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G. W. Leibniz e la metafisica delle monadi o monadologia

Come oggetto dell’intelletto puro… ogni sostanza deve avere determinazioni interne e forze che si riferiscano alla realtà interna. Ma quali accidenti potrò mai pensare all’infuori di quelli che mi offre il mio senso interno, ossia all’infuori di ciò che è esso stesso un pensiero o qualcosa di analogo al pensiero? Per tale ragione G. W. Leibniz… intese le sostanze… come soggetti semplici capaci di rappresentazione, in una parola come monadi

Immanuel Kant, Critica della ragione pura, 1781 e 1787, Bompiani 1987, a cura di Giorgio Colli, p. 338

L’opposizione scientifica fisica a Cartesio del riferimento del principio di conservazione non alla quantità di moto ma all’energia cinetica o forza viva o vis viva portava G. W. Leibniz al superamento filosofico metafisico del meccanicismo cartesiano: i principi del cosmo cartesiano erano materia e movimento; materia e movimento sono per Leibniz semplici fenomeni fisici che rimandano alla realtà dinamica dell’energia o forza viva.

La realtà dinamica dell’energia o forza è da Leibniz interpretata nella tradizione filosofica aristotelica: l’energia è azione e la forza è attività; ma l’atto è forma e l’agire è sostanziale; come azione e attività l’energia e la forza sono dunque sostanza. L’interpretazione filosofica dinamica  della realtà conduce quindi Leibniz alla sua metafisica sostanziale delle monadi: «Questo ritorno alla metafisica era destinato ad avere negli sviluppi della matematica, della fisica, della biologia una straordinaria importanza. Accanto al cartesianesimo e al newtonianesimo il leibnizianesimo sarà una delle grandi metafisiche influenti sulla scienza per tutto il Settecento e oltre» (Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, 1997, Laterza 2000, pp. 209-210).

La sostanzialità monadica di G. W. Leibniz è opposta alla sostanzialità divino-naturale di B. Spinoza: alla sostanza unica di Spinoza contrasta la molteplicità e infinità delle sostanze di Leibniz. La molteplicità, la pluralità infinita delle sostanze corrisponde all’infinita moltepliticità dei fenomeni: per il principio di identità degli indiscernibili, per il quale cose indistinguibili o appunto indiscernibili sono identiche, la molteplicità della natura è continua: per Leibniz in natura non c’è vuoto: in mundo non datur hiatus, nel mondo non si dà apertura; in mundo non datur saltus, nel mondo non si dà salto.

L’idea della continuità del mondo è in Leibniz riconducibile alla considerazione matematica delle grandezze infinitesimali, che porta a negare atomi e vuoto: dal greco per definizione l’atomo è indivisibile, ma come estensione spaziale geometrica in senso matematico puro la materia è invece infinitamente divisibile; la molteplicità infinita delle cose è però metafisicamente rappresentata da infinite sostanze individuali, e questi individui metafisici sono le monadi leibniziane; come individui le stesse monadi sono indivisibili e dunque a loro volta atomi, ma sono atomi non fisici corporei ma appunto metafisici spirituali.

Come atomi spirituali le monadi sono da Leibniz individuate riducendo la molteplicità complessa dei fenomeni fisici alle unità semplici della realtà metafisica: «I corpi fisici o sostanze composte sono risultati fenomenici di punti metafisici o centri di forze o sostanze semplici e individuali creati direttamente da Dio che Leibniz, con termine pitagorico e bruniano, chiama monadi. Alle monadi non si arriva semplicemente suddividendo: prive di spazialità e di figura le monadi sono enti in sé completi e reciprocamente indipendenti: le monadi “non hanno finestre”. Ogni monade è dotata di attività rappresentativa nei confronti del resto dell’universo e di appetizione o tendenza a passare da uno stato all’altro. Le monadi sono pensate in analogia con l’anima umana. La teoria dei punti metafisici o centri di forza ricostituisce l’unità fra materiale e spirituale, rimette in discussione l’eterogeneità qualitativa tra res extensa e res cogitans che sembrava saldamente acquisita da cartesiani e atomisti» (Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, 1997, Laterza 2000, p. 211).

La riduzione dei fenomeni fisici alle realtà metafisiche passa per l’approfondimento del carattere delle monadi: le monadi sono centri di forza ed attività, ma sono anche atomi spirituali, sostanze individuali non materiali e conseguentemente non possono essere estese nello spazio ed esterne; non potendo esplicarsi all’esterno le monadi devono così avere un’attività interna, e l’attività interna non può essere che mentale; la deduzione della loro interiorità mentale porta quindi Leibniz ad attribuire alle monadi l’attività rappresentativa come l’attività caratteristica della mente. Le monadi sono dunque per Leibniz centri o punti di forza ed attività rappresentativa.

Sull’idea dei punti o centri di forza ed attività rappresentativa Leibniz sviluppa la sua teoria metafisica delle monadi o monadologia: isolamento monadico, armonia prestabilita fra le monadi e finalismo della creazione divina del migliore dei mondi possibili.

Alla creazione diretta di Dio si devono le monadi; create le monadi sono per Leibniz indistruttibili, complete, autonome e indipendenti. Le monadi operano secondo le modalità interiori della mente, la quale si rappresenta il mondo e passa da uno stato d’animo all’altro: le monadi sono infinite e corrispondono metafisicamente ai fenomenti fisici distinguendosi con continuità per l’evidenza, per il grado di chiarezza e distinzione delle rispettive rappresentazioni; le rappresentazioni del mondo possono intendersi come percezioni, e la percezione è da Leibniz distinta in cosciente o appercezione e inconsapevole o inconscia. Leibniz rileva la presenza della dimensione rappresentativa, percettiva inconscia negli stessi gradi monadici superiori: dalle monadi puramente inconsce attraverso gli animali si giunge agli spiriti; e attraverso i livelli intermedi successivi si arriva quindi a Dio, nel quale ogni oscurità e passività è superata nella perfetta chiarezza e attività.

La passività fisica della materia inerte rimanda per Leibniz all’attività metafisica della monade vivente: la materia è oscurità rappresentativa, percettiva monadica; biologicamente c’è però vita ovunque nel mondo.

Mondo a sé isolato ogni monade percepisce, si rappresenta e rispecchia l’intero mondo: l’individualità della monade consiste per Leibniz nella particolarità singolare della prospettiva monadica sull’universo, del punto di vista dal quale ciascuna monade guarda al creato; nel loro sguardo particolare sul mondo tutte le monadi sono aperte sulla realtà presente, passata e futura e secondo il rispettivo spiraglio la comune apertura sulla realtà pone le monadi in relazione tra loro. Per le monadi l’apertura sulla realtà si configura però nella chiusura di ciascuna in se stessa: le monadi sono per Leibniz «senza porte e senza finestre» ; la relazione tra le monadi non è quindi rapporto fisico ma corripsondenza metafisica definita da Dio. La corrispondenza metafisica tra le monadi è così per Leibniz dovuta all’armonia prestabilita da Dio: l’accordo delle monadi è garantito dalla sintesi o composizione divina delle prospettive monadiche sulla realtà: le singole prospettive monadiche sulla realtà compongono le immagini del creato e le immagini del creato compongono la sequenza del mondo come i colori si fondono in ogni punto di luce e passato, presente e futuro si fondono in ogni istante di tempo.

L’armonia prestabilita  tra le monadi spiega il funzionamento dell’universo ma non giustifica il male nel mondo: l’accordo tra le sostanze monadiche è per Leibniz garantito da Dio non occasionalmente ma strutturalmente secondo la sua perfetta architettura cosmica; la perfezione divina dovrebbe tuttavia escludere il male dal cosmo.

La giustificazione di Dio rispetto al male nel mondo è la teodicea: come peccato il male morale dipende dall’uomo e non da Dio; fisicamente e metafisicamente il male è per Leibniz solo apparente; ottimisticamente Leibniz rileva come creando il nostro mondo Dio abbia in realtà creato il migliore dei mondi possibili.