corrispondenza arbitraria attribuirebbe frequentemente allo stesso insieme di simboli numerosi mondi di fatti. In tal caso la conoscenza sarebbe falsa. Secondo Schlick, una conoscenza è “vera” se la corrispondenza stabilita è univoca. Un sistema di simboli indica i fatti del mondo in modo univoco»[23]. Rilevando che schlickianamente nella direzione «dai fatti alla teoria non si richiede l’univocità della teoria “vera”»[24] Frank ricorda in Spazio e tempo nella fisica contemporanea del 1917 Schlick affermare: «Ogni teoria è composta di un tessuto di concetti e giudizi ed è esatta o vera se il sistema di giudizi indica in modo univoco il mondo dei fatti»[25]. Frank sottolinea che in Spazio e tempo nella fisica contemporanea Schlick «prende l’avvio dal metodo che è generalmente in uso nella scienza per controllare la “verità” di una teoria»[26] e che ivi rimarca come indicando «i fatti del mondo»[27] “vera” non possa esser “teoria” per «diverse concatenazioni di conclusioni»[28] riferibile a «fatti incompatibili»[29].
Il riferimento al sapere scientifico appare naturalmente per Schlick chiarificatore della natura della conoscenza: «… ogni conoscenza sembra divenire sempre più completa via via che ci allontaniamo dall’oggetto»[30]. Nella sua Introduzione del 1987 alla schlickiana Forma e contenuto. Una introduzione al pensare filosofico del 1932 Paolo Parrini richiamava come sia nella Teoria generale della conoscenza del 1918/1925 che nella stessa Forma e contenuto Schlick citi con piena approvazione la tesi di Stanley Jevons che «la scienza nasce dalla scoperta dell’identità nella diversità»[31]. In Forma e contenuto Schlick afferma così «il tratto più essenziale della conoscenza nel fatto che essa richiede due termini: uno che è conosciuto ed uno che è ciò come il quale esso è conosciuto»[32]. In Forma e contenuto Schlick rinnovava effettivamente la critica alla “pretesa filosofica” di fare della “intuizione” una forma privilegiata di conoscenza: «L’intuizione, l’identificazione della mente con un oggetto, non è conoscenza dell’oggetto né contribuisce ad essa, poiché non soddisfa allo scopo dal quale la conoscenza è definita: trovare la nostra strada attraverso gli oggetti, prevederne il comportamento; e ciò si raggiunge scoprendone l’ordine, assegnando ad ogni oggetto il suo posto appropriato entro la struttura del mondo»[33].
Sulla scorta del “criterio scientifico di verità” espresso in Spazio e tempo nella fisica contemporanea del 1917, che il «“grado di conferma” sarà tanto più elevato quanto più numerose saranno le concatenazioni indipendenti»[34] di conclusioni corrispondenti al medesimo fatto, nella sua Teoria generale della conoscenza Moritz Schlick afferma bene che conoscer è riconoscere, designare, coordinare: «Conoscere… significa designare i fatti mediante giudizi, ma in modo tale da ottenere una coordinazione univoca servendosi del minor numero possibile di concetti»[35]. Nella Teoria generale della conoscenza l’accento è da Schlick posto sulla “designazione”: all’oggetto riconosciuto sono attribuiti “nomi” che lo specificano: nella conoscenza al “riconoscimento” si accompagna la “coordinazione” di un “segno” distintivo con la quale facciamo corrispondere nomi a fatti del mondo. Superando la “concezione designativa della conoscenza” della Teoria generale della conoscenza nel suo Forma e contenuto Moritz Schlick riconduce invece la conoscenza alla “espressione”. Riportata ad espressione in Forma e contenuto la conoscenza appariva così precisarsi per Schlick “coordinazione biunivoca”. Nella Teoria generale della conoscenza la verità della conoscenza si era in Schlick configurata “coordinazione univoca semplice”: la “verità” postula una “corrispondenza esclusiva” alla realtà. L’enfasi sulla espressione conduceva bene lo Schlick di Forma e contenuto a porre l’accento sulla “forma logica” ed a mettere in secondo piano i modi espressivi estrinseci della conoscenza: l’appiattimento dei modi espressivi nella forma logica della conoscenza porta Schlick a sottolineare la “corrispondenza biunivoca” uno ad uno tra conoscenza e realtà: per la verità la corrispondenza di realtà e conoscenza deve univocamente riferire non solo una realtà alla conoscenza ma anche una conoscenza alla realtà. Per lo Schlick di Forma e contenuto tra conoscenza e realtà vi è in effetti “isomorfismo strutturale”: la conoscenza è giudizio e si esprime linguisticamente in enunciati o proposizioni, e la verità è “identità strutturale” di fatti e proposizioni: «Il mondo consiste di fatti, i fatti hanno una struttura e le nostre proposizioni raffigureranno i fatti correttamente, saran vere, se esse avranno la medesima struttura… I filosofi precedenti eran completamente nel giusto quando dichiaravano che la verità era una sorta di corrispondenza fra il giudizio e ciò che è giudicato, sebbene per loro fosse impossibile riconoscere la natura della corrispondenza, la quale è semplicemente identità di struttura»[36].
Nell’Introduzione del 1987 a Forma e contenuto Paolo Parrini rilevava «l’influsso di Ludwig Wittgenstein e della sua “teoria pittoriale del significato” [sull’orientamento dello Schlick degli anni del Circolo di Vienna] verso una caratterizzazione della verità e della proposizione in termini di raffigurazione (picture) e di isomorfismo strutturale tra fatti e proposizioni»[37]. Rispetto alla “conoscenza vera” il passaggio dall’idea “rappresentativa” della Teoria generale della conoscenza del 1918/1925 all’idea “raffigurativa” di Forma e contenuto del 1932 appare in Schlick ben riconducibile alla maturata convinzione della centralità filosofica del confronto con il linguaggio: «In seguito all’incontro con la nuova logica matematica e con l’interpretazione filosofica offertane da Russell e da Wittgenstein, Schlick si convincerà della fondamentale importanza di una considerazione del linguaggio per la soluzione dei tradizionali problemi filosofici»[38]. Tutta la rilevanza della riflessione filosofica sul linguaggio è da Schlick in Forma e contenuto così rimarcata: «L’intera storia della filosofia avrebbe potuto prendere un corso ben diverso se le menti dei grandi pensatori avessero approfondito quel fatto straordinario che è l’esistenza stessa di un qualcosa come il linguaggio»[39]. La considerazione del linguaggio porta lo Schlick di Forma e contenuto alla “valorizzazione filosofica” della complessità del “fenomeno espressivo”. La conoscenza diviene così per Schlick espressione: «… ogni genuina Conoscenza è Espressione. Non si tratta, ovviamente, di una mera coincidenza, di un fatto interessante e basta, ma della vera e propria essenza della conoscenza sia scientifica sia comune… La Conoscenza è Espressione; non esiste, di conseguenza, una conoscenza inesprimibile»[40].
Il pensiero di Moritz Schlick appar ben documentare la “produttività filosofica” di un confronto con gli sviluppi scientifici:
Anche quando Schlick parve accogliere, nelle loro grandi linee, le vedute svolte da Wittgenstein nel Tractatus, non lo fece perché condivideva globalmente il programma wittgensteiniano – questa almeno è l’impressione che ricavai conversando personalmente con lui sull’argomento – ma perché egli riteneva che il Tractatus riuscisse a delineare con rara efficacia alcuni strumenti particolarmente utili per la chiarificazione filosofica dei più intricati nodi emersi all’inizio del secolo dall’interno stesso della scienza. E’ del resto risaputo che tali strumenti, facenti perno su una rigorosa analisi dei significati (analisi capace di dimostrare che l’apparente insolubilità di certi problemi scientifici dipende in realtà dalla indeterminatezza dei loro termini), erano già stati in precedenza scoperti per via autonoma dallo stesso Schlick. Il merito che questi riconosceva con esemplare onestà a Ludwig Wittgenstein era di averne fornito una formulazione più sottile inserita in un quadro più ampio e sistematico[41].
Le “idee filosofiche” di Moritz Schlick appaiono effettivamente ben maturare sul terreno della “riflessione epistemologica”. Al confronto con la scienza ed alla considerazione del sapere scientifico sembra in Schlick riconducibile la stessa idea della filosofia: il filosofare appare a Schlick autonomo ma fondamentale rispetto alla scienza: «… la filosofia… non [è] una scienza; ma è parimenti qualcosa di così significativo e grande, da meritare, d’ora in poi, esattamente come un tempo, il titolo di regina delle scienze. Infatti, non è per nulla detto che la regina delle scienze debba essere essa stessa una scienza… La filosofia è… l’attività mediante la quale si chiarisce e si determina il senso degli enunciati… Il contenuto, l’anima e lo spirito della scienza hanno ovviamente la loro base, in ultima analisi, nel senso effettivo delle sue proposizioni; la specificazione del senso è pertanto l’attività filosofica, che costituisce l’alfa e l’omega della conoscenza scientifica»[42].
La “ispirazione scientifica” della filosofia sembra in Moritz Schlick compiersi nella “idea analitica della filosofia”. Suggestione scientifica appare bene richiamare l’empirismo di Schlick: per la “conoscenza vera” della “realtà oggettiva” dalla coordinazione univoca all’isomorfismo strutturale sembra in Schlick ben consolidarsi l’assimilazione delle “assunzioni teoriche” a “convenzioni linguistiche”.
A Moritz Schlick vita non poté sottrarre al profondo pensiero ed al chiaro dettato la violenta immatura morte: «Nel 1936, proprio mentre si teneva il congresso per l’Unità della Scienza a Copenhagen, il professor Schlick venne assassinato vicino alla sua aula all’università di Vienna da uno studente. Durante il processo, l’avvocato difensore invocò le attenuanti generiche poiché lo studente era rimasto indignato dalla “filosofia immorale” della vittima. Tutti coloro che conoscevano Schlick erano pieni di ammirazione per la sua personalità nobile, umana, riservata. Le implicazioni politiche della espressione “filosofia immorale” erano evidenti. Lo studente fu condannato a dieci anni di carcere, ma quando due anni dopo le truppe naziste occuparono Vienna ed arrestarono moltissime persone l’assassino di Schlick fu liberato»[43].
[1] Moritz Schlick, Interpretazione criticistica od empiristica della nuova fisica? (1921), in Moritz Schlick, Forma e contenuto (1932), Boringhieri 1987 (a cura di Paolo Parrini), pp. 153-154.
[2] Schlick, Interpretazione criticistica od empiristica della nuova fisica?, pp. 165-166.
[3] Lettera di Moritz Schlick a Hans Reichenbach del 26 novembre 1920, in Paolo Parrini, L’empirismo logico (2002), Carocci 2005, p. 265.
[4] Moritz Schlick, Forma e contenuto (1932), Boringhieri 1987 (a cura di Paolo Parrini), p. 117.
[5] Lettera di Schlick a Reichenbach del 26 novembre 1920, pp. 265-266.
[6] Lettera di Hans Reichenbach a Moritz Schlick del 29 novembre 1920, in Paolo Parrini, L’empirismo logico (2002), Carocci 2005, p. 274.
[7] Lettera di Schlick a Reichenbach del 26 novembre 1920, p. 266.
[8] Schlick, Interpretazione criticistica o empiristica della nuova fisica?, p. 152.
[9] Alberto Trebeschi, Lineamenti di storia del pensiero scientifico, Editori Riuniti 1977, p. 155.
[10] Paolo Parrini, L’empirismo logico (2002), Carocci 2005, pp. 49-50.
[11] Paolo Parrini, Empirismo logico e convenzionalismo, Angeli 1983, p. 50.
[12] Parrini, Empirismo logico e convenzionalismo, pp. 58-59.
[13] Parrini, L’empirismo logico, pp. 100-101.
[14] Philipp Frank, La scienza moderna e la sua filosofia (1949), Il Mulino 1973, p. 23.
[15] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, pp. 23-24.
[16] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, p. 24.
[17] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, p. 26.
[18] Schlick, Forma e contenuto, p. 97.
[19] Parrini, L’empirismo logico, pp. 71-72.
[20] Ludovico Geymonat, Introduzione a Moritz Schlick, Tra realismo e neopositivismo, Il Mulino 1974, p. 8.
[21] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, pp. 40-41.
[22] Parrini, L’empirismo logico, p. 71.
[23] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, p. 44.
[24] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, p. 44.
[25] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, p. 43.
[26] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, p. 42.
[27] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, p. 43.
[28] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, p. 43.
[29] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, p. 43.
[30] Schlick, Forma e contenuto, p. 92.
[31] Parrini, L’empirismo logico, p. 62.
[32] Schlick, Forma e contenuto, p. 93.
[33] Schlick, Forma e contenuto, p. 93.
[34] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, p. 43.
[35] Parrini, L’empirismo logico, p. 65.
[36] Schlick, Forma e contenuto, pp. 122-123.
[37] Paolo Parrini, Introduzione a Moritz Schlick, Forma e contenuto (1932), Boringhieri 1987, p. 31.
[38] Parrini, Introduzione a Schlick, Forma e contenuto, p. 32.
[39] Schlick, Forma e contenuto, p. 48.
[40] Schlick, Forma e contenuto, pp. 83-84.
[41] Geymonat, Introduzione a Schlick, Tra realismo e neopositivismo, pp. 9-10.
[42] Moritz Schlick, La svolta della filosofia, in Moritz Schlick, Tra realismo e neopositivismo (a cura di Ludovico Geymonat), Il Mulino 1974, pp. 30-31.
[43] Frank, La scienza moderna e la sua filosofia, pp. 64-65.