Dopo la Grecia classica è la volta dell’epoca ellenistica; dopo Atene siamo ad Alessandria d’Egitto; dopo i sofisti, Socrate, Platone ed Aristotele arrivano Euclide e Archimede, Eratostene ed Apollonio Pergèo, Erofilo ed Erasistrato, Aristarco di Samo e poi Ipparco di Nicea. Dopo il pensiero classico la ragione greca conosce il periodo aureo delle scienze: in età ellenistica la filosofia si fa davvero scienza.
«Possiamo comunque considerare certo che i Greci che si trasferirono in Egitto ed in Mesopotamia all’epoca delle conquiste di Alessandro Magno vi trovarono un livello tecnologico superiore al proprio. La cosa è del resto del tutto naturale. Trattandosi, sia per la Grecia classica che per l’Egitto e per la Mesopotamia, di civiltà prescientifiche, in cui lo sviluppo della tecnologia avveniva essenzialmente per lenta accumulazione, i millenni durante i quali le civiltà egiziana e mesopotamica avevano accumulato conoscenze empiriche trascrivendole e tramandandole le avevano rese insuperabili, a meno di un salto di qualità metodologico… I Greci trasferitisi nei nuovi regni sorti dalla conquista di Alessandro dovevano gestire e controllare economie e tecnologie più sviluppate, alle quali non erano abituati, con la guida essenziale della propria superiore razionalità. In questa situazione nacque la scienza» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, Feltrinelli 1998, pp. 40-41).
Il pensiero ellenistico rispondeva alle nuove esigenze storiche dando vita alle scienze ed elaborando altre filosofie. Filosofie ellenistiche son così epicureismo, stoicismo e scetticismo; logica scientifica stoica, definizione pratica del cinismo, sviluppi filosofici della Accademia platonica e crisi del Liceo o Peripato aristotelico caratterizzano pure l’ellenismo.
L’ellenismo è il periodo della diffusione della civiltà greca o ellenica: per la definizione dello storico tedesco dell’Ottocento J. G. Droysen ellenismo ed età ellenistica iniziano colla morte di Alessandro Magno nel 323 a. C. e finiscono con la caduta dell’Egitto sotto Roma che nel 30 a. C. completa il dominio romano sul Mediterraneo; ellenistici sono stati pure per estensione considerati i successivi secoli imperiali romani. L’ellenismo può ritenersi esteso tra il tramonto della Grecia delle città-stato e la civiltà romana imperiale fino alla chiusura della Scuola di Atene da parte di Giustiniano nel 529 d. C. All’epoca alessandrina del primo ellenismo fa seguito il periodo ellenistico-romano aperto dall’annessione della Grecia a Roma nel 146 a. C.
«Dal 212 a. C. (distruzione di Siracusa e uccisione di Archimede) in poi i centri dell’ellenismo furono sconfitti e conquistati dai Romani. Nel corso del II secolo a. C. gli studi scientifici decaddero rapidamente. In particolare la attività scientifica ad Alessandria cessò drammaticamente nel 145-144 a. C., quando vi fu una feroce persecuzione della classe dirigente greca da parte di Tolomeo VIII (Evergete II), appena salito al trono» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata, Feltrinelli 1998, p. 28).
La divisione dell’impero di Alessandro Magno dopo la sua morte era approdata a tre regni fondamentali; uno di questi tre regni ellenistici fondamentali consisteva nello Egitto dei Tolomei, e la capitale dello Egitto dei Tolomei era la nuova città di Alessandria che Alessandro aveva fondato nel 332-331 a. C. Alessandria di Egitto fu il centro di riferimento della rivoluzione scientifica ellenistica che portò i Greci a creare la scienza.
«La civiltà ellenistica non fu prodotta soltanto dai Greci abitanti nelle regioni che avevano formato l’impero di Alessandro, ma ebbe anche il contributo delle città greche autonome, che erano distribuite in tutto il Mediterraneo. Tra i centri autonomi importanti vi furono Rodi, Siracusa e Marsiglia» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata, Feltrinelli 1998, p. 27).
Nella civiltà greca ellenistica è effettivamente ravvisabile la fioritura di un vero e proprio sapere scientifico: è ellenistica l’istanza metodica di precisare con cura e svolgere con rigore logico le premesse teoriche pure od empiriche di ogni disciplina scientifica. Per la metodica ricerca e determinazione di premesse, presupposti, condizioni di un discorso scientifico la scienza ellenistica ha carattere filosofico.
Circoscrivendo metodicamente la realtà e così nei limiti circoscritti metodicamente bene discorrendo la scienza ellenistica poté colmare il divario tra il pensiero e la tecnica: al lume della teoria era possibile un pensiero tecnico, pensiero tecnico che poteva legare la speculazione all’esperimento.
Gli sviluppi in senso puro ed il carattere osservativo-contemplativo della ragione greca si saldano in età ellenistica con la tecnica e con l’esperimento che alla tecnica rimanda. La ricomposizione ellenistica di pensiero e tecnica, di conoscere (θεωρειν, theorèin) e fare è decisiva: la scienza ellenistica offrirà un contributo fondamentale al sorgere della scienza moderna. Archimede fu così basilare nella formazione di Galileo: Archimede speculava e sperimentava, agendo sulla natura per avere dalla natura risposte a precise domande.
«Archimede aveva in definitiva mostrato (secondo la tradizione anche con esperimenti dimostrativi pubblici, ma in ogni caso con le sue opere) come la filosofia della natura fosse superabile costruendo una scienza che, attraverso la progettazione teorica, fosse profondamente legata alla tecnologia. Non basta: egli aveva perfino spiegato, nel suo trattato Sul metodo, come usasse la “intuizione meccanica” anche per trovare risultati di matematica pura, prima di dimostrarli formalmente» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata, 1996, Feltrinelli 1998, p. 115).
Se «la idea di una matematica ellenistica disinteressata alle applicazioni trova la smentita più evidente nella personalità scientifica di Archimede», «il maggior risultato della matematica applicata ellenistica nella direzione della geodesia fu la misura del meridiano terrestre ad opera di Eratostene» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata, Feltrinelli 1998, pp. 115 e 88).
La lunghezza del meridiano terrestre fu da Eratostene determinata scientificamente con un modello teorico ottico-geometrico. Fatte tutte le debite premesse il problema di Eratostene di misurare il meridiano terrestre è riconducibile a considerazioni matematiche. Assumiamo la Terra una sfera ed il meridiano terrestre una circonferenza, poi la distanza della città di Siene ovvero l’odierna Assuan da Alessandria d’Egitto un arco di circonferenza e per l’enorme spazio che lo separa dalla Terra i raggi del Sole ben tendenti alla superficie terrestre come rette parallele, Siene ed Alessandria situate sul medesimo meridiano e Siene attraversata dall’immaginaria linea tropicale, il 21 di giugno al solstizio d’estate a mezzogiorno a Siene il Sole perpendicolare coi raggi paralleli alla verticale e la conoscenza dell’estensione dell’arco di meridiano tra Siene e Alessandria. Ad Alessandria a mezzogiorno del solstizio d’estate la luce del Sole forma con una asta meridiana verticale un angolo ben misurabile considerando l’ombra prodotta dalla asta e definita esattamente dal raggio solare che passa sull’asta parallelo al raggio solare perpendicolare sopra Siene: l’angolo qui in questione è uguale all’angolo α con il vertice nel centro C della sfera e della circonferenza meridiana terrestre di raggio r; l’angolo α è ben definito dai prolungamenti della asta verticale di Alessandria e del raggio solare di Siene incidenti nel centro C. L’uguaglianza di α e dell’angolo individuato dal raggio solare sull’asta meridiana verticale di Alessandria è geometricamente assolutamente necessaria: i due angoli sono alterni interni rispetto a due rette parallele tagliate da una trasversale.
Stante la uguaglianza angolare di α con l’angolo ben misurabile ad Alessandria il meridiano terrestre m si può ricavare da una proporzione di curve ed angoli: il rapporto tra il meridiano m ed il suo arco AS Alessandria-Siene è uguale al rapporto tra l’angolo giro di 360° e la sua porzione α.
La conoscenza di α e AS permette quindi di calcolare la misura del meridiano terrestre m.
La misurazione del meridiano terrestre da parte di Eratostene era il frutto dell’approssimazione scientifica alle questioni ben emersa con la rivoluzione metodologica greca ellenistica. La rivoluzione metodologica greca ellenistica conduceva realmente alla scienza: la scienza rimanda al metodo, ed il metodo è teoria ed esperienza, matematica ed esperimento; le scienze ellenistiche erano teoriche ed empiriche, e consistevano nell’elaborazione di teorie secondo il metodo scientifico matematico e sperimentale. Lucio Russo parla quindi della rivoluzione scientifica greca ellenistica come della rivoluzione dimenticata: la scienza ellenistica ha così sostanziato la scienza moderna da produrre una rimozione della rivoluzione scientifica greca.
Il legame con la tecnologia portava il pensiero scientifico greco ellenistico a valorizzare la scienza pura; e la scienza pura ellenistica riconduce a problemi determinati e all’uso di determinati strumenti e riguarda non essenze ma relazioni funzionali.
La matematica pura ellenistica era costruttiva, e riduceva l’infinito a quantità finite superando lo horror infiniti della contemplazione greca dell’infinito potenziale.
Per concludere, «le rivendicazioni del valore della scienza pura sono così caratteristiche delle civiltà in cui la scienza assume un ruolo trainante della tecnologia che basterebbero da sole a convincerci dell’esistenza di una matematica applicata ellenistica» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata, Feltrinelli 1998, p. 113).
Anzi, «i Tolomei creano a Alessandria il Museo, cioè il primo istituto pubblico di ricerca di cui si abbia notizia… Nel Museo, a disposizione dei suoi ospiti, vi è la famosa Biblioteca… Tra le strutture scientifiche a disposizione degli studiosi del Museo era lo zoo istituito da Tolomeo II Filadelfo» (L. Russo, La rivoluzione dimenticata, p. 182-3).
Nel periodo ellenistico «filosofia diviene la matematica, la geometria, la medicina empirica, l’astronomia, la geografia, la meccanica e così via, valide in quanto di ciascuna si colgano le condizioni che ne permettano la costruzione, che le facciano divenire appunto matematica, geometria, astronomia, geografia… non è tanto che Euclide, oppure Eratostene, o Apollonio di Perga, o Archimede, abbiano fatto delle scoperte in geometria, in fisico-meccanica, in matematica, quanto che essi, determinando certi postulati di discorsi, validi entro i termini, i confini (hòroi) di quei discorsi stessi, hanno dato luogo a quella geometria, a quell’astronomia, a quella meccanica e così via. Sotto questo aspetto sembra difficile ripetere il vecchio luogo comune che, mentre Atene rimase la capitale della filosofia e della retorica, in Alessandria, al Museo, venne meno la filosofia, la quale dette il passo alle scienze particolari, alle descrizioni, alla filologia. In effetti, quelle scienze particolari, quelle descrizioni, quella stessa filologia, erano esse a costituire l’indagine filosofica… Non sembra così un caso che quelli che noi chiamiamo scienziati, che vissero, che operarono o che si formarono ad Alessandria, fossero dagli antichi chiamati filosofi» (Francesco Adorno, La filosofia antica, 1961, Feltrinelli 1991).
«Gli scienziati del periodo aureo non cercavano di stabilire la verità delle ipotesi della teoria; si trattava di assunzioni iniziali, che avrebbero potuto essere sostituite da altre, dando luogo ad una teoria diversa» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata, p. 102).
Ellenismo ed età ellenistica ben rimandano alla idea di ellenizzare o grecizzare: ellenizzazione o grecizzazione riconducono alla impresa imperiale di Alessandro Magno. Della spedizione orientale di Alessandro fu parte pure lo stesso primo filosofo scettico: Pirrone di Elide (365-275 a. C.).
Ad Elide nel Peloponneso Pirrone fece scuola dal 323 a. C. dopo la esperienza asiatica al seguito di Alessandro il Grande, un’esperienza significativa di altre culture e dell’ascetismo indiano.
Fu il proprio discepolo Timone di Fliunte (325-230 a. C.) a consegnare alla parola scritta l’insegnamento di Pirrone di Elide. Da Pirrone “pirronismo” è sinonimo di scetticismo: lo scetticismo si caratterizza per l’istanza antispeculativa e il richiamo dei limiti del nostro umano sapere; al dogmatismo lo scetticismo oppone così la coscienza critica delle effettive possibilità conoscitive dell’uomo, per il quale nessuna acquisizione può ben dirsi assoluta ed ogni sforzo di comprensione razionale è necessariamente incerto della capacità di attingere la realtà stessa, di cogliere la essenza delle cose, di guadagnare la verità. “Scetticismo” rimanda a “ricerca”, e da dubbio e ricerca lo scetticismo antico arriva alla critica scientifica: «La ragione per Carneade non è costruttiva. I principi della dimostrazione sono ipotesi… Tuttavia, distrutta ogni certezza, rimane sempre un valore probabile delle conoscenze che si basino sulla rappresentazione sensibile e tanto più se si diano catene di rappresentazioni legate fra loro da un sistema logico» (Federigo Enriques e Giorgio Diaz de Santillana, Compendio di storia del pensiero scientifico, 1936, Zanichelli 1978, p. 201).
Il dubbio scettico fa ben questione del metodo della conoscenza e del criterio della verità; nei primi scettici c’è però «un interesse morale che risponde al bisogno dei tempi» (F. Enriques, Compendio di storia del pensiero scientifico, p. 199). Lo scetticismo di Pirrone di Elide traeva bene le conseguenze etiche dell’incertezza teoretica: l’uomo non può proiettarsi fino alla vera essenza della realtà; indifferenti e muti rispetto alla realtà in sé dobbiamo così essere sempre aperti alle cose ma imperturbabili nel nostro difetto strutturale di conoscenza.
Il pirronismo continua nella scettica Accademia media con Arcesilao e Carneade per poi riprendere con i neoscettici Enesidemo, Agrippa e Sesto Empirico: «lo scetticismo, dice il Brochard, è come un fiume che si nasconde sotto terra per riapparire lungi dal luogo ove è sparito» (F. Enriques, Compendio di storia del pensiero scientifico, p. 200).
Federigo Enriques rimarcava dopo Aristotele la affermazione delle scienze particolari accompagnata dalla separazione della filosofia dall’indagine scientifica: le scuole filosofiche epicurea e stoica hanno interessi morali, e la loro etica è individuale; ma l’esigenza di offrire all’etica un fondamento riconduceva ad una scienza della natura, e in questo modo si tornava alle idee dei fisiologi presocratici e precisamente all’atomismo di Democrito con Epicuro e alla fisica di Eraclito con gli stoici.
Federigo Enriques rilevava la mancanza di spirito scientifico da parte di Epicuro: l’assenza di intelletto matematico fa volgere Epicuro all’empirismo; il razionalismo sperimentale del maestro Democrito è effettivamente da Epicuro assunto senza filtri matematici e pertanto con l’esigenza di evidenza diretta. Enriques richiamava in questo senso l’incapacità di Epicuro ad intendere il movimento degli atomi in assenza di una forza secondo il principio di inerzia: la forza che muove gli atomi è ben per Epicuro il loro peso, ed il peso fa cadere gli atomi con la stessa velocità lungo la verticale dall’alto in basso; la possibilità degli urti con i quali dagli atomi si determinano corpi e fenomeni è così da Epicuro spiegata con una deviazione dalla verticale o lucrezianamente clinamen degli atomi cadenti, ed il clinamen rompe la necessità delle leggi del peso e la fatalità naturale incontrandosi con l’istanza etica della libertà individuale.
Federigo Enriques osservava che solo gli stoici recepiscono pienamente il determinismo universale democriteo dagli epicurei inficiato col clinamen: l’uomo non può sottrarsi alla necessità delle cose; saggezza è così volere l’inevitabile. Enriques precisava il determinismo universale degli stoici sottostare nondimeno a finalità buone in sé: il vitalismo stoico impone il finalismo o teleologismo al meccanicismo democriteo; la subordinazione di ogni cosa al bene rende la necessità provvidenziale.
Al tema della provvidenza è naturalmente legata la questione della libertà dell’individuo. L’individualismo filosofico ellenistico portava avanti le istanze dei cosiddetti socratici minori. La riduzione cirenaica aristippea del bene e fine dell’uomo al piacere era eticamente così sviluppata da Epicuro (341-271 a. C.).
Nato a Samo ma oriundo ateniese Epicuro aprì ad Atene la scuola del Giardino nel 306 a. C. «Epicuro… sente tutto il valore della scienza e della mentalità scientifica, come una liberazione dalle superstizioni e dai pregiudizi… Avere compreso, almeno in uno dei suoi aspetti fondamentali, il valore etico e filosofico della scienza non importa tuttavia intendere veramente la scienza» (F. Enriques e G. de Santillana, Compendio di storia del pensiero scientifico, pp. 188-189).
Il Giardino di Epicuro non era una scuola scientifica ma etica: la filosofia di Epicuro è una filosofia morale, e in morale conta la coerenza tra il dire e il fare; Epicuro ben meritò in questo senso la fedeltà dei seguaci del Giardino od epicurei. Secondo la tripartizione ellenistica della filosofia in Epicuro logica e fisica sono le premesse scientifiche dell’etica: la logica e la fisica sono funzionali alla etica; l’etica ricerca la via alla felicità come fine dell’uomo.
La fisica vuol bene determinare fondatamente come è fatto il mondo, la logica si occupa del criterio o canone della verità per un sapere umano fondato: per Epicuro la conoscenza si basa sulla sensazione, e la sensazione ci apre alla realtà fisica proiettandoci nel mondo materiale dei corpi; la filosofia acquista il suo senso morale colla coscienza etica che corpo e sensazione esauriscono l’essere delle cose.
Nella Lettera a Meneceo Epicuro esorta all’idea della morte dimensione dell’assenza sensibile incapace di far male e non temibile in questo senso: «Abituati a pensare che nulla è per noi la morte, poiché ogni bene e ogni male è nella sensazione, e la morte è privazione di questa. Per cui la retta conoscenza che niente è per noi la morte rende gioiosa la mortalità della vita; non aggiungendo infinito tempo, ma togliendo il desiderio dell’immortalità. Niente c’è, infatti, di temibile nella vita per chi è veramente convinto che niente di temibile c’è nel non vivere più. Perciò stolto è chi dice di temere la morte non perché quando c’è è dolorosa ma perché addolora l’attenderla; ciò che, infatti, presente non ci turba, stoltamente ci addolora quando è atteso. Il più terribile dunque dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c’è la morte, quando viceversa c’è la morte noi non siamo più. Non è nulla, dunque, né per i vivi né per i morti, perché per quelli non c’è, questi non sono più. Ma i più, nei confronti della morte, ora la fuggono come il più grande dei mali, ora come cessazione dei mali della vita la cercano. Il saggio invece né desidera la vita né teme la morte; perché né è contrario alla vita, né reputa un male il non vivere» (Epicuro, Opere, Einaudi 1960, a cura di Graziano Arrighetti).
In un mondo di semplici corpi gli stessi dei sono entità superiori ma disinteressate all’uomo: divinità, morte e ogni motivo di paura sono per Epicuro da noi uomini superabili con la nostra umana ragione; è la ragione che ci riporta alla realtà della esperienza materiale come solo orizzonte umanamente certo, e nel confronto necessario con la esistenza fisica la saggezza è sapersi regolare in una vita sensibile al piacere e al dolore della corporeità. Emerge in questo senso l’istanza fondamentale di libertà del pensiero di Epicuro: ragione, filosofia e scienza sono strumenti di affrancamento dell’uomo, ma l’uomo non può sottrarsi alle passioni e alle paure irrazionali per chiudersi nella gabbia del destino filosofico e della necessità scientifica fisica; ecco quindi nello atomismo epicureo il clinamen lucreziano, ed in questo modo per dirla ripetendo Dante il mondo realmente a caso pongono «con Epicuro tutti suoi seguaci, che l’anima col corpo morta fanno» (Dante Alighieri, La divina commedia, Inferno, X, 14-15).
In una realtà materiale tutta fatta d’aggregati atomici portando il caso tra gli atomi democritei la difesa epicurea della libertà prendeva bene le distanze dalla provvidenza necessitante degli stoici.
Alle sue speculazioni sull’ordine finale e fatale del tutto lo stoicismo affiancava gli stessi fondamentali interessi logici: delle tre parti della filosofia se l’etica rimanda alla fisica, la fisica riconduce alla logica; se la fisica da conoscenza diviene interpretazione metafisica del mondo, la logica stoica considera il criterio della verità ripensando proposizioni e significato ed approfondendo la psicologia. Al criterio stoico delle “fantasie catalettiche” quali rappresentazioni evidenti e vere della realtà lo scetticismo opponeva la “sospensione del giudizio” od “epochè” rinnovando il pirronismo nella Accademia platonica con Arcesilao di Pitane (315-240 a. C.).
Nella parabola dell’antico stoicismo il criterio di verità dell’assenso all’evidenza empirica nemmeno dimenticava la ragione: la ragione ordinatrice interviene in ogni nostra esperienza, la nostra ragione è soggettivamente la mente attiva della conoscenza umana e nell’uomo giudica e domina; la ragione degli uomini è la scintilla del principio vitale razionale che regge l’universo secondo una necessità cosmica finalizzata al bene. Ecco così la riduzione etica della libertà al dovere da parte dello stoicismo o Stoa o Stoà: “Stoà” è in greco “Portico”, e nel Portico dipinto da Polignoto insegnava a Atene il fondatore verso il 300 a. C. della scuola stoica ovvero Zenone di Cizio (332-262 a. C.); allo stoicismo antico appartengono inoltre anche sia Cleante di Asso (304-232 a. C.) che Crisippo di Soli (281-204 a. C.) ben considerato il secondo fondatore dello Stòa, e con la sistemazione teorica sintattica e semantica crisippea della logica lo stoicismo s’inseriva nella rivoluzione scientifica ellenistica.
«Euclide ed Archimede… non furono isolati ed incerti precursori di una forma di pensiero che unicamente nel XVII secolo d. C. sarebbe rigogliosamente fiorito. Furono al contrario due esponenti di spicco di una vasta schiera di raffinati e avanzatissimi scienziati: da Erofilo, fondatore della medicina scientifica, a Eratostene, primo matematico che riuscì a fornire una misura straordinariamente precisa della lunghezza del meridiano terrestre, da Aristarco di Samo, lo ideatore della astronomia eliocentrica, ad Ipparco, anticipatore della dinamica moderna e della teoria della gravitazione, da Ctesibio, lo abilissimo costruttore di strumenti meccanici e idraulici, al naturalista e filosofo Crisippo» (Marcello Cini, Prefazione a Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, 1996, Feltrinelli 1998, p. 8).
Dopo Aristotele la affermazione degli interessi scientifici particolari apriva il razionale, puro e contemplativo spirito filosofico greco alla speculazione teorica; chiamata a cimentarsi con le esigenze concrete della vita e ben sostenuta materialmente in epoca ellenistica la mente filosofica greca poteva così rompere completamente colle essenze ed elaborare vere teorie scientifiche per un inquadramento relazionale delle cose. In matematica, in astronomia, fisica, medicina la scienza ellenistica era dunque un sapere di teorie per spiegare o “salvare” i fenomeni e per procedere operativamente: nemmeno la più decisa ostilità politica nei confronti degli intellettuali greci in Alessandria d’Egitto a metà del II secolo a. C. vide il crollo immediato delle conoscenze ellenistiche ed il declino del metodo scientifico introdotto dai Greci ellenistici e ripreso dalla scienza moderna.
Scriveva il filosofo scozzese del Settecento Thomas Reid nei Saggi sui poteri intellettuali dell’uomo del 1785: «In matematica la sofisticheria non trovò spazio fin dal principio, perché i matematici ebbero bene l’accortezza di definire accuratamente i termini che usano e di porre come assiomi i primi principi base del loro ragionamento. Così tra i matematici non troviamo fazioni, e difficilmente dispute». Le parole con cui Reid prosegue dicono il significato scientifico del recupero galileiano della via ellenistica della teoria: «In filosofia naturale non v’era meno sofisticheria, disputa e incertezza che nelle altre scienze finché, un secolo e mezzo fa, questa scienza non iniziò ad essere costruita sul fondamento di definizioni chiare ed assiomi autoevidenti. Da allora, come bagnata da rugiada celeste, si è sviluppata velocemente; le dispute sono cessate, la verità ha prevalso e la scienza ha progredito di più in due secoli che nei duemila anni precedenti».
Non consolidata in sicura tradizione la scienza ellenistica pian piano decadde e finì incapace di interpretare e riconoscere le sue conquiste: nello incontro di culture la mentalità pratica dei Romani, ai quali «basta prendere quello che la scienza greca può dare… di cognizioni utili… senza perdersi nella critica dubitante dei filosofi» (F. Enriques, Compendio, p. 203), non poté che assecondare questa tendenza.
La nascita della scienza in età ellenistica ben mostra la produttività della contemplazione razionale pura rispetto alle esigenze operative. Come pura contemplazione la ricerca razionale filosofico-scientifica si incontra alla radice con arte e religione: «il bisogno di contemplare la verità per se stessa è nella sua essenza bisogno di contemplazione artistica» (Federigo Enriques); «la scienza senza la religione è zoppa, la religione senza la scienza è cieca» (Albert Einstein).