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Ludwig Wittgenstein (1889-1951) e la svolta logico-linguistica della filosofia

Il filosofo austriaco Ludwig Wittgenstein (1889-1951) è tra i pensatori più influenti del Novecento.

Il pensiero di L. Wittgenstein conobbe due fasi o momenti:  1) il “primo Wittgenstein” influisce sull’empirismo logico; 2) il “secondo Wittgenstein” ispira la filosofia analitica del linguaggio comune od ordinario.

La filosofia analitica è legata alla svolta logico-linguistica del pensiero contemporaneo: la svolta logico-linguistica della filosofia è legata al pensiero di Ludwig Wittgenstein: «Se identifichiamo nella svolta linguistica il punto di partenza della filosofia analitica vera e propria, non c’è dubbio che, per quanto grande sia stato l’apporto di G. Frege, B. Russell e G. E. Moore nel prepararne il terreno, il passo decisivo fu compiuto da L. Wittgenstein nel Tractatus logico-philosophicus del 1922» (Michael Dummett, Origini della filosofia analitica, 1993, a cura di Eva Picardi, Einaudi 2001, p. 143).

Nel saggio La svolta della filosofia del 1930 il grande empirista logico tedesco Moritz Schlick (1882-1936) attribuiva a Ludwig Wittgenstein la prima radicale valorizzazione delle procedure logiche all’origine della svolta logico-linguistica del pensiero contemporaneo: i metodi logici matematici hanno promosso la comprensione della logica; la conoscenza umana consiste nell’espressione dei fatti come espressione della forma o struttura logica delle cose.

La conoscenza prevede l’isomorfismo strutturale o identità formale logica di affermazioni e fatti: come corrispondenza di pensiero e realtà la verità è con L. Wittgenstein da M. Schlick ricondotta alla raffigurazione del mondo nel linguaggio: «La svolta linguistica fu portata a compimento quando i filosofi abbracciarono consapevolmente la strategia seguita da Gottlob Frege. Una volta compiuta la svolta linguistica l’assioma fondamentale della filosofia analitica, che l’unico cammino che porta all’analisi del pensiero passa attraverso l’analisi del linguaggio, sembrò incontrovertibile» (Michael Dummett, Origini della filosofia analitica, 1993, a cura di Eva Picardi, Einaudi 2001, p. 144).

Il riferimento a Moritz Schlick e all’empirismo logico o positivismo logico o neopositivismo o neoempirismo documenta la mediazione di Ludwig Wittgenstein nello sviluppo della filosofia come analisi logica del linguaggio: da Bertrand Russell (1872-1970) e G. E. Moore (1873-1958) si ritorna a Gottlob Frege (1848-1925): se con G. E. Moore la realtà dei fatti è presupposta e con B. Russell l’analisi empirica risolve i dati dell’esperienza sensibile in fatti atomici, con G. Frege l’oggettività del pensiero è per L. Wittgenstein espressa nel linguaggio secondo il senso dei termini e degli enunciati sul mondo; che la filosofia sia chiarificazione logico-linguistico-concettuale è l’idea del Tractatus logico-philosophicus del primo Wittgenstein.

Il Tractatus logico-philosophicus di Ludwig Wittgenstein fu pubblicato a Londra nel 1922 con l’introduzione di Bertrand Russell e la traduzione inglese del testo originale tedesco a fronte uscito nel 1921: il Tractatus logico-philosophicus definisce il primo Wittgenstein e lo distingue dal secondo Wittgenstein: «Il solo libro di Ludwig Wittgenstein apparso finché era in vita è il Tractatus logico-philosophicus, pubblicato nel 1921. In questo libro Ludwig Wittgenstein sviluppò la teoria che tutte le verità della logica sono tautologiche… Negli ultimi anni gli interessi di Ludwig Wittgenstein si allontanarono dalla logica per accostarsi all’analisi linguistica… Forse la tesi fondamentale delle sue ultime teorie filosofiche è che il significato di una parola consiste nel suo uso… Ludwig Wittgenstein ha introdotto l’analogia dei giochi linguistici… il linguaggio… ha regole che devono essere osservate da chi partecipa al gioco… Ludwig Wittgenstein ha ripudiato completamente la precedente elaborazione logica del Tractatus logico-philosophicus» (Bertrand Russell, La saggezza dell’Occidente, 1959, TEA 2012, p. 407).

Dal primo Wittgenstein del Tractatus logico-philosophicus del 1921-22 al secondo Wittgenstein muta l’idea della filosofia: per il Wittgenstein del Tractatus la filosofia mostra i limiti dell’espressione conoscitiva indicando il valore dello scientificamente inesprimibile; nella successiva riflessione L. Wittgenstein assegnava alla filosofia la funzione di terapia linguistica antimetafisica consistente nel riportare dall’uso patologico all’uso fisiologico corretto delle espressioni secondo la grammatica o logica dei termini chiarendo le regole dei giochi linguistici.

Rispetto al primo il secondo Wittgenstein passa dall’idea scientifica della possibilità di costruire un linguaggio logicamente perfetto secondo la teoria dell’atomismo logico empirico alla considerazione filosofica dei giochi linguistici e degli usi effettivi del linguaggio: «Wittgenstein, nelle sue lezioni che datano dagli inizi degli anni Trenta del Novecento, abiurò la concezione della filosofia esposta nel suo Tractatus, e soprattutto negò all’impresa scientifica ogni plausibile parentela con la scienza e ogni valore cognitivo. Il suo stile si fece epigrammatico e oracolare; l’ironia, i paradossi e i giochi di parole andarono a sostituire l’analisi e soprattutto ogni espressione “legislativa” intorno alla forma logica» (Alessandro Pagnini, Filosofia analitica, in La filosofia diretta da Paolo Rossi, 1995, Garzanti 1996, volume IV, p. 181).

La dissociazione della filosofia dalla scienza nel secondo Wittgenstein è rimarcata da Bertrand Russell: il filosofo scientifico Russell ammirava il primo Wittgenstein del Tractatus logico-philosophicus del 1921-22 e prendeva le distanze dal successivo Wittgenstein che alla considerazione dei giochi linguistici univa l’interesse per i semplici usi del linguaggio comune: il Wittgenstein del Tractatus ispira l’empirismo logico o positivismo logico o neopositivismo o neoempirismo; la concezione scientifica del mondo dei neoempiristi si sviluppa per definizione superando i limiti del senso comune.

Secondo le funzioni linguistiche non denotative il secondo Wittgenstein rilevava come la relazione espressiva coi fatti  dipenda dal linguaggio: non c’è forma o struttura logica reale oggettiva indipendente dal linguaggio: «L’idea centrale del Tractatus era quella che il significato di una frase consistesse nel suo accordo o disaccordo con la realtà; invece ora questo accordo sarebbe qualcosa di diverso in ogni gioco linguistico» (Ugo Giacomini, Il pensiero di Wittgenstein, in Ludovico Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, volume sesto, Garzanti 1973, p. 231).

Dal primo al secondo Wittgenstein al passaggio dall’unicità alla pluralità del linguaggio si accompagna la concentrazione sulle logiche linguistiche interne ma rimane l’apertura alla realtà delle cose e della vita: «La filosofia di Wittgenstein è, sostanzialmente, in tutte e due le fasi una teoria del linguaggio. I termini di cui essa si avvale sono infatti due: il mondo come totalità dei fatti e il linguaggio come totalità delle proposizioni che significano i fatti» (Nicola Abbagnano, Storia della filosofia, Utet 1993, TEA 1995, volume sesto, pp. 372-373).

Nel primo Wittgenstein, nel Wittgenstein del Tractatus logico-philosophicus del 1921-22 la teoria logico-linguistica raffigurativa o pittoriale di pensiero e conoscenza rispetto alla realtà legava il significato alla verità: «Nel Tractatus logico-philosophicus di Ludovico Wittgenstein… la logica è sostanzialmente un’analisi del linguaggio scientifico e ha per oggetto lo studio dei fondamenti logici del linguaggio come sistema di segni che esprimono pensieri. Questo fondamento consiste nel rapporto che c’è fra le relazioni che sussistono fra le cose e le proposizioni del linguaggio, rapporto per il quale le proposizioni sono immagini logiche delle relazioni reali» (Nicola Abbagnano, Storia della filosofia, Utet 1958, volume secondo parte seconda, pp. 578-579).

Superando la propria prima teoria logico-linguistica raffigurativa o pittoriale di pensiero e conoscenza rispetto alla realtà il secondo Wittgenstein vedeva ogni forma o struttura logica reale oggettiva assumere il senso solo all’interno di un linguaggio e legava la verità al significato: all’analisi espressivo-concettuale non ci sono atomi logico-linguistici speculari degli atomi empirico-fattuali: la filosofia si sgancia dalla scienza; la filosofia descrive e non prescrive, chiarisce ma non conosce.