PROF. MAURO LUCACCINI – FILOSOFIA e Catalogo online della Biblioteca microlatata filosoficamente configurata Filobiblìa oltrarno in Via Duccio Galimberti 19 a San Giovanni Valdarno in provincia di Arezzo: lucaccini.m@liceisgv.eu

Aristotele: la fisica e la sovrapposizione del finalismo al meccanicismo: tendenze naturali, senso comune e disparità ontologica di quiete e moto, teoria della spinta del mezzo ambiente e negazione del vuoto contro la tesi atomistica della inerzialità di movimenti nello spazio; cosmo, etere, sfere celesti e Motore Immobile

Con la propria logica Aristotele offriva una teoria dei termini e del metodo assiomatico. Aristotele non affrontava tuttavia gli schemi inferenziali proposizionali e le relazioni, schemi e relazioni in cui consiste il discorso e il sapere essenzialmente matematico della scienza. La logica di Aristotele era in questo senso scientificamente inadeguata; la logica aristotelica non poteva supportare una approssimazione matematica alla realtà; e non quantitativa bensì qualitativa era bene la fisica di Aristotele. La fisica aristotelica è effettivamente non meccanica ma finalistica. Bertrand Russell osservava la ben minore probabilità che la idea di finalità si affacci ad un matematico che ad un biologo. Finalistici sono quindi gli occhi coi quali il biologo Aristotele guarda al mondo fisico.

Il mondo fisico aristotelico era il mondo delle tendenze naturali. Per Aristotele situatovi un corpo tende a permanere indefinitamente nel luogo naturale. Aristotelicamente la quiete è condizione naturale dei corpi. Nel tendenzialmente statico mondo fisico aristotelico soltanto il moto domanda ragione. Per Aristotele allontanatovi in un moto violento con un moto naturale un corpo tenderebbe a riguadagnare il luogo naturale. Scriveva Federigo Enriques: «La dottrina aristotelica del moto… è in realtà una costruzione metafisica che l’autore oppone ad una dottrina precedente… Aristotele costruisce la propria teoria dei moti, e intendo in ispecie dei moti violenti nel mondo sublunare, partendo dal presupposto che ogni corpo tenda, per natura, a stare fermo nel suo luogo, e non possa muoversi se non per effetto di una causa motrice, così come avviene per i proiettili in virtù dell’impulso ricevuto dal proicente» (Federigo Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico, 1934, Barbieri 2004, p. 43). Alla idea spontanea che il moto richieda sempre un motore è riconducibile la stessa teoria aristotelica della spinta del mezzo ambiente: «Aristotele ha immaginato la sua teoria della spinta del mezzo ambiente. Nel vuoto l’impulso dovrebbe esaurirsi subito, altrimenti si dovrebbe ammettere l’assurdo che continui all’infinito: “Nessuno potrebbe giustificare perché un corpo, una volta messo in moto [nel vuoto] dovrebbe fermarsi in qualche parte, piuttosto qua che là. Quindi deve: o restare in riposo o conservare indefinitamente il suo moto nello spazio finché non gli si opponga una forza maggiore” (Phys., IV, 8)» (F. Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico, p. 43). Il non riconoscimento della inerzialità del moto portava Aristotele a spiegare la continuazione del movimento nel moto violento con la contestuale costante azione motrice per contatto in un mondo fisico pieno: «Appunto in questa pretesa riduzione all’assurdo del moto nel vuoto si vuole ravvisare la negazione di una tesi precedente che contiene il principio di inerzia, il quale perciò deve riconoscersi alla base della teoria atomica democritea. E d’altronde l’intuizione cinetica del mondo, espressa in questa teoria, suppone necessariamente la veduta del moto rettilineo degli atomi come moto naturale, ossia il principio di inerzia» (F. Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico, p. 43).

Seguendo Federigo Enriques si può osservare come l’idea di senso comune di una disparità ontologica tra la quiete ed il moto, con la quiete tendenza naturale dei corpi e il movimento ricondotto ad un motore in contatto con il mosso, non implichi la non inerzialità del moto: un corpo in moto può ben continuare a muoversi indefinitamente. Aristotele si stringe però al senso comune e assolutizza l’idea che un corpo si muova necessariamente per la azione di un motore unitovi: «La sottile dottrina di Aristotele assumeva dal senso comune la tendenza naturale dei corpi alla quiete ma, elevandola a principio metafisico, si trovava a dover giustificare in modo bizzarro la continuazione del moto dopo l’impulso; questa dottrina ha dovuto presto cedere di fronte a difficoltà di ogni genere. Ed allora si è accettata la teoria dell’impeto (attribuita ad Ipparco), che è la semplice espressione del fatto empirico: il proiettile riceve dal motore una certa provvista di energia motrice, che mantiene il moto ma che tende naturalmente ad esaurirsi» (Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico, p. 43). L’affermazione dell’assurdità di un moto inerziale e la negazione del vuoto sono la risposta di Aristotele alla atomistica tesi della inerzialità di movimenti in uno spazio vuoto: se richiamarsi al senso comune è richiamarsi ai fatti e alla ragione l’aristotelica cristallizzazione metafisica del senso comune si risolveva nella opposizione ad una idea plausibile e convincente di motivi non persuasivi proprio sul piano del senso comune.

«Tutta l’evoluzione delle idee sul moto, dall’antichità fino alla dinamica moderna, si fa dunque fra questi termini: dottrina di Aristotele, teoria empiristica dell’impeto, dottrina di Democrito, la quale reca (pure attraverso la negazione aristotelica e d’altra parte come presupposto necessario del sistema atomistico) una soggiacente veduta dell’inerzia» (Federigo Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico, 1934, Barbieri 2004, pp. 43-44).

La considerazione di un mondo fisico inerziale suppone l’idea della spontaneità del movimento.

«Il principio di inerzia non è un fatto che si scopra un bel giorno ad un osservatore più attento. Ma esso è: in primo luogo, come s’è detto, intuizione soggiacente al sistema cinetico degli atomisti (il moto è stato naturale per gli atomi, elementi del sistema), e in secondo luogo qualcosa di più, che riceve il proprio vero significato dal posto che prende nel sistema della dinamica moderna.

Nel primo senso l’idea dell’inerzia si affaccia… dovunque si spieghi un’influenza diretta o indiretta dell’atomismo; ma poiché nel mondo medievale le tradizioni dell’antichità sono ricevute senza un criterio razionale di scelta, secondo il peso dell’autorità, riesce difficile dire fino a che punto essa venga compresa, soprattutto perché mancava in generale il coraggio di riprendere in pieno la dottrina di Democrito, legata, nel ricordo, al materialismo epicureo.

Nel secondo senso il principio di inerzia assume tutto il suo valore  per chi assorga al concetto di forza siccome causa non già di moto o di velocità bensì di variazione o accelerazione, e comprenda insieme il postulato della relatività del moto» (Federigo Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico, 1934, Barbieri 2004, pp. 44-45).

Democrito ben pensava gli atomi in moto eterno spontaneo, naturale, originario, primitivo: per l’idea del movimento atomico senza causa «un precedente prescientifico (cioè non formalizzato in una “teoria scientifica”) del principio di inerzia è certo presente in Democrito» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata. Il pensiero scientifico greco e la scienza moderna, 1996, Feltrinelli 1998, p. 251). Per Aristotele, viceversa, il movimento «dipende dalla natura del corpo mobile: per i corpi pesanti il moto “secondo natura” è quello verso il basso (cioè verso il centro della Terra), per i corpi leggeri è invece “secondo natura” il moto verso l’alto, mentre i corpi celesti si muovono “secondo natura” di moto circolare» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata, Feltrinelli 1998, p. 253).

La pretesa assurdità della continuazione indefinita di un moto spontaneo, naturale, originario, primitivo nel vuoto portava Aristotele a far dipendere il movimento da una causalità incessante, ininterrotta. Il movimento è l’oggetto proprio della fisica: per Aristotele la fisica si occupa del mondo del movimento in generale; movimento è ogni cambiamento, ed il moto è cambiamento o mutamento di luogo od appunto movimento locale. Immutabile e immobile non sono invece contemplati dalla fisica; né la fisica contempla l’infinito ben inteso da Aristotele secondo l’idea greca della potenzialità indefinita.

«Aristotele ha della scienza un ideale deduttivo ispirato in gran parte alla veduta della finalità dominante i fenomeni della vita»; e così nella scienza di Aristotele «la teoria del moto… parte anzitutto dalla distinzione fra il mondo incorruttibile delle stelle ed il mondo sublunare, luogo delle cose che nascono e muoiono» (Federigo Enriques e Giorgio de Santillana, Compendio di storia del pensiero scientifico, 1936, Zanichelli 1978, p. 137).

Nella scienza fisica qualitativa di Aristotele la differenza sostanziale delle cose determina bene uno spazio assoluto: alla diversa tendenza naturale dei corpi corrisponde una divisione locale essenziale dello spazio; alto e basso non sono in questa maniera posizioni relative ma viceversa le normali allocazioni della materia rispettivamente leggera e pesante.

«La grande idea della relatività incontrata da Anassimandro nella questione dell’equilibrio della Terra» (F. Enriques e G. de Santillana, Compendio di storia del pensiero scientifico, pp. 22-23) era da Aristotele contrastata affermando che se fosse veramente la posizione spaziale relativa simmetrica della Terra isolata ad impedirne la caduta allora «tanto varrebbe pretendere che un uomo affamato e assetato debba restar fermo in mezzo a cibi e bevande che lo circondino ad eguale distanza» (Federigo Enriques e Giorgio Diaz de Santillana, Compendio di storia del pensiero scientifico, p. 21).

«Lo spazio assoluto di Aristotele non era altro… che quello familiare dell’esperienza quotidiana fisso con la Terra, e ciò lo metteva in immediata relazione con i dati empirici» (Lucio Russo, La rivoluzione dimenticata, p. 315).

Aristotelicamente lo spazio è luogo assoluto dei corpi definito dalle loro proprietà materiali: sotto il cielo immutabile il mondo terrestre è il mondo dei moti sia naturali che violenti o contrari alla tendenza naturale dei corpi; per Aristotele ricevuto l’impulso un moto violento non persiste per inerzia ma per la spinta del mezzo mai vuoto in cui si esplica.

«La costruzione generale di Aristotele, specialmente per quanto riguarda la fisica, si può esprimere dicendo che egli dà una metafisica del senso comune» (F. Enriques e G. de Santillana, Compendio di storia del pensiero scientifico, pp. 137-138).

Dal punto di vista della scienza fisica aristotelica il fatto comune che staccandosi insieme da una quercia una foglia cada più lentamente di una ghianda era del tutto riconducibile alla sua maggior leggerezza: la differenza nella quantità di materia tesavi ben renderebbe corpi di massa diversa diversamente solleciti al luogo naturale.

In Aristotele sono importanza e limiti dell’adesione al senso comune: l’adesione al senso comune è adesione ai fatti, ma tuttavia rispetto ad una teoria scientifica gli stessi fatti mutano volto ed esprimono cose differenti; e così ben reinterpretato alla luce della galileiana indipendenza dalla massa della caduta dei gravi il fatto comune che staccandosi insieme da una quercia una foglia venga giù meno rapidamente di una ghianda significa che è la differente resistenza che l’aria oppone alla caduta di corpi di forma differente a determinare la più lenta discesa di una foglia rispetto ad una ghianda.

Come adesione ai fatti e alla ragione l’adesione di Aristotele al senso comune poté portare a risultati biologici importanti; scientificamente dalla sovrapposizione del finalismo biologico alla meccanica in fisica e cosmologia però «in gran parte dipende che spesso le spiegazioni aristoteliche in questo campo riescano erronee o anche puramente verbali» (Federigo Enriques, Compendio di storia del pensiero scientifico, p. 137).

La fisica aristotelica rivela bene i limiti teorici della approssimazione scientifica di Aristotele: lo antropomorfismo della quiete condizione naturale dei corpi ed il movimento stato innaturale da ricondurre invece all’azione di una forza, la mancata astrazione da forze e mezzi e da ostacoli e attrito, la considerazione delle forze quali causa di moto e velocità proporzionale e non di variazione di velocità o accelerazione. La velocità come rapporto tra spazio e tempo è aristotelicamente non solo direttamente proporzionale alla forza applicata, ma pure inversamente proporzionale alla densità del mezzo che oppone resistenza ad essere attraversato dal corpo in movimento: al tendere a 0 della densità e conseguentemente resistenza del mezzo ambiente la velocità del corpo tenderebbe all’infinito, e quindi a densità nulla corrisponderebbe velocità infinita con moto istantaneo ed ubiquità del corpo che ben coprirebbe qualsiasi distanza in un tempo nullo; l’assurdità di una velocità infinita con moto istantaneo ed ubiquità dei corpi ben proiettati sulle distanze in un tempo nullo proverebbe per Aristotele che non c’è ambiente di densità nulla, proverebbe cioè che il vuoto non esiste.

La impossibilità del vuoto segue dalla stessa struttura dello spazio     aristotelico: lo spazio di Aristotele è luogo ed è quindi definibile solo rispetto ad un corpo; non può dunque darsi spazio senza corpo ossia spazio vuoto. Il vuoto renderebbe del resto aristotelicamente incomprensibile la prosecuzione del moto violento: nel mondo di Aristotele la pietra lanciata verso l’alto non potrebbe mantenersi in volo e così ricadrebbe immediatamente a terra per recuperare il proprio luogo naturale se non avesse intorno a portarla l’aria mossa nel lancio; non l’inerzia e l’attrazione gravitazionale a distanza ma l’azione diretta per contatto regola bene il moto dei proietti nella aristotelica fisica meccanicistico-finalistica. Meccanico-finale è in questo senso l’intero cosmo di Aristotele. Secondo l’idea della tendenza dei corpi ai loro luoghi naturali l’universo aristotelico vede bene al centro la terra con sopra l’acqua: dei quattro elementi tradizionali terra e acqua sono per natura pesanti e portate a muoversi dall’alto al basso in linea retta; rettilineo ma viceversa dal basso all’alto è il moto naturale di aria e fuoco che nell’ordine completano superiormente il mondo terrestre o sublunare dei corpi corruttibili risultanti dalla commistione di terra, acqua, aria e fuoco. Incorruttibile ed eterno è invece il mondo celeste dei pianeti e delle stelle culminante nel primo Motore Immobile che senza essere mosso muove la intera compagine cosmica aristotelica. L’universo aristotelico è finito ed è limitato dal cielo delle stelle fisse. Aristotele sostanzializza le sfere omocentriche della astronomia di Eudosso di Cnido ed alla perfezione dei cieli fa corrispondere il solo moto circolare uniforme e le straordinarie proprietà dell’inalterabile etere cosmico o quintessenza: i cieli sono di natura differente rispetto alla terra; il geocentrismo aristotelico tiene la Terra ferma in mezzo al mondo secondo la distinta fisica terrestre.

«In Aristotele il geocentrismo è strettamente legato al suo concetto di gravità. Il centro della Terra… è anche il centro immobile del cosmo… Questa concezione… ha dominato nella tarda antichità e nel Medio Evo» (L. Russo, La rivoluzione dimenticata, p. 272).