… i Greci che si trasferirono in Egitto e in Mesopotamia all’epoca delle conquiste di Alessandro Magno vi trovarono un livello tecnologico superiore al proprio. La cosa è del resto del tutto naturale. Trattandosi, sia per la Grecia classica che per l’Egitto e la Mesopotamia, di civiltà prescientifiche, in cui lo sviluppo della tecnologia avveniva essenzialmente per lenta accumulazione, i millenni durante i quali le civiltà egiziana e mesopotamica avevano accumulato conoscenze empiriche trascrivendole e tramandandole le avevano rese insuperabili, a meno di un salto di qualità metodologico… I Greci trasferitisi nei nuovi regni sorti dalla conquista di Alessandro dovevano gestire e controllare economie e tecnologie più sviluppate, alle quali non erano abituati, con la guida essenziale della loro superiore razionalità. In questa situazione nacque la scienza
Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna (1996), Feltrinelli 1998, pp. 40-41
Nella storia del pensiero l’espressione “Rivoluzione scientifica” vuole designare il processo alla base della “scienza moderna”:
Nella storia della filosofia e in quella della scienza il termine Rivoluzione scientifica viene impiegato… per indicare il grande mutamento nei quadri del pensiero, nelle teorie scientifiche, nelle pratiche della tecnologia e del controllo della natura che ebbe luogo fra l’età di Niccolò Copernico e quella di Isaac Newton (fra la metà del Cinquecento e i primi anni del Settecento)… Nell’età compresa fra il De revolutionibus di Copernico e i Principia di Newton giunsero a maturazione idee e temi che sono inestricabilmente connessi alla “scienza” e che consentono di accentuare gli elementi di discontinuità con le età precedenti, di farci rendere conto che nacquero allora alcuni fra gli elementi decisivi ed essenziali di ciò che siamo soliti chiamare modernità[1].
Il complesso “movimento scientifico” da Copernico a Newton appare alle “origini” della “modernità”: «… [la] Rivoluzione scientifica… resta, nel bene e nel male, alle radici della civiltà moderna»[2].
Temperandone la nuova fiducia nelle possibilità con la coscienza dei limiti la Rivoluzione scientifica cinque-secentesca con la quale nasce la scienza moderna appare rinnovare uno “sforzo conoscitivo” ben commisurato all’uomo: ridottosene l’orizzonte alla natura e all’uomo con la Rivoluzione scientifica del Cinque-Seicento il “sapere umano” si fa “costruzione aperta” di un “discorso razionale controllato” che in un libero confronto “risolve” ogni “suggestione antropomorfica”. “Preludio” al passaggio dal “mondo statico” medievale al “dinamismo naturale” rinascimentale l’Umanesimo riporta al centro l’uomo: staccandosi dal Medioevo l’Umanesimo sembra oramai avvertire l’antichità altra da sé e voler recuperare la ricchezza “sorgiva” della cultura antica in funzione del presente e del futuro. Per il nuovo spirito umanistico-rinascimentale il sapere umano è un prodotto storico e la costruzione della conoscenza richiede un metodo: alla umanistica filologica consapevolezza storico-filosofica appare accompagnarsi l’idea di una “rifondazione culturale”. Il confronto con l’età antica e con gli altri periodi non può naturalmente far dimenticare il significato storico del Medioevo e tutti i motivi di interesse della cultura medioevale.
Si può dire che una ricerca scientifica “pura” inizia con la filosofia: nel pensiero occidentale l’indagine naturalistica appare centrale. I primi pensatori tentano una spiegazione razionale dell’intera realtà naturale. La ricerca filosofico-scientifica dei “principi di tutte le cose” sembra ben documentare la “vocazione all’astrazione” della filosofia. Se la riflessione sulla “natura” della Scuola di Mileto può approdare all’indefinito di Anassimandro la crisi della “aritmo-geometria” apre alla “tradizione pitagorica” le possibilità della “matematica pura”. Ai tempi di Platone lo sviluppo di matematica ed astronomia pare tale da orientare la filosofia alla distanza critica dalla “scienza”. Con gli stessi Eleati la filosofia sembra cominciare a profilarsi sullo sfondo delle conoscenze. La stessa radicalità e la paradossalità del discorso eleatico appaiono ben riconducibili alle fondamentali acquisizioni matematiche pitagoriche: nella propria “estensione” la onnipervasiva “materia” dei monisti presocratici diviene ineludibile e gli argomenti zenoniani postulano un punto senza dimensioni.
Nel riorientamento del pensiero la “risposta naturalistica” all’aporia eleatica sembra convergere nella ricerca atomistica delle condizioni di una approssimazione scientifica:
Il moto è reso possibile dallo spazio vuoto che s’interpone fra gli atomi… L’obiezione logica di Parmenide contro il vuoto, che il non-essere non può esistere, venne semplicemente ignorata per restar d’accordo coll’esperienza. Dal nostro punto di vista moderno noi vorremmo dire che lo spazio vuoto fra gli atomi nella filosofia di Democrito non era il nulla; esso fu il veicolo della geometria e della cinematica, rendendo possibili le varie sistemazioni ed i movimenti degli atomi. Ma la possibilità dello spazio vuoto è sempre stato nella filosofia un problema controverso… Gli atomi di Democrito erano tutti della stessa sostanza, dotata della proprietà di essere, ma avevano grandezze e forme diverse. Essi vennero perciò raffigurati come divisibili in senso matematico e non in senso fisico. Gli atomi potevano muoversi e potevano occupare diverse posizioni nello spazio. Ma non avevano altre proprietà fisiche. Non avevano né colore né odore né gusto. Le proprietà della materia che percepiamo con i sensi si suppone che siano prodotte dai movimenti e dalle posizioni degli atomi nello spazio. Come con le stesse lettere dell’alfabeto si possono scrivere sia una tragedia che una commedia, così la moltitudine degli eventi di questo mondo può venir realizzata dagli stessi atomi attraverso diverse guise di ordinamento e di movimento. La geometria e la cinematica, rese possibili dal vuoto, si dimostrarono, in qualche modo, come ancora più importanti del puro essere. Vien riferita una citazione di Democrito: «Pura apparenza il colore, pure apparenze il dolce e l’amaro. Solo gli atomi e lo spazio vuoto hanno una esistenza reale»… Sembra che Leucippo abbia creduto in un determinismo completo giacché è noto aver egli detto: «Nessuna cosa accade senza ragione, ma tutte accadono per una ragione e di necessità»… Le idee fondamentali della teoria atomica vennero assunte e in parte modificate da altri filosofi greci in epoche successive… Democrito era ben conscio del fatto che se gli atomi dovevano, col loro moto e il loro ordinamento, spiegare le qualità della materia – colore, odore, gusto – non potevano avere essi stessi quelle proprietà. Perciò egli ha privato l’atomo di quelle qualità, e il suo atomo risulta così un pezzo di materia piuttosto astratto. Ma Democrito ha lasciato all’atomo la qualità di “essere”, della estensione nello spazio, della forma e del movimento. Ha lasciato codeste qualità perché sarebbe stato difficile addirittura parlare dell’atomo se anche tali qualità fossero state radiate da esso. D’altra parte, questo implica che il suo concetto dell’atomo non può spiegare la geometria, l’estensione spaziale o l’esistenza, poiché non può ridurli a qualcosa di più fondamentale[3].
Per gli atomisti atomi e vuoto possono ben render ragione del movimento: il moto richiede una “somma finita” sia di punti di spazio che di istanti di tempo; lo stesso “inerziale” moto rettilineo non si risolve “automaticamente” nei “circoli” del “mondo pieno” di Cartesio.
Sviluppatasi sul terreno della sofistica problematica umana e politica in Platone l’istanza socratica di oggettività si fa confronto privilegiato con la “matematica”: «… i pensatori davvero grandi di tutti i tempi, da Platone e Democrito a Leibniz e Kant, sono sempre stati ben consapevoli del fatto che non vi è speranza per l’analisi filosofica se essa non muove da una comprensione della conoscenza nella sua veste più rigorosa, ossia in quella matematica»[4]. Il discorso teorico di Aristotele sull’assiomatico metodo della matematica prefigura la sistemazione “pratica” di Euclide di Alessandria: «Il primo a interessarsi sistematicamente del metodo matematico fu Aristotele, nella Metafisica e nell’Organon. Estrapolando il proprio modello dalle dimostrazioni geometriche, egli diede un primo abbozzo della logica come scienza del ragionamento matematico… Gli Elementi di Euclide costituirono la prima realizzazione pratica di questo modello… Euclide separa accuratamente le assunzioni dai teoremi… le nozioni comuni logiche dai postulati matematici… Euclide riduce il suo armamentario di partenza a cinque postulati e cinque nozioni comuni… In un solo punto Euclide fa di testa sua, e sbaglia: quando non separa le nozioni definite dalle nozioni indefinite. Cerca di definire punti e rette con definizioni tipo “un punto è ciò che non ha parti” e “una retta è una lunghezza senza spessore”, che non solo non definiscono nulla, ma eran già state criticate come insoddisfacenti da Aristotele»[5]. La limitazione della logica aristotelica alla forma proposizionale “atomica” soggetto-predicato pare pure ben marcare la distanza tra il mondo qualitativo aristotelico e il “mondo relazionale” della scienza: «Nell’epoca che vede la nascita delle scienze moderne, il destino della logica è… quello di essere assimilata sempre di più alla retorica… Logica e matematica seguono vie divergenti. Causa e nello stesso tempo effetto di questa divergenza è la restrizione linguistica della logica tradizionale, limitata… all’analisi della struttura soggetto-predicato delle proposizioni, mentre il linguaggio delle nuove scienze è essenzialmente relazionale»[6].
La fioritura di un vero e proprio sapere scientifico è storicamente ben ravvisabile in epoca ellenistica. Dalla “metodica” determinazione dei presupposti di un “discorso scientifico” appare il carattere filosofico della scienza ellenistica:
La situazione politica di Alessandria, che forse non permise la discussione filosofica nei termini in cui si svolse ad Atene, permise invece, anche per le possibilità economiche concesse dai sovrani al Museo, ricerche particolari. Per cui da un lato il filosofare si pone come limitazione critica delle capacità umane rispetto alla costruzione e conoscenza del tutto (dalla scuola di Aristotele ad Epicuro stesso e a Zenone di Cizio), dall’altro lato, ma sempre entro i termini di tale consapevolezza critica, filosofia diviene la matematica, la geometria, la medicina empirica, l’astronomia, la geografia, la meccanica e così via, valide in quanto di ciascuna si colgano le condizioni che ne permettano la costruzione, che le facciano divenire appunto matematica, geometria, astronomia, geografia. In altri termini, non è tanto che Euclide, o Eratostene, o Apollonio di Perga, o Archimede, abbiano fatto delle scoperte in geometria, in fisico-meccanica, in matematica, quanto che essi, determinando certi postulati di discorsi, validi entro i termini, i confini (hòroi) di quei discorsi stessi, hanno dato luogo a quella geometria, a quell’astronomia, a quella meccanica e così via. Sotto questo aspetto sembra difficile ripetere il vecchio luogo comune che, mentre Atene rimase la capitale della filosofia e della retorica, in Alessandria, al Museo, venne meno la filosofia, che dette il passo alle scienze particolari, alle descrizioni, alla filologia. In effetti, quelle scienze particolari, quelle descrizioni, quella stessa filologia, erano esse a costituire l’indagine filosofica, la scienza nell’accezione aristotelica, o come deduzione da principi evidenti per sé, formalmente veri e tali da dar luogo ad un discorso coerente e necessario (su cui appunto si verrà costituendo il tipo di discorso aritmetico-geometrico), oppure come raccolta di materiale, tratto dall’osservazione diretta, e come descrizione, mediante cui determinare certi principi, o meglio regole dell’accadere fisico (medicina, astronomia, geografia, meccanica). Non sembra così un caso che quelli che noi chiamiamo scienziati, che vissero, operarono, o si formarono ad Alessandria, fossero dagli antichi chiamati filosofi (mentre saranno chiamati “matematici” coloro che presunsero ad un apprendimento, màthema, assoluto); filologi furono detti invece quei ricercatori che lavorarono al Museo, occupandosi particolarmente di testi, di grammatica, e di edizioni[7].
Con la mediazione umanistico-rinascimentale la scienza ellenistica torna fondamentale per la moderna Rivoluzione scientifica:
Per i grandi esponenti dell’Umanesimo italiano (come Leonardo Bruni, Guarino Veronese, Giannozzo Manetti, Lorenzo Valla) leggere i grandi classici del mondo antico vuol dire fare ritorno ad una civiltà che è superiore a quella nella quale ad essi è toccato in sorte di vivere e che costituisce l’irraggiungibile modello di ogni forma di convivenza umana. Gli umanisti non furono tuttavia passivi ripetitori e fu presente, nei loro scritti, una costante polemica non solo contro la “barbarie”della Scolastica medievale, ma anche contro i pericoli della ripetizione e del Classicismo. La contrapposizione della aemulatio alla imitatio divenne il grido di battaglia di molti intellettuali europei da Angelo Poliziano ad Erasmo da Rotterdam. I testi riscoperti dagli umanisti, nel corso del loro grandioso lavoro di ritrovamento e di commento, non si configuravano come semplici documenti. Quegli antichi testi, sui quali si esercitava la loro raffinata filologia, contengono – ai loro occhi – conoscenza e sono direttamente utili alla scienza e alla sua pratica. La diffusione di edizioni fatte direttamente sugli originali greci, di traduzioni non più fondate (come nel Medioevo) su traduzioni arabe di opere greche, ebbe effetti decisivi sugli sviluppi del sapere scientifico[8].
Con il “volto” della civiltà gli sviluppi scientifici appaiono mutare l’immagine del mondo e dell’uomo. La scienza si distingue per lo spessore teorico. La ragione scientifica è “ragione teorica”: la scienza si differenzia per metodo. La Rivoluzione scientifica è così anzitutto una “rivoluzione metodologica”. Con la Rivoluzione scientifica la scienza si afferma impresa eminentemente teorica. L’immagine scientifica della realtà è un’immagine teorica. Con la scienza moderna la costruzione teorica diviene centrale. La centralità della teoria è chiara dal carattere matematico della scienza moderna. Galileo appare pure farsi continuatore di Archimede per il “cimento” sperimentale. Una teoria scientifica “ordina” i dati empirici; idee, ipotesi, calcoli, teorie devon però esser sottoposti al controllo dell’esperienza. Nella scienza il controllo empirico si risolve tuttavia nell’esperimento; e l’esperimento chiama in causa la tecnica ed i suoi apparati. Con la scienza moderna e il suo metodo il sapere scientifico si fa “rappresentazione teorica” che rimanda a “strumenti tecnici”. La scienza appare così opposta al senso comune. Il senso comune appare però storicamente determinato: gli sviluppi scientifici possono modificare l’immagine comune delle cose. Il mondo della scienza sviluppatasi colla Rivoluzione scientifica del Cinque-Seicento non è il mondo dell’esperienza quotidiana.
Sviluppo fondamentale della Rivoluzione scientifica è naturalmente l’elaborazione di una nuova fisica.
Il mondo fisico aristotelico era il mondo delle “tendenze naturali”. Per Aristotele situatovi un corpo tende a permanere indefinitamente nel “luogo naturale”. Aristotelicamente la quiete appare così “condizione naturale” dei corpi. Nel “tendenzialmente statico” mondo fisico aristotelico solo il moto sembra domandare ragione. Per Aristotele allontanatovi “in” un “moto violento” “con” un “moto naturale” un corpo tenderebbe a riguadagnare il luogo naturale. All’idea “spontanea” che il moto richieda sempre un motore pare pure riconducibile la teoria aristotelica della “spinta del mezzo ambiente”: il non riconoscimento della “inerzialità” del moto porta Aristotele a spiegare la continuazione del movimento nel moto violento con la contestuale costante “azione motrice” per contatto in un mondo fisico “pieno”. Seguendo Federigo Enriques si può osservare come l’idea di “senso comune” di una “disparità ontologica” tra la quiete ed il moto con la quiete tendenza naturale dei corpi ed il movimento ricondotto ad un motore in contatto con il mosso non implichi la non inerzialità del moto: un corpo in moto può ben continuare a muoversi indefinitamente. Aristotele sembra però stringersi al senso comune e assolutizzare l’idea che un corpo si muova necessariamente per l’azione di un motore unitovi: l’affermazione dell’assurdità di un moto inerziale e la negazione del vuoto appaiono la risposta di Aristotele alla atomistica tesi della inerzialità di movimenti in uno spazio vuoto: se richiamarsi al senso comune è richiamarsi ai fatti ed alla ragione la aristotelica cristallizzazione metafisica del senso comune sembrava risolversi nell’opposizione ad una idea plausibile e convincente di motivi non persuasivi proprio sul piano del senso comune.
L’autentica novità della scienza galileiana appare l’astrazione teorica. Con Galileo pure il senso comune pare assumere nuovo significato. L’adesione al senso comune è adesione ai fatti: rispetto ad una teoria scientifica i fatti sembrano mutare volto ed esprimere cose differenti. Aristotelicamente il fatto comune che staccandosi insieme da una quercia una foglia cada più lentamente di una ghianda sembra così riconducibile alla sua maggior “leggerezza”: la differenza nella quantità di materia tesavi renderebbe corpi di massa diversa diversamente “solleciti” al luogo naturale. Alla luce della galileiana indipendenza dalla massa della caduta dei gravi il fatto comune che staccandosi insieme da una quercia una foglia venga giù meno rapidamente di una ghianda è ben reinterpretato: è la differente resistenza che l’aria oppone alla caduta di corpi di forma differente a determinare la più lenta discesa di una foglia rispetto ad una ghianda.
La “immaginazione sperimentale” di Galileo fa bene astrazione dalle “circostanze accidentali”. La Rivoluzione scientifica vede il formarsi di una “ragione sperimentale”: con la scienza moderna si afferma lo spirito scientifico-sperimentale e l’esperimento si configura il nuovo orizzonte della scienza empirica. Galileo immagina una “esperienza” per provare la “aprioristica” conclusione di Giambattista Benedetti della indipendenza dal “peso” della velocità dei gravi in caduta. Con una dimostrazione per assurdo Benedetti evidenzia una “anomalia” nel “paradigma” del pensiero “scientifico” aristotelico: riuniti in un unico corpo un grave A ed un grave B più leggero in caduta libera dovrebbero tendere al reciproco equilibrio delle rispettive velocità e cadere con una velocità intermedia tra le velocità di caduta separati; formando A e B un solo corpo di un peso maggiore di A e B staccati il grave A+B dovrebbe pure all’opposto precipitare ad una velocità superiore alle velocità di caduta di A e di B divisi. Federigo Enriques ricorda lo stesso Galileo argomentare a priori come la impossibilità che 2 gravi uguali uniti si comunichino l’un l’altro maggior velocità implichi la necessità che un corpo di massa doppia cada con la stessa velocità del semplice. Il riconoscimento galileiano che nella caduta dei gravi la velocità dei corpi è indipendente dalla loro massa appare nondimeno ben ricondurre ad un nuovo “quadro teorico” di ampio respiro: la “teoria scientifica” è sottesa alle “intuizioni” galileiane: Federigo Enriques rileva la forma concreta dell’enunciato galileiano dell’inerzia. Galileo appare aver ben chiaro come nella caduta dei gravi la costante “forza di gravità” possa trovare in corpi di massa differente una differente “resistenza inerziale” alla corrispondente costante uniforme accelerazione. La “sintesi newtoniana” è collocata al culmine della Rivoluzione scientifica: muovendosi nel “solco” di Archimede Galileo sa ben fondere teoria ed esperienza, matematica ed esperimento e delinea il nuovo “modello metodico” della scienza moderna.
Per Galileo il “libro della natura” è pitagorico-platonicamente scritto in “linguaggio matematico”: la teoria scientifica è galileianamente ben lo sfondo sperimentalmente controllabile della determinazione empirica dei rapporti matematici del mondo fisico: la fisica galileiana è “descrittiva”. “Prescrittiva” appare invece la fisica cartesiana. Per Cartesio il mondo fisico è “materia” e movimento. La cartesiana meccanicistica riduzione del mondo fisico a materia e moto è una “ontologia della nuova fisica”. “Deanimizzata” la materia si risolve cartesianamente in “estensione” e movimento. Cartesio può così ben ricondurre la fisica alla geometria e proporre un “sistema a priori” del mondo fisico.
“Geometria del moto” la fisica cartesiana non è scienza sperimentale: la fisica cartesiana appare una costruzione di pura ragione e non una ricostruzione empirica. Federigo Enriques nota come si debba pure allo spirito sistematico cartesiano il primo enunciato dell’inerzia in forma generale astratta. Paolo Casini sottolinea la corrispondenza della giovanile formulazione newtoniana del principio di inerzia alla bipartizione cartesiana e osserva esser però proprio il passaggio dalla considerazione geometrica alla considerazione fisica del principio di inerzia a portare Newton a “superare” il “mondo fisico pieno” di Cartesio. Paolo Rossi pone l’accento sul “meccanicismo cartesiano” di Christiaan Huygens. Il meccanicismo cartesiano appare storicamente una “metafisica influente”. Cartesio scelse il suo “albero” del sapere nel “vivaio” della moderna Rivoluzione scientifica; per ben seguirlo allontanò tuttavia il proprio albero dal ricco humus del “terreno” dell’esperienza sul quale lo coltivava Galileo; restituitovi sfrondato l’albero di Cartesio poté con Newton affondare le buone metafisiche “radici” nel terreno dell’esperienza.
La “scienza moderna” emerge dal complesso intreccio culturale della Rivoluzione scientifica. Le teorie nascono bene in un contesto storico. Al sorgere della scienza moderna gli “sviluppi scientifici” appaiono legati a teorie dai variegati riferimenti storico-culturali. “Novità” della moderna Rivoluzione scientifica è tuttavia l’esigenza di “controllo razionale”. La solidità del contesto teorico appare effettivamente dal controllo razionale. Un contesto teorico solido sembra aver ben “neutralizzato” il ricorso ad elementi “tradizionali”. Il controllo razionale ha così potuto promuovere sviluppi teorici razionali. Ai limiti teorici appaiono pure riconducibili i “ritardi scientifici” ove non potevano recuperarsi solidi precedenti teorici scientifici.
Passando alla “modernità” si risolve la “confusione” d’arte e scienza. Il tentativo umanistico-rinascimentale di fare convergere “pratica” e teoria nel connubio di arte e scienza appare pure sintomatico della modernità. Si è però potuto rilevare come non Leonardo ma Galileo ritrovi la ellenistica “via della teoria”. Per il suo carattere “teoretico” la filosofia aveva potuto offrire l’indispensabile humus allo sviluppo della scienza. Ben sviluppatasi sul terreno della tecnica la riflessione filosofico-scientifica si era però staccata dalla pratica. Circoscrivendo metodicamente la realtà e nei limiti circoscritti metodicamente bene discorrendo la scienza ellenistica poté pure colmare il divario tra il pensiero e la tecnica: al “lume della teoria” era possibile un pensiero tecnico che poteva legare la speculazione all’esperimento.
Colla Rivoluzione scientifica matematica ed esperimento s’affermano basi della scienza. «Aver capito che [la matematica] è la chiave per intendere la natura, almeno la natura dei fisici, è stata probabilmente l’idea più originale di Galileo»[9]. Galileo si rifà alla grande tradizione scientifica di Euclide ed Archimede. Paolo Rossi richiama il debito di Galileo verso il “divino Archimede” per la analisi matematica dei problemi fisici. Colla scienza moderna si impone la ellenistica istanza metodica di precisar con cura e svolger con rigore logico le premesse teoriche pure od empiriche di ogni disciplina scientifica. Scriveva il filosofo scozzese del Settecento Thomas Reid nei suoi Saggi sui poteri intellettuali dell’uomo del 1785:
La sofisticheria è stata bandita più efficacemente dalla matematica e dalla filosofia naturale che dalle altre scienze. In matematica non trovò spazio fin dal principio, perché i matematici ebbero l’accortezza di definire accuratamente i termini che usano e di porre come assiomi i primi principi base del loro ragionamento. Così tra i matematici non troviamo fazioni, e difficilmente dispute.
In filosofia naturale non v’era meno sofisticheria, disputa e incertezza che nelle altre scienze finché, un secolo e mezzo fa, questa scienza non iniziò ad essere costruita sul fondamento di definizioni chiare ed assiomi autoevidenti. Da allora, come bagnata da rugiada celeste, si è sviluppata velocemente; le dispute sono cessate, la verità ha prevalso e la scienza ha progredito di più in due secoli che nei duemila anni precedenti[10].
Dalla Rivoluzione scientifica del Cinque-Seicento con la quale nasce la scienza moderna la scienza si è configurata un sapere di relazioni. In ogni settore la scienza appare costruzione di teorie da controllare razionalmente per definizione pubblicamente. Dal metodico razionale controllo delle teorie scientifiche emergono bene non essenze ma leggi, non sostanze ma funzioni, non qualità ma rapporti quantitativi, non tendenze naturali ma relazioni matematiche; e relazioni matematiche appaiono ben la base della utile tecnica.
[1] Paolo Rossi, Sulle rivoluzioni e sui classici (nella scienza), in Ivano Dionigi (a cura di), I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni, noi, Rizzoli 2007, BUR, pp. 69-71.
[2] Paolo Rossi, La scienza e la filosofia dei moderni. Aspetti della Rivoluzione scientifica (1971), Boringhieri 1989, p. 15.
[3] Werner Heisenberg, Fisica e filosofia (1958), Il Saggiatore 1998, pp. 82-87.
[4] Moritz Schlick, Forma e contenuto (1932), Boringhieri 1987 (a cura di Paolo Parrini), p. 97.
[5] Piergiorgio Odifreddi, Il diavolo in cattedra. La logica da Aristotele a Gödel (2003), Einaudi 2007, p. 34.
[6] M. L. Dalla Chiara, Logica (1974), Enciclopedia filosofica Isedi 1976, p. 24.
[7] Francesco Adorno, La filosofia antica (1961), Feltrinelli 1991, vol. II, pp. 250-251.
[8] Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa (1997), Laterza 2000, p. 57.
[9] Luigi A. Radicati di Brozolo, Pensare la natura, Laterza 1999, pp. 13-14.
[10] Edizione Hamilton-Mansel del 1863 curata (1846) da William Hamilton poi ripresa e completata (1863) da H. L. Mansel ristampata dalla Thoemmes Press di Bristol nel 1994 The Works of Thomas Reid, Edited by Sir William Hamilton, Edinburgh, Maclachlan and Stewart, and London, Longman, Green, Longman, Roberts and Green, 1863, p. 219, a.