PROF. MAURO LUCACCINI – FILOSOFIA e Catalogo online della Biblioteca microlatata filosoficamente configurata Filobiblìa oltrarno in Via Duccio Galimberti 19 a San Giovanni Valdarno in provincia di Arezzo: lucaccini.m@liceisgv.eu

Nota sulla coscienza

Se all’avvoltoio togli il becco e gli artigli non resta più nulla. Ma se all’uomo togli gli occhi, la lingua, le mani, i piedi resterà sempre un uomo. Soltanto se l’uomo rimane solo non è più uomo

Proverbio Quichè

Alberto Manzi, La luna nelle baracche (1974), Salani 1977, p. 9

Chiuderò ora gli occhi, mi turerò le orecchie, sospenderò l’uso di tutti i sensi, eliminerò anche tutte le immagini delle cose corporee dal mio pensiero o almeno… non le terrò in alcun conto come se fossero vane e false e… cercherò di rendermi a poco a poco più noto e familiare a me stesso. Io sono una cosa pensante, una cosa che dubita, afferma, nega, conosce poche cose, ne ignora molte, ama, odia, vuole, non vuole, immagina e sente, poiché… sebbene le cose che sento o immagino non siano forse nulla fuori di me e in se stesse sono certo che quei modi di pensare che chiamo sensazioni e immaginazioni, appunto in quanto modi di pensare, sono in me

Cartesio, Meditazioni sulla prima filosofia (1641), in G. Crapulli (cura di), Il pensiero di René Descartes, Loescher 1984, pp. 99-100

Indicando la specificità dell’uomo nella coscienza si potrebbe dire che la coscienza compare con l’uomo e l’uomo compare con la coscienza: “coscienza” è qui naturalmente “autocoscienza”, coscienza di sé: è il cogito cartesiano, la “appercezione” leibniziana, l’Io penso kantiano, lo “spirito” hegeliano. L’uomo è pure naturalmente “rapporto”: filogeneticamente la comparsa di una “individualità politica” appare un momento della storia evolutiva. C. R. Darwin sembra porre l’accento sul “senso morale” dell’uomo: «L’essere morale è capace di riflettere sulle sue azioni passate e sui loro motivi, di approvare alcune azioni e di disapprovarne altre; l’uomo merita di essere considerato tale: questo rappresenta la sua più grande differenza dagli animali inferiori». Potremmo poi far riferimento alla “storia ideale eterna” di Giambattista Vico: «Gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura».

Scriveva Sigmund Freud a Ludwig Binswanger: «L’umanità ha sempre saputo fin troppo bene di avere lo spirito; era necessario che le mostrassi che esistono anche gli istinti». L’accento sulla dimensione “coscienziale” dell’uomo pare caratterizzare la riflessione filosofica. Per Platone il “corpo” è così il “segno” dell’anima; e per Aristotele l’anima è la “forma” del corpo. L’enfasi agostiniana sull’interiorità appare poi emblematica dello spirito cristiano. La stessa rinnovata fiducia nell’uomo dell’età umanistico-rinascimentale non poteva che rimandarne alla interiorità. La distinzione cartesiana di res cogitans e res extensa appare pure la “sanzione” della suscitatane dall’accento tendenza “spiritualista” a “sostanzializzare” la coscienza.

Il dualismo cartesiano si colloca nel cuore della moderna Rivoluzione scientifica: la “materia” cede ogni abito antropomorfico allo “spirito” e può essere oggetto di indagine scientifica autonoma; l’uomo può essere studiato nel suo duplice aspetto organico anatomico-fisologico di “corpo” e psicologico di “anima”. Il discorso “essenzialistico” tende in ogni modo a risolversi nell’istanza metodica; e alle affermazioni sulla essenza della res cogitans si sostituisce la ricerca sulla mente. Scrive Thomas Reid: «Con “mente” di un uomo intendiamo ciò che in lui pensa, ricorda, ragiona, vuole. L’essenza sia del corpo che della mente ci è ignota». Proprio Reid pare ben valersi dell’introspezione. Il “recupero” dell’unità ontologica dell’uomo da parte dei cosiddetti “ideologi” si pone nella “direzione sperimentale” della psicologia scientifica.

Come autocoscienza la coscienza è consapevolezza immediata di sé e della propria esistenza: l’uomo si coglie come io, come individuo, come soggetto che pensa e vuole: l’Io penso di Immanuel Kant è un io puro. L’io empirico è invece per Kant “coscienza empirica” dei propri stati interiori nel “fluire psichico” personale: la successione temporale della nostra vita mentale può percepirsi solamente sullo sfondo contrastante di un presupposto mondo esterno “sostanziale” permanente: ecco la kantiana “Confutazione dell’idealismo”: «La semplice ma empiricamente determinata coscienza della mia propria esistenza prova l’esistenza degli oggetti nello spazio fuori di me». Con il “limite fisico” dell’universo “materiale” inorganico e organico vi è per l’uomo il “limite politico” della “volontà” dei propri simili: come “animale politico” l’uomo “si realizza” nella “vita associata”, ma deve essere “riconosciuto” dagli altri: ecco la hegeliana “lotta per il riconoscimento”: solamente con il “riconoscimento” la “coscienza” si fa autocoscienza. Per Henri Bergson poi il “tempo interno” della coscienza è ben altro del “tempo spazializzato” della scienza; per Edmund Husserl la coscienza è “coscienza di qualcosa”: ed ecco la “intenzionalità” di Franz Brentano.

Nel proprio libro La coscienza del 2000 Michele Di Francesco chiarisce il particolare interesse per la questione della coscienza: leggiamo alle pp. 34-35 della II edizione Laterza 2005: «Forse la ragione principale della rinascita di interesse per il fenomeno della coscienza è semplicemente costituita dalla maturità raggiunta dalla scienza cognitiva e dalle neuroscienze, ormai pronte ad affrontare un nodo teorico prudentemente rimandato nei propri stadi iniziali. Esistono comunque, senza dubbio, motivi specifici legati allo sviluppo  della ricerca empirica in questo settore, che giunge tra l’altro ad avvalersi sul lato tecnologico dell’invenzione di strumenti di indagine estremamente sofisticati, i quali permettono un esame in precedenza insperabile dei dettagli dell’attività cerebrale (basti citare le tecniche di visualizzazione rese possibili da tomografia ad emissione di positroni e risonanza magnetica)».

Scriveva Bertrand Russell: «La filosofia va studiata non per amore delle precise risposte alle domande che essa pone, poiché nessuna risposta precisa si può, di regola, conoscere per vera, ma piuttosto per amore delle domande stesse; perché queste domande allargano la nostra concezione di ciò che è possibile, arricchiscono la nostra immaginazione e intaccano l’arroganza dogmatica che preclude la mente alla speculazione; ma soprattutto perché, grazie alla grandezza dell’universo che la filosofia contempla, anche la mente diviene grande, ed è resa capace di quella unione con l’universo che costituisce il suo massimo bene». Dice pure Jean Piaget: «… la frontiera tra la filosofia e le scienze è sempre mobile perché non dipende dai problemi stessi, dei quali nessuno può mai essere definitivamente detto scientifico oppure metafisico, ma dipende solamente dalla delimitazione possibile di questi problemi, e dalla scelta dei metodi che permettono una trattazione di queste questioni circoscritte, basandosi sulla sperimentazione, sulla formalizzazione logico-matematica, o su tutt’e due».

Più che “prospettive” e “posizioni” sembra interessante considerare la possibilità che gli “sviluppi tecnico-scientifici” influiscano sulla nostra “descrizione” dell’uomo: il senso comune appare storicamente determinato: la descrizione comune dell’uomo potrebbe prescindere dal riferimento alla coscienza.