La speculazione filosofico-scientifica greca è passione ed impegno puro e disinteressato. Si vuol che al tale che lo interrogava sull’utilità della propria geometria Euclide d’Alessandria abbia risposto con un obolo; e si dice che al re Tolomeo di Egitto che gli chiedeva se c’era un modo più facile per introdursi alla geometria lo stesso Euclide ben ribattesse “Non vi sono vie regie in matematica”. Archimede di Siracusa è ricordato così assorbito dalla ricerca «da scordarsi persino di mangiare e di curare il proprio corpo. Spesso, quando i servitori lo trascinavano a viva forza nel bagno per lavarlo ed ungerlo, egli disegnava sulla cenere della stufa alcune figure geometriche; e appena lo avevano spalmato di olio, tracciava sulle proprie membra delle linee col dito» (Plutarco, Vite parallele, Vita di Marcello, Mondadori 1981). All’atteggiamento teorico e speculativo greco si opponeva l’approssimazione pratica ed utilitaria romana.
La distanza tra lo spirito pratico dei Romani e la propensione teoretica dei Greci può ritrovarsi nel soldato romano che durante la conquista di Siracusa uccide Archimede assorto nella contemplazione geometrica ed appena proferente il suo famoso Noli turbare circulos meos, “Non disturbare i miei cerchi”: «Per una malaugurata circostanza lo scienziato si trovava da solo in casa e stava considerando una figura geometrica, concentrato su di essa, oltre che con la mente, con gli occhi, tanto da non accorgersi che i Romani invadevano e conquistavano la città. Ad un tratto entrò nella stanza un soldato e gli ordinò di andare con lui da Marcello. Archimede rispose che sarebbe andato dopo aver risolto il problema e messa in ordine la dimostrazione. Il soldato si adirò, sguainò la spada e lo uccise» (Plutarco, Vite parallele, Vita di Marcello, Mondadori 1981).
Nel loro Compendio di storia del pensiero scientifico del 1936 Federigo Enriques e Giorgio de Santillana rimarcavano lo spirito dei Romani mai appassionato dalla scienza in sé quale spettacolo disinteressato della natura: «Il contributo specifico ben recato da Roma alla scienza greca alessandrina è stato pressoché nullo» (Giulio Preti, Storia del pensiero scientifico, Mondadori 1975, p. 91).
Con la conquista romana della Grecia la scienza poté ritagliarsi uno spazio per l’interesse tecnico-pratico.
Da tecnica e pratica la astratta mente greca aveva saputo elevarsi al pensiero filosofico-scientifico. I Greci avevano coltivato la scienza per il valore intrinseco del sapere: la razionalità pura greca era ben stata capace di produrre gli strumenti intellettuali per un incontro scientifico con le esigenze materiali e l’esperienza.
Il patrimonio culturale teorico filosofico-scientifico greco si offriva ai pratici Romani.
L’interazione di civiltà greca e romano-latina determinava una nuova temperie filosofico-scientifica. Se cristianesimo ed elemento religioso si faranno poi sempre più strada e la riflessione nella fede diverrà più tardi dimensione del pensiero antico e forma del pensiero medievale, il pensiero greco si faceva così greco-latino.
L’età imperiale romana inizia dopo la caduta dell’Egitto nella terza parte del I secolo a. C. L’epoca ellenistico-romana risale tuttavia alla riduzione della Grecia a provincia di Roma nel 146 a. C. Data esattamente 156-155 a. C. l’ambasceria filosofica ateniese a Roma dell’accademico scettico Carneade cogli scolarchi di Liceo e Stoà. Roma aveva già ben avuto contatto con il pensiero greco espandendosi in Magna Grecia e conquistando la Sicilia nel III secolo a. C. La immediata reazione alla filosofia era in Roma giunta nel 161 a. C. a bandire filosofi e retori greci; dopo il 146 a. C. la Grecia sconfitta doveva però conquistare culturalmente Roma vincitrice. Dalla metà del II secolo a. C. nel mondo romano il filoellenismo del Circolo degli Scipioni prevaleva quindi sull’antiellenismo di Catone Il Censore.
M. P. Catone il Censore (234-149 a. C.) dà avvio allo enciclopedismo tecnico-pratico latino; all’innovazione filosofica greca Catone oppone la tradizione. All’incontro di tradizione e innovazione è riconducibile l’affermazione romana dello stoicismo. Con Panezio di Rodi (185-110 a. C.) a metà II secolo a. C. lo stoicismo si sviluppa in senso eclettico e romano; a questo medio stoicismo appartiene pure l’allievo di Panezio stesso Posidonio di Apamea (135-51 a. C.). L’eclettismo filosofico caratterizza bene l’epoca ellenistico-romana: secondo l’etimo greco “eclettismo” rimanda a “scelta”, e dunque l’eclettico sceglie da varie fonti gli elementi funzionali al proprio discorso; è in questo senso eclettico il discorso pratico, che non vuole sapere di differenze teoriche, e per l’atteggiamento pratico eclettica la filosofia romana. Rappresentante del pensiero eclettico romano è l’oratore, uomo politico e scrittore latino del I secolo a. C. Marco Tullio Cicerone (106-43).
Cicerone è il grande divulgatore romano del pensiero greco: espone con chiarezza la filosofia e ben rende in latino il senso filosofico delle espressioni greche; «cercava di trasporre nella lingua romana ognuno dei termini ellenici che si usano in dialettica o in fisica… si ingegnò di comporre… nuovi vocaboli» (Plutarco, Vite parallele, Vita di Cicerone, Mondadori 1981).
Delle proprie opere filosofiche Cicerone stesso diceva: «sono trascrizioni; richiedono meno fatica, perché reco soltanto le parole, di cui non manco». Le idee greche sono da Cicerone ecletticamente scelte secondo il criterio pratico del consensus gentium, del consenso delle genti o consenso generale o senso comune, per una sintesi filosofica umanistica romana.
Romana è la stessa grande erudizione del reatino Marco Terenzio Varrone (116-27): a Varrone risalgono nel I secolo a. C. i Disciplinarum Libri IX. I novem libri delle Disciplinae di Varrone Reatino son dedicati a ciascuna delle arti liberali: le arti liberali sono le discipline degne dell’uomo libero che diverranno le 7 materie complessive di trivio e quadrivio tradizionali; a grammatica, retorica e logica-dialettica dello umanistico trivio ed aritmetica, geometria, astromonia-astrologia e musica dello scientifico quadrivio Varrone ben affiancava medicina ed architettura. Con le Discipline Marco Terenzio Varrone rinnovava l’enciclopedia latina.
Da Catone Il Censore a Varrone Reatino la cultura romana si era sempre più ellenizzata: emblematico l’emergere dell’epicureismo; tra le filosofie greche ellenistiche l’epicureismo non era incline all’eclettismo congeniale alla mentalità pratica latina. Dell’interesse romano per il pensiero greco già nel 155 a. C. noi ben leggiamo in Plutarco di Cheronea, Vita di Marco Catone: «… giunsero ambasciatori a Roma da Atene il filosofo accademico Carneade e lo stoico Diogene… I giovani romani che più amavano le discussioni filosofiche si gettarono immediatamente sui due ambasciatori, si raccolsero attorno ad essi ed ascoltarono ammirati i loro insegnamenti. La grazia di Carneade specialmente, che aveva un fascino irresistibile e fama non minore, conquistò larghe e devote masse di discepoli. Come una folata di vento mise a rumore tutta la città. Si sparse la voce che un elleno straordinario e portentoso, il quale sapeva incantare e soggiogare chiunque, aveva infuso nei giovani una violenta passione: essi avevano abbandonato gli altri piaceri e passatempi per darsi come invasati alla filosofia… Roma ascese alla massima potenza proprio quando si familiarizzò con la scienza e la cultura ellenica in ogni loro aspetto» (Plutarco, Vite parallele, a cura di Carlo Carena, Mondadori 1981).
Dopo essersi continuato in Grecia l’epicureismo risorse in Italia nel I secolo a. C.
All’epicureismo ben contribuì il poeta latino del I secolo a. C. Tito Lucrezio Caro (98-54): Lucrezio scrive il De rerum natura, La natura delle cose; e della filosofia fa poema.
Lucrezio espone razionalisticamente e pessimisticamente il pensiero di Epicuro: colla poesia vuol emotivamente far passare le idee epicuree da possibilità intellettuali astratte a realtà sensibili concrete.
Col riformarsi del Giardino di Epicuro ad Atene e con le espressioni filosofiche e manifestazioni di pensiero dell’età dell’Impero romano l’epicureismo fu ben vivo e vitale fino al III secolo d. C. Nel IV secolo la scuola epicurea s’era però esaurita. La riscoperta di Epicuro si avrà con l’Umanesimo: nel 1417 l’umanista valdarnese Poggio Bracciolini porta in Italia una copia del De rerum natura di Lucrezio; e con Lucrezio rinasce Epicuro.
Con il clinamen di Lucrezio stesso Epicuro era il filosofo del caso. Al caso epicureo ben si contrapponeva la necessità stoica. Al tema della necessità guardò anche il neostoicismo: dopo l’eclettismo della media Stoà l’ultima filosofia del Portico riprendeva lo stoicismo antico. Il pensiero neostoico è romano e si sviluppa nell’epoca dell’Impero nei secoli I-II d. C. con Seneca, Epitteto e Marco Aurelio.
Lucio Anneo Seneca (5 a. C. – 65 d. C.) declina lo stoicismo in senso etico individuale: Roma imperiale non era più la Roma repubblicana della humanitas civile romana. A Seneca si devono pure le scientifiche Naturales quaestiones del 63: da stoico Seneca si rifà a Posidonio di Apamea, ma è tuttavia attento e rigoroso. L’interiorità personale è centrale in un altro filosofo neostoico: l’Epitteto (55-135) eponimo del Manuale dello storico Arriano. Per Epitteto dobbiamo rassegnarci alle cose che non sono in nostro potere per concentrarci su quanto invece dipende dalla nostra volontà: è l’unica chiave della felicità umanamente possibile. Epitteto influì sull’ultima voce neostoica: l’imperatore romano Marco Aurelio Antonino (121-180 d. C.). Per Marc’Aurelio la filosofia scaturisce dalla riflessione rivolta a se stesso: A se stesso o Ricordi è il titolo della raccolta di pensieri di Marco Aurelio. Con Marco Aurelio finì poi nel III secolo lo stesso stoicismo.
Allo stoicismo si era opposto lo scetticismo: nel II secolo a. C. con Carneade (219-129) l’Accademia platonica ben sviluppava l’indirizzo scettico dovuto ad Arcesilao di Pitane; Carneade rilevava il dogmatismo stoico ma affermava l’idea scettica probabilistica. All’eclettismo dogmatico accademico successivo nel I secolo a. C. si contrapponeva il pirronismo del neoscettico Enesidemo di Cnosso. Tra i secoli I a. C. e I d. C. con Enesidemo ed Agrippa lo scetticismo definiva i “tropi” o modi della propria argomentazione. Nel III secolo d. C. la tradizione scettica antica terminava però con Sesto Empirico (180-230): il neopirronista Sesto Empirico era medico empirico, ed offre una sintesi dello scetticismo secondo esperienza, pratica e senso comune.
Nel III secolo d. C. al tramonto delle filosofie ellenistiche si accompagna una crisi della razionalità che compromette lo spirito scientifico e volge la scienza all’irrazionale, al mistico, al magico.
Dopo lo sviluppo ed un secolo e mezzo di straordinario fulgore in epoca alessandrina già nel periodo ellenistico-romano la scienza era andata declinando: in età imperiale la affermazione della praticità romana sulla speculazione greca sfocia nella decadenza del pensiero scientifico.
Ad Augusto era dedicato il De architectura del suo contemporaneo Vitruvio: il De architectura è il manuale tecnico di un tecnico, l’opera per architetti di un architetto; per Vitruvio l’architettura ben richiede ratiocinatio e fabrica, presuppone teoria e pratica, e la pratica è lavoro manuale e con le macchine. Sotto Augusto e Tiberio vive l’enciclopedico latino Aulo Cornelio Celso: Celso scrive di medicina ma non è un medico, e quindi non può rifarsi alla pratica o fabrica personale ma deve riferirsi soltanto alla teoria o ratiocinatio. Enciclopedica è poi la Naturalis historia di Plinio il Vecchio (23-79 d. C.): Plinio dedicava questa sua Storia naturale all’imperatore Tito, e la rivolgeva all’utile umano; ma la Naturalis Historia di Plinio è pure l’opera di un erudito e ha carattere pratico e compilatorio, e così per botanica e zoologia è «fuori luogo cercare in questo aggregato di descrizioni giustapposte di piante e di animali una traccia quale che sia delle grandi leggi biologiche intuite dagli scienziati greci» (Pierre Brunet, Le scienze nell’Antichità e nel Medioevo, in Storia della scienza, a cura di Maurice Daumas, Laterza 1976).
In età imperiale la scienza vive in genere dei vecchi lumi: i semi della speculazione greca danno ancora frutti scientifici, tuttavia il pensiero filosofico-scientifico deve pure fare i conti con il diffuso dogmatismo religioso contrario alla libera indagine razionale.
Al misticismo religioso volgeva il neopitagorismo, il quale affermava il carattere rivelato della filosofia e divinizzava Pitagora: nel I secolo d. C. Apollonio di Tiana sarebbe l’autore della Vita di Pitagora; nel III secolo Flavio Filostrato fece di Apollonio stesso il “Cristo pagano”. Neopitagorico è poi il matematico del I-II secolo d. C. Nicomaco di Gerasa, il quale compose l’opera Introductio arithmeticae: nel trattare filosoficamente di aritmetica Nicomaco di Gerasa «rinuncia a servirsi delle considerazioni geometriche» (Pierre Brunet, Le scienze nell’Antichità e nel Medioevo, in Storia della scienza, a cura di Maurice Daumas, Laterza 1976). Con il filosofo del I-II secolo dopo Cristo Numenio di Apamea il neopitagorismo si incontrava quindi con il platonismo medio.
Il medioplatonismo si pone sulla via che porta al pensiero cristiano e alla filosofia neoplatonica, si colloca tra Platone e Plotino. Medioplatonismo e neopitagorismo sono fonti degli stessi filosofico-religiosi corpus hermeticum ed Oracoli caldaici. Se il cinismo era oramai solamente pratico, nell’età dell’Impero romano alla lettura platonica d’Aristotele contrastava l’aristotelismo del peripatetico scolarca del Liceo Alessandro di Afrodisia: Alessandro d’Afrodisia è il gran commentatore aristotelico del II-III secolo d. C. al quale è dovuta l’interpretazione della dottrina aristotelica dell’intelletto secondo l’idea che atto ed attività non appartengano all’anima individuale, semplicemente potenziale, passiva, materiale e quindi mortale.
L’età dell’Impero romano conosce sviluppi scientifici interessanti ed influenti.
Dal I al V secolo d. C., da Erone ad Ipazia per Tolomeo e Galeno, Diofanto e Pappo si ha la rinascita imperiale dell’interesse scientifico: «La sopravvivenza del ricordo della scienza ellenistica fu assicurata da una serie di “rinascimenti” che, in aree geografiche diverse, riaccesero in alcuni periodi l’interesse per le antiche conoscenze» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata, Feltrinelli 1998, p. 285).
La rinascita scientifica imperiale rivede punto di riferimento Alessandria d’Egitto. Ad Alessandria di Egitto nel I secolo d. C. fiorisce Erone: ingegnere meccanico Erone d’Alessandria è ben erede della scienza ellenistica alessandrina. «Erone cita spesso scienziati del primo ellenismo (ad esempio Archimede, Ctesibio e Filone di Bisanzio)… Il livello della scienza dei primi due secoli della nostra era, per quanto basso rispetto a quello del primo ellenismo, è molto alto se misurato con il metro dei periodi successivi» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata, Feltrinelli 1998, pp. 147 e 233).
Rispetto al primo ellenismo alessandrino in epoca imperiale la scienza è metodologicamente inferiore. Nel II secolo d. C. all’alessandrino Claudio Tolomeo (100-178) si deve la Sintassi matematica della astronomia o Almagesto. Il sistema astronomico tolemaico era geocentrico: al geocentrismo ed alla fisica aristotelica Tolomeo affianca Ipparco di Nicea e la scienza ellenistica; «anche in astronomia non interessa più sapere come costruire le teorie, ma solo come usarle» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata, Feltrinelli 1998, p. 261). Nella caduta teorica la scienza antica si chiude con Ipazia linciata dai cristiani nel 415.
L’uccisione di Ipazia di Alessandria è emblematica del sopravvento della religione sul pensiero razionale filosofico-scientifico nella tarda età imperiale.