Appunti da Giovanni Reale e Dario Antiseri, Il mondo delle idee,
volume 2, La Scuola 2017, pp. 266-273
David Hume concluse che la ragione… a torto ritiene il concetto di causa ed effetto una propria creatura, mentre esso non è altro che un figlio bastardo dell’immaginazione che gravida dell’esperienza ha sottoposto alcune rappresentazioni alla legge dell’associazione e gabella la conseguente abitudine soggettiva come necessità oggettiva proveniente dall’intelligenza
Immanuel Kant, Prolegomeni ad ogni futura metafisica che si presenterà come scienza, 1783, Laterza 1967
Nel Settecento lo scozzese David Hume (1711-1776) è il filosofo moderno che porta al limite l’empirismo: l’empirismo riconduce la conoscenza umana all’esperienza sensibile ed afferma l’impossibilità di un sapere reale a priori o indipendente dall’esperienza e dai fatti del mondo; portato al limite l’empirismo esprime tutte le conseguenze e sfocia nello scetticismo.
L’empirismo scettico di Hume rimanda in ultima analisi all’intuizione giovanile di «una nuova scena del pensiero»: l’idea di una scienza della natura umana porta Hume all’idea del Trattato sulla natura umana del 1739-1740.
Il sottotitolo del Trattato sulla natura umana è esplicativo: «Un tentativo di introdurre il metodo sperimentale di ragionamento negli argomenti morali»: Hume intende estendere il metodo scientifico empirico-sperimentale seguito da Isaac Newton in fisica allo studio dell’uomo come soggetto della conoscenza: Hume vuol procedere alla definitiva fondazione sperimentale della scienza dell’uomo e diventare il Galileo o appunto il Newton della natura umana; la natura umana è la capitale della repubblica delle scienze e la dipendenza di tutte le scienze dalla natura dell’uomo rende evidente la centralità della scienza della natura umana.
Come per George Berkeley i contenuti della mente umana sono per Hume percezioni: le percezioni sono da Hume divise in impressioni e idee: le impressioni riguardano il sentire e sono originarie e intense, le idee caratterizzano il pensiero e sono derivate e deboli; primo principio della scienza della natura umana è quindi che tutte le idee semplici provengono dalle loro corrispondenti impressioni, per cui non esistono idee innate ma tutte le idee dipendono dalle impressioni.
Le impressioni non solo semplici ma anche complesse sono percezioni sensibili e immediate; le idee complesse possono invece per Hume rimandare alla capacità della mente di combinare le idee. Le idee semplici tendono tuttavia ad aggregarsi secondo il principio dell’associazione: tra le idee c’è per Hume una forza di attrazione che le porta a unione o coesione; le idee semplici si associano per rassomiglianza, contiguità spazio-temporale e causa ed effetto.
Le idee semplici trovano immediatamente le relative impressioni; le impressioni corrispondenti alle idee complesse devono invece essere rintracciate, e Hume approfondisce l’analisi critica di John Locke.
Al principio dell’associazione delle idee Hume riconduce il principio dell’abitudine: alle idee da noi associate segue l’abitudine; l’abitudine rimanda alla ripetizione e produce la credenza nella necessità della combinazione tra i fenomeni. La credenza nelle idee generali è così da Hume riportata all’abitudine ad unire in un nome idee particolari associate per somiglianza: ecco il nominalismo humiano.
All’abitudine a legare fenomeni contigui e successivi associati come cause ed effetti Hume riduce il concetto della connessione di causa ed effetto: la relazione di causa ed effetto è il fondamento dei dati di fatto; se il principio di causalità non è espressione della ragione oggettiva allora basandosi sul principio di non contraddizione solo le relazioni tra idee sono razionali oggettive.