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Angiolo Maros Dell’Oro, “Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi”, Le Monnier 1953: parte II: la reazione al positivismo: 7.6 e 7.7: la fenomenologia e l’esistenzialismo

In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi, Le Monnier 1953 Angiolo Maros Dell’Oro concludeva la seconda parte sulla reazione al positivismo secondo i limiti filosofico-scientifici positivistici e la filosofia dedicando il sesto e il settimo ed ultimo titolo del settimo capitolo rispettivamente alla fenomenologia e all’esistenzialismo filosofici contemporanei: l’esistenzialismo rappresentava la filosofia più recente emersa come rinascita del pensiero ottocentesco di S. A. Kierkegaard: «L’esistenzialismo è un vasto movimento che ha caratterizzato questi ultimi anni del pensiero europeo… rappresenta la maturazione di tutto uno stato di cose che gli avvenimenti storici e il pensiero precedente avevano preparato, e per questo non ha voluto dire soltanto una teoria per i filosofi ma un atteggiamento spirituale per moltissime altre persone… L’esistenzialismo ha cominciato ad affermarsi in Germania sotto la forma di una rinascenza di S. A. Kierkegaard… venne la Grande Guerra, che specie per la Germania si chiuse con un crollo spirituale davvero spaventoso. Tutto un mondo di vecchi valori si inabissò nel nulla… In tale clima convulso fu “scoperto” Kierkegaard. Nella sua tragedia personale parve che egli avesse raffigurato la tragedia generale degli spiriti» (p. 109).

In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi alle pagine filosofiche sull’esistenzialismo secondo sviluppo, idee e pensatori A. Maros Dell’Oro premetteva un discorso filosofico sulla fenomenologia del filosofo contemporaneo otto-novecentesco E. Husserl (1859-1938): mediante il suo maestro F. Brentano (1838-1917) nella fenomenologia di Husserl passava la distinzione di B. Bolzano (1781-1848) tra la realtà oggettiva indipendente dalla mente umana del pensiero logico-matematico e la realtà soggettiva della nostra considerazione psicologica del pensiero logico-matematico: «autore di libri di un’acutezza rara» Husserl muoveva dal principio che «tutte le intuizioni relative ai dati immediati devono essere puramente e semplicemente accettate  così come si presentano all’intuizione» (p. 107): secondo l’intenzionalità di Brentano psicologicamente ogni atto mentale cosciente è coscienza di qualcosa, per cui Husserl si concentra sui contenuti psichici come si presentano direttamente alla coscienza e quindi come ci appaiono in se stessi; mettendo tra parentesi e quindi tralasciando ogni questione filosofica su soggetto e oggetto i contenuti psichici coscienti come ci appaiono alla mente sono per noi le cose stesse, per cui il ritorno alle cose stesse come appaiono alla nostra mente definisce la fenomenologia di Husserl. Nel vissuto psichico cosciente fenomenologicamente inteso le cose particolari si presentano alla mente qui ed ora, hic et nunc, e si collocano nello spazio e nel tempo ma realizzano le corrispondenti universali forme essenziali: come cose universali le essenze delle cose individuano e definiscono le cose particolari: E. Husserl si astiene dalla questione filosofica dell’origine delle essenze colte dalla mente, dice A. Maros Dell’Oro: «Donde vengano tali essenze… Husserl si inibisce si chiarirlo. Egli si limita ad osservare che quelle essenze calano nel flusso del vissuto che costituisce la coscienza a determinarne i caratteri particolari» (p. 108). La considerazione delle essenze era per E. Husserl la condizione della filosofia come scienza rigorosa: le essenze sono scientificamente evidenti e descrivibili in quanto si impongono alla coscienza nell’intuizione intellettiva: come organo o strumento della conoscenza filosofica l’intuizione intellettiva essenziale è dal greco da Husserl definita intuizione eidetica, perché quale intuizione è un sapere immediato come l’intuizione sensibile percettiva ma quale intellezione si rivolge all’intelligibile forma ideale dell’essenza: dice A. Maros Dell’Oro: «In un momento in cui idealisti, bergsoniani e pragmatisti erano così decisamente a favore del solo divenire, ecco Husserl (con A. N. Whitehead) richiamarsi, invece, alla immutabilità delle forme platoniche» (p. 108). Il discorso filosofico sulla fenomenologia di E. Husserl era da A. Maros Dell’Oro concluso rilevando l’idea husserliana intuitivamente motivata dell’organizzazione delle essenze nelle peculiari strutture ontologiche delle diverse sfere eidetiche da descrivere nella singola specificità senza dimenticarne l’unità nella coscienza: «Molti in Germania, nei primi tre decenni del Novecento, si sono dedicati a questo compito della caratterizzazione fenomenologica delle sfere eidetiche… Uno dei pochi che… ha avuto sempre viva la coscienza filosofica è stato Max Scheler (1874-1928), di cui va ricordato il bel volume Il rovesciamento dei valori (1919)… Dalla fenomenologia proviene anche N. Hartmann (1882-1950)» (p. 108).

In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi A. Maros Dell’Oro passava dalla fenomenologia novecentesca all’esistenzialismo filosofico novecentesco rilevando in E. Husserl il maestro di Martin Heidegger (1889-1976): come rinascita di S. A. Kierkegaard in Germania l’esistenzialismo era da Maros Dell’Oro rimarcato filosoficamente rappresentato da K. Barth, M. Heidegger e K. Jaspers: «Barth è un teologo protestante, autore di un ormai famoso commento alla lettera di San Paolo ai Romani… Jaspers dalla psichiatria passò prima alla psicologia e poi alla filosofia» (p. 110). All’esistenzialismo tedesco si uniscono nel Novecento l’esistenzialismo francese, russo, italiano: scriveva A. Maros Dell’Oro: «L’esistenzialismo francese matura contemporaneamente a quello tedesco, ma in esso, invece di S. A. Kierkegaard, si fanno sentire B. Pascal, F. P. Maine de Biran e M. Blondel. La figura principale è quella di Gabriel Marcel… In Francia l’esistenzialismo ha trovato pure… Jean-Paul Sartre e Albert Camus… L’esistenzialismo russo conta soprattutto su due nomi, L. Šestov (1866-1938) e N. Berdjaev (1874-1948)… Vi è anche un esistenzialismo italiano… che ha per suo principale rappresentante Nicola Abbagnano» (p. 110). Tre basi ideali comuni a tutti gli esistenzialisti erano rilevate da A. Maros Dell’Oro: la rivalutazione della persona umana, l’antirazionalismo e la coscienza della crisi: A. Maros Dell’Oro sottolineava la mortificazione ottocentesca della persona umana nell’idealismo spirituale metafisico hegeliano e poi nell’opposto naturalismo materiale scientifico positivistico: il singolo individuo perdeva valore annullandosi nello Spirito assoluto o smarrendosi tra i fenomeni della natura: «Nell’ultimo quarto dell’Ottocento nei paesi anglosassoni e nel primo quarto del Novecento in Italia ci fu una vigorosa ripresa dello hegelismo, con F. H. Bradley e J. Royce, con B. Croce e G. Gentile. Poi… poi contro idealismo e naturalismo scoppiò violenta la reazione dell’esistenzialismo in favore della persona» (p. 111). Con l’idealismo spirituale metafisico hegeliano e l’opposto naturalismo materiale scientifico positivistico un terzo fattore antipersonalistico contrastato dall’esistenzialismo nel Novecento era da A. Maros Dell’Oro storicamente rilevato nelle masse e nella società di massa per l’uniformità e l’omologazione del singolo individuo: nel Novecento l’esistenzialismo ha con particolare forza riproposto la reazione antipersonalistica ottocentesca: «Nell’Ottocento si è avuto un Th. Carlyle col suo concetto dell’eroe, un Max Stirner col suo Unico, soprattutto un S. A. Kierkegaard con la sua rivolta contro il Moloch hegeliano e un F. Nietzsche col suo Superuomo e la sua lotta contro la morale da schiavi» (p. 112). Nel contrasto dell’antiindividualismo l’esistenzialismo ha rivalutato la persona metafisicamente, dice A. Maros Dell’Oro: «… ciascuna persona… concentra in certo modo in sé tutta la realtà» (p. 112). Nella metafisica dell’esistenza personale del singolo individuo si inquadra lo stesso antirazionalismo esistenzialistico: «… la mia persona è la quintessenza della concretezza reale, e quindi sfuggirà sempre alla ragione» (p. 113): A. Maros Dell’Oro sottolineava l’accordo degli esistenzialisti sulla necessità di superare la teoria dell’esistenza personale per realizzare la persona più che per definirla e rimarcava l’ispirazione dell’esistenzialismo alla critica filosofica alla ragione: «La ragione… è in certo modo proprio l’antitesi della vita» (p. 113). Contro l’ottimismo razionale scientistico positivistico ottocentesco era da A. Maros Dell’Oro rilevata la stessa coscienza esistenzialistica novecentesca della crisi: «L’Ottocento non era spiritualmente più ricco di noi, ma non aveva coscienza della sua miseria. C’era, allora, una gran fiducia nel progresso, e quindi uno smisurato ottimismo, anche se era soltanto un ottimismo naturalistico e borghese. Oggi invece noi abbiamo anche la coscienza della nostra miseria. Un complesso di fattori, che gli storici stanno ancora faticosamente dipanando, fra cui due spaventose guerre mondiali, ci hanno pienamente maturato in tal senso» (p. 113).

In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi A. Maros Dell’Oro concludeva il settimo capitolo terminando il settimo ed ultimo titolo sull’esistenzialismo con un discorso sul pensiero filosofico di M. Heidegger, K. Jaspers e G. Marcel: «… se sulla rivalutazione della persona, sull’antirazionalismo e sulla coscienza della crisi tutti i pensatori esistenzialisti sono d’accordo, vi è tuttavia in ciascuno un modo particolare di sentire i problemi» (pp. 113-114). Se faceva emergere la convergenza dello spiritualismo esistenziale di G. Marcel con l’esistenzialismo spirituale di K. Jaspers sottolineando la corrispondenza del binomio marceliano incarnazione-partecipazione al binomio jaspersiano situazione-trascendenza, A. Maros Dell’Oro rilevava in M. Heidegger il rovesciamento esistenzialistico della approssimazione fenomenologica essenziale eidetica del suo maestro E. Husserl: autore di Essere e tempo del 1927 Heidegger si concentrava sui singoli individui e si impegnava nell’analisi dell’esistenza umana: nel suo esser gettato nel mondo l’esistenza autentica consapevole è per l’uomo essere per la morte o essere per il nulla, perché è l’esperienza del nulla a suscitare in noi l’angoscia che ci libera dall’esistenza inautentica ripetitiva della banalità e degli affanni della vita quotidiana persa nella chiacchiera e nella curiosità e presa dalle cose tra lo stress e la noia: «La filosofia di M. Heidegger ha così un certo qual tono crudo ed eroico, ma è infinitamente sconsolata. L’uomo è solo, in mezzo al gran vuoto del Nulla. Non vi è la fede di altri esistenzialisti… In Heidegger non ci aspetta che il nulla» (pp. 114-115).