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La conoscenza e i suoi gradi: Platone e il mito della caverna

Il razionalismo di Platone emerge bene nella discussione della questione del Teeteto: che cos’è la scienza? La stessa dedica al matematico Teeteto dell’omonimo dialogo appunto sulla scienza è un tributo indicativo dell’insoddisfazione di Platone nei confronti dell’empirismo: la critica non si limita al solo sensismo. Nel Teeteto è così da Platone rilevato il limite anche della definizione della scienza come opinione vera od opinione vera accompagnata da ragione: se non è sensazione la scienza non è nemmeno opinione vera, che pure con ragione poi sempre opinione vera è. Federigo Enriques suggeriva nella definizione della scienza come opinione vera accompagnata da ragione, come δòξα αληθης μετα λòγου (dòxa alethès metà lògu), una formula di Democrito espressione di un razionalismo empirico prossimo al moderno razionalismo sperimentale galileiano: razionalismo empirico alternativo al razionalismo di Platone nel rispondere all’empirismo sofistico. Nel porre l’accento sull’insufficienza della stessa definizione della scienza come opinione vera accompagnata da ragione Platone esprime effettivamente l’esigenza razionalistica assoluta dell’evidenza: è l’evidenza il criterio della scienza, la quale scienza è propriamente sapere universalmente e necessariamente valido. Condizione della scienza è così per Platone il riferimento ad un ordine che trascenda la pura soggettività: è solo nell’ordine oggettivo delle idee in sé e per sé che possiamo superare il piano dell’opinione e attingere quello della conoscenza appunto scientifica; se il pensiero è dialogo dell’anima con se stessa, verità e falsità non sono infatti per noi nell’essere e nel non-essere assoluti ma nel pensiero, nel giudizio, nel discorso.

Pensieri, giudizi, discorsi si possono definire veri se dicono le cose come sono, e falsi se dichiarano una cosa esser quale non è: verità e rispettivamente falsità sono nel Sofista da Platone ricondotte alla affermazione coerente e rispettivamente incoerente di nessi tra idee; e le idee oggettive intelligibili sono le strutture della realtà; e in quanto strutture della realtà le idee rendono possibile la scienza, quale sapere di validità universale e necessaria secondo il criterio dell’evidenza, perché entrano nella conoscenza umana come condizioni della nostra pensabilità della realtà. Essere e non essere sono così da Platone nel Sofista riportati al pensiero, al giudizio, al discorso: affermare, predicare di 2 cose che la prima non è la seconda non è negare assolutamente la prima cosa annullandola nel non-essere, ma è semplicemente dire che la prima è diversa dalla seconda, che è altra cosa rispetto alla seconda; anche falso ed errore è affermazione non assoluta dell’essere di ciò che non è, ma solo di cose diverse dalle cose che sono. Nel ricondurre essere e non essere a pensiero, a giudizio, a discorso Platone propone nel Sofista l’intendimento del non essere nel senso logico di alterità, di diverso, o per l’appunto altro da, come ideale parricidio nei riguardi di Parmenide di Elea: nel sostenere l’ideale parricidio di Parmenide di Elea Platone ben attribuisce allo stesso Parmenide la paternità intellettuale della problematica propriamente filosofica; se il «venerando e terribile» Parmenide di Elea è «filosofo per davvero», pure propriamente filosofica è la scienza della dialettica; e scienza propria del filosofo la dialettica insegna ad accordare nel pensiero, nel giudizio, nel discorso le idee delle cose secondo generi e specie.

La centralità filosofica della dialettica, quale scienza che insegna a classificare per generi e specie ed a coordinare le idee in giudizi e in discorsi coerenti e per questo formalmente corretti, è in Platone ben accompagnata dalla affermazione della esigenza della educazione al pensiero. Filosofare è effettivamente saper pensare, saper ragionare: insegnando a ragionare la dialettica non può che essere strumento della filosofia; anzi per Platone educando a pensare e formando alla ragione la dialettica è filosofia, e il filosofo è il dialettico. Dialetticamente, formalmente, logicamente connotata ed essenzialmente caratterizzata la filosofia è in questo modo da Platone in generale socraticamente risolta in formazione razionale umana.

Sul razionalismo formale di Platone insisteva Federigo Enriques: se il razionalismo formale di Platone si combina col razionalismo sperimentale di Democrito nell’ideale della scienza moderna fondato da Galileo, la teoria delle idee proposta da Platone dovette esser conciliata con la realtà empirica dell’esperienza sensibile dal suo discepolo Aristotele ma senza tuttavia cogliere il senso della fisica matematica di Democrito. La dottrina delle idee è nella Repubblica da Platone chiarita allegoricamente con una bella similitudine della conoscenza umana: è il famoso mito della caverna. Platone immagina appunto una caverna in cui incatenati dall’infanzia si trovino uomini impossibilitati a voltarsi e costretti a guardare solo il fondo opposto all’ingresso; dietro brucia un fuoco lontano, e tra il fuoco e questi uomini prigionieri c’è un muro dietro il quale altri uomini trasportano gli oggetti più vari, e gli oggetti in questione si levano sopra il muro e dal muro in alto sporgendo investiti dalla luce del fuoco distante proiettano le proprie ombre di statue dalle effigi più varie sul fondo della caverna. I prigionieri della caverna di Platone sono però immobilizzati e con lo sguardo forzato sulla parete di fondo; non potranno quindi vedere altro che le ombre delle cose replicate dalle statue, e così prenderanno le ombre delle cose per realtà. Un prigioniero liberato dalle catene difficilmente sarebbe anzi subito pronto a dire di aver creduto reali semplici ombre e a convertirsi con fede alla realtà delle riproduzioni delle cose, ma condotto fuori al sole e adattatosi alla luce solare il prigioniero potrebbe poi vedere le cose stesse e guardare lo stesso sole che splende e che tutte le illumina nel mondo reale: tornato nella caverna conscio che prima della liberazione e dell’apertura all’universo degli oggetti veri conosceva un mero riflesso della realtà il nostro uomo non avrebbe vita facile a convincere i compagni rimasti imprigionati che possiedono un sapere di sole ombre; la condizione del prigioniero liberato è per Platone la condizione del filosofo, il quale ha ben appreso e vuole trasmettere agli uomini la verità che la scienza rimanda alla ragione come comprensione dell’articolarsi delle cose secondo il bene che, al pari del sole con quanto di fisico c’è al mondo, delle cose tutte illumina le idee.

Il mito della caverna è da Platone offerto per spiegare la conoscenza umana. Nella conoscenza all’opinione Platone ben affianca la scienza: in greco επιστημη, epistème. Nella opinione Platone individua poi immaginazione e fede: nell’allegoria della caverna l’immaginazione è la condizione dell’uomo sempre vincolato e costretto alle ombre, alle immagini delle cose; l’uomo libero dalle catene e rivolto alle statue che riproducono le cose potrà convincersi, acquisterà fede e crederà che le ombre, le immagini rimandano ad oggetti reali e duplicati veri delle cose del mondo sensibile. Due sono per Platone pure i momenti della scienza: ragione discorsiva ed intellezione, e nella similitudine del mito la ragione discorsiva come pensiero dei nessi tra le cose è il momento in cui l’uomo libero dalle catene è uscito dalla caverna ma non si è ancora adattato alla luce solare e così può solo vedere i riflessi delle cose illuminate dal sole; la pura intellezione coglie quindi il rapporto delle idee stesse delle cose secondo la suprema idea del bene, e nell’allegoria è rappresentata dall’uomo uscito dalla caverna e adattatosi alla luce del sole perché quest’uomo può guardare direttamente non solo le cose ma anche il sole che delle cose permette la visione.

La conoscenza diretta delle idee apre per Platone ad un pieno intendimento della realtà. Alla sensibilità è effettivamente da Platone opposta l’intelligenza; e questa opposizione in noi di due condizioni, possibilità, atteggiamenti umani è l’opposizione base del dualismo platonico di passività ed attività, ricettività e spontaneità, opinione e scienza, mondo sensibile e mondo intelligibile. Nella stessa opinione la passività, la ricettività della sensibilità è superata dall’attività, dalla spontaneità del pensiero solamente con l’intelligenza e le idee: le idee sono per Platone le forme intelligibili del giudizio che consentono la conoscenza; ed in questo senso le cose del mondo sensibile sono imitazioni e partecipano delle idee. Il richiamo di Socrate a conoscere se stessi ha così in Platone il senso che le idee in noi sono il presupposto della stessa conoscenza sensibile; scienza, dialettica e filosofia hanno poi a che fare col mondo delle idee. Come amore di sapere la filosofia è in particolare per Platone tensione a conoscere: al pari dell’amore la filosofia non è né pieno possesso né totale mancanza; nel Simposio o Convito il sapere di non sapere, la dotta ignoranza di Socrate è ben in Platone la percezione e l’aspirazione al superamento di una lacuna fondamentale rintracciabili nell’amore, nell’eros filosofo figlio di ricchezza e povertà, perché solo da un rigoglio incompiuto può sorgere il desiderio dell’armonia e della sapienza proprio rispettivamente di amore e filosofia.

L’amore all’armonia e la filosofia alla sapienza esprimono per Platone una tensione convergente dell’anima: per affrancarsi dai sensi e dal corpo l’uomo deve riscoprire la parte razionale di sé che con le proprie forme sola può permettergli di attribuire ordine ai dati empirici dell’esperienza sensibile e conferire senso al mondo fisico attraverso il mondo intelligibile delle idee; eminentemente elevando all’intelligibile la scienza, la dialettica e la filosofia costituiscono così l’ideale etico della vita teoretica che per eccellenza purifica l’anima. L’anima è da Platone nel Fedro paragonata ad un carro alato condotto da un auriga e tirato da un cavallo bianco ed uno nero: nella tripartizione auriga, cavallo bianco e cavallo nero sono rispettivamente ragione, emozione, istinto; come l’auriga guida il cocchio alato controllando ed assecondando il docile cavallo bianco e richiamando e frenando il riottoso cavallo nero, così la ragione governa l’uomo equilibrato dirigendo e valorizzando l’alta emozione e contrastando i desideri del basso istinto. Se istinto ed emozione sono parte l’uno concupiscibile e l’altra irascibile dell’anima, riconoscendo l’orgoglio razionale ed imponendosi al cieco impulso ben ordine nelle passioni può per Platone sommamente esser portato dal filosofo.

Il filosofo rappresenta la ragione; anche politicamente i filosofi non potevano per questo che avere un ruolo essenziale nello stato ideale secondo ragione ben delineato da Platone nella Repubblica. Lo stato, la comunità, la città è un’estensione dell’anima: come nelle proprie tre parti razionale, emotiva od irascibile ed istintiva o concupiscibile l’anima esprime 3 esigenze dell’uomo, così nella divisione delle funzioni nelle tre classi dei reggitori, dei militari e degli operai lo stato risponde ai 3 bisogni sociali del governo, della difesa e della produzione; a produzione, difesa e governo devono per Platone idealmente provvedere uomini nei quali prevalgono per natura rispettivamente l’anima concupiscibile, irascibile e razionale e la virtù della temperanza, del coraggio o fortezza e della sapienza, perché questi uomini saranno rispettivamente rivolti alle cose e governabili, orgogliosi e determinati, saggi e controllati. Allo stato ideale nel quale i cittadini contribuiscono alla vita della comunità secondo le loro naturali inclinazioni è da Platone attribuita la giustizia: Bertrand Russell richiamava che alla giustizia nel senso greco è connessa la idea della armonia come ordine e buon funzionamento del tutto per la corretta funzione ed il giusto ruolo di ogni parte; nello stato ideale il complesso della comunità politica deve perciò l’armonia, il buon accordo, il perfetto coordinamento allo svolgimento di ogni funzione sociale come è bene e giusto.

Centrale è nella utopia platonica della città ideale l’educazione dei reggitori dello stato: i reggitori devono essere filosofi, e la formazione filosofica è formazione al pensiero; per Platone è il pensiero, è la ragione che intende veramente, che sa che cosa è bene fare, che conosce il modello della costituzione politica, che governa l’intera comunità secondo giustizia. Bertrand Russell rilevava che come per Socrate il modo in cui Platone affronta il tema dell’educazione riflette la idea greca della ricerca: educare è insegnare a pensare da sé; la funzione più importante di un maestro non è trasmettere pure e semplici informazioni, e se è una capacità la cui acquisizione richiede molto tempo, stimoli e sollecitazioni, un buon mentore ed un grande sforzo personale il pensiero indipendente è l’essenza, lo spirito, il metodo della ricerca. Scienza, dialettica e filosofia preparano al pensiero ed alla ricerca, e quindi suscitano all’autonomia, alla verità, alla giustizia, al bene che devono presiedere al governo filosofico dello stato ideale secondo ragione; e siccome giustizia e bene sono armonia e bellezza l’anima filosofica, che dal bello sensibile del mondo fisico assurge al bello assoluto del mondo intelligibile delle idee, è per Platone dall’amore naturalmente proiettata ad armonia e bellezza, giustizia e bene, sapienza e verità.