«Il supremo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la sorpassano» (Blaise Pascal, Pensieri, 1670, Mondadori 1984, p. 150).
«Il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce… Il cuore, e non la ragione, sente Dio. Ecco che cos’è la fede: Dio sensibile al cuore, e non alla ragione» (Blaise Pascal, Pensieri, 1670, Mondadori 1984, p. 153).
Blaise Pascal (1623-1662) coltiva la scienza però rileva i limiti della ragione: la conoscenza rimanda alla ragione sperimentale, e oltre la ragione sono morale e religione; la religione è unicamente questione di fede.
Religione e morale ben definiscono il dominio dell’uomo: il mondo dell’uomo è per B. Pascal naturalmente precluso alla nostra ragione; la ragione umana è anzi condizionata nella stessa conoscenza della natura. La nostra comprensione della natura è da Pascal ridotta a principi ed esperienza: l’umana intelligenza razionale è ben limitata dall’orizzonte empirico del sapere umano e dal carattere intuitivo delle premesse del ragionamento scientifico; i primi principi del ragionamento si intuiscono, si conoscono immediatamente per certi, si sentono col cuore e non si dimostrano con la ragione, e la ragione scientifica elabora modelli teorici e spiega sperimentalmente cercando la misura nel confronto con l’esperienza.
All’affermazione dei limiti della ragione scientifica si unisce in Pascal il riconoscimento della vanità delle scienze: le umane scienze sono astratte ed esteriori e allontanano l’uomo da se stesso; ma l’uomo dovrebbe invece proprio cercare di conoscere se stesso, e proprio nello studio dell’uomo emerge la inutilità della ragione. «Nulla è così conforme alla ragione», dice però Pascal, «come questa sconfessione della ragione» (Blaise Pascal, Pensieri, 1670, Mondadori 1984, p. 151): la realtà dell’uomo è assolutamente inattingibile dalla ragione ma si può nondimeno ben guadagnare con il cuore; effettivamente, anche «il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce» (B. Pascal, Pensieri, p. 153), e “le ragioni del cuore” si colgono con lo spirito di finezza.
Lo spirito di finezza è l’intuito che Pascal oppone all’atteggiamento matematico da lui definito spirito di geometria. Nello spirito di geometria «i principi sono tangibili, ma lontani dal comune modo di pensare… principi così tangibili… è tuttavia quasi impossibile che sfuggano. Nello spirito di finezza i principi sono viceversa nell’uso comune e dinanzi agli occhi di tutti… ma sono così tenui e numerosi che è quasi impossibile che non ne sfugga qualcuno. Basta ometterne uno per cadere in errore: occorre, pertanto, una vista molto limpida per scorgerli tutti e una mente retta per non ragionare stortamente sopra principi noti» (Pascal, Pensieri, p. 99).
Non la geometria ma solamente la finezza può comprendere l’uomo: la stessa matematica ragiona basandosi sulla comprensione, e solamente la comprensione dischiude la dimensione interiore; il ragionamento geometrico è per Pascal esclusivamente riferibile al mondo esterno ed assolutamente inadeguato al mondo umano. Il mondo degli uomini non può dunque essere spiegato matematicamente e, se all’uomo e alla sua realtà, condizione ed esistenza non sono possibili approssimazioni geometriche, allora Pascal può concludere: «Beffarsi della filosofia è filosofare davvero» (Pascal, Pensieri, p. 102).
Se è insufficiente per la scienza, basata su principi ed esperienza, per Pascal lo spirito geometrico, l’esprit de géométrie, è incapace di capire l’uomo e deve lasciare allo spirito di finezza, all’esprit de finesse, atto a coglier le sfumature inafferrabili dalla ragione matematica cartesiana e a intuire grandezza e miseria dell’essere umano, il quale religiosamente e cristianamente ben ritrova se stesso in Dio e nella fede senza garanzie razionali: «Blaise Pascal… di Cartesio ritiene il concetto della deduzione matematica come tipo perfetto di conoscenza, ma… a differenza di Cartesio non riconosce valore critico all’intuizione razionale dei principi dai quali la deduzione parte… se la garanzia della certezza è la dimostrazione, ove non è dimostrazione non è garanzia razionale: ora, i principi dai quali parte la scienza, come la filosofia, sono indimostrabili… Pascal cerca di supplire a tale insufficienza fondando la loro certezza su di un’altra facoltà che egli nomina il cuore… il cuore coglie immediatamente e sicuramente le verità che sfuggono alla dimostrazione razionale… esso determina quell’esprit de finesse che giunge là dove non giunge l’esprit géométrique… Pascal sente il bisogno di costruire il vasto edificio apologetico di cui ci rimangono i materiali grezzi dei Pensieri in modo che l’esuberanza del cristianesimo nei riguardi del razionalismo cartesiano, anzi della ragione, sia inequivocabile e addirittura paradossale (Franco Amerio, Lineamenti di storia della filosofia, 1939, S.E.I. 1941, pp. 254-255).
«Il defunto signor Pascal chiamava la filosofia cartesiana “il romanzo della natura”, pressoché simile alla storia di don Chisciotte» (Pascal, Pensieri, p. 115, n. 4).
L’istanza metodologica della ragione empirico-sperimentale ricollega Blaise Pascal a Galileo: la riduzione della fisica a geometria portava Cartesio ad un sistema della natura semplicemente deduttivo, ad un sistema a priori del mondo materiale, ad una filosofia naturale che un confronto inadeguato con l’esperienza rendeva non empirica, non sperimentale; la scienza dei fatti empirici non poteva così per Pascal limitarsi alla struttura matematica ipotetico-deduttiva cartesiana ma nei modelli teorici della realtà doveva ben regolare e controllare con il metodo galileiano la corrispondenza di enti della teoria ed oggetti concreti, secondo sapere scientifico e spirito metodologico ellenistico archimedeo della Rivoluzione scientifica del Cinque-Seicento con la quale nasce la scienza moderna.
«Nella storia della filosofia e in quella della scienza il termine Rivoluzione scientifica viene impiegato… per indicare il grande mutamento nei quadri del pensiero, nelle teorie scientifiche, nelle pratiche della tecnologia e del controllo della natura… fra l’età di Niccolò Copernico e quella di Isaac Newton» [Paolo Rossi, Sulle rivoluzioni e sui classici (nella scienza), in Ivano Dionigi (a cura di), I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni, noi, Rizzoli 2007, BUR, pp. 69-70].
«Non c’è, in Europa, un “luogo di nascita” di quella complicata realtà storica che chiamiamo oggi scienza moderna. Quel luogo è l’intera Europa. Vale la pena di ricordare anche le cose che tutti sanno: che Copernico era polacco, Bacone, Harvey e Newton inglesi, Cartesio, Fermat e Pascal francesi, Tycho Brahe danese, Paracelso, Keplero e Leibniz tedeschi, Huygens olandese e Galilei, Torricelli e Malpighi italiani. Il discorso di ciascuno di questi personaggi fu legato a quello degli altri, in una realtà artificiale o ideale, priva di frontiere, in una Repubblica della Scienza che si costruì faticosamente uno spazio in situazioni sociali e politiche sempre difficili, spesso drammatiche, a volte tragiche» (Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, 1997, Laterza 2000, p. IX).
Il contributo di Blaise Pascal allo sviluppo della scienza moderna cinque-secentesca riporta bene al cenacolo scientifico di padre Marin Mersenne: il cenacolo di padre Mersenne riuniva fisici e matematici, svolgeva una funzione comunicativa intellettuale europea e alla piena adesione alla fede religiosa cristiana faceva corrispondere la totale autonomia di una ricerca scientifica basata sull’esperienza oltre che sulla riflessione.
Scienziato e filosofo, teologo e scrittore francese del ‘600 Blaise Pascal nacque a Clermont-Ferrand in Francia nel 1623, e rivolse i suoi primi interessi culturali a matematica e fisica. Orfano di madre a tre anni, Pascal fu educato dal padre Etienne, il quale nel 1631 lasciò Clermont per Parigi per meglio curare la stessa educazione dei propri figli; a Parigi Blaise non tardò quindi a scoprire da solo la geometria, ben avanzandovi.
Lo spirito della breve vita di Blaise Pascal è ben ripercorso da F.-R. de Chateaubriand: «Ci fu un uomo che a dodici anni, con aste e con cerchi, creò la matematica; che a sedici anni stese il più dotto trattato sulle coniche dalla antichità in poi; che a diciannove anni condensò in una macchina una scienza che è interamente dell’intelletto; che a ventitré anni provò i fenomeni del peso dell’aria ed eliminò uno dei grandi errori della fisica antica; che alla età in cui gli altri iniziano appena a vivere, avendo già percorso tutto l’itinerario delle umane scienze, si accorse della loro vanità e volse la mente alla religione; che da quel momento fino alla sua morte, avvenuta a trentanove anni, sempre malato e sofferente, fissò la lingua nella quale dovevano ben esprimersi Bossuet e Racine, e diede il modello tanto del motto di spirito più perfetto quanto del ragionamento più rigoroso; che infine, nei brevi intervalli concessigli dal male, risolse quasi distrattamente uno dei maggiori problemi della geometria e scrisse pensieri che han sia del divino che dell’umano. Il nome di questo genio portentoso è Blaise Pascal».
La precoce vocazione matematico-scientifica poté in Blaise Pascal ben svilupparsi nell’esempio e con le amicizie di suo padre, «con il quale, dopo il 1635, egli prese a frequentare le riunioni che si tenevano ogni settimana presso il padre Marin Mersenne e da cui doveva poi trarre origine l’Accademia parigina delle scienze. Oltre al Mercin… vi poté conoscere il Gassendi, il Carcavi, il Mydorge e due dei più insigni matematici del tempo: Girard Desargues e Gilles de Roberval; grazie alla loro lezione e a quella dei loro corrispondenti, tra i quali c’erano Galileo, Torricelli, Descartes e Fermat, egli poté ben seguire da vicino il grandioso movimento di rinnovamento scientifico che si andava sviluppando in quegli anni… A quel moto il Pascal collaborò non solo con la sua opera di matematico e fisico… ma pure colla chiara consapevolezza, alla quale seppe presto elevarsi, della struttura, del significato, dei metodi della nuova scienza» (Paolo Serini, Introduzione a Blaise Pascal, Pensieri, 1670, Mondadori 1984, p. 17).
Nel 1640 Blaise Pascal presentava il grande Saggio sulle sezioni coniche, e partecipava attivamente al lavoro del padre Etienne.
Nel 1639 con la sua famiglia Etienne Pascal si era trasferito a Rouen come funzionario regio della Alta Normandia per la riscossione delle imposte; per aiutarlo il figlio Blaise inventò il primo moderno calcolatore meccanico, la macchina “pascalina” capace di eseguire automaticamente le operazioni aritmetiche.
Al 1646 risale a Rouen l’incontro di Blaise Pascal con il giansenismo: ad introdurre la dottrina di Giansenio in casa Pascal furono i due medici alle cui cure era stato affidato il padre Etienne infortunatosi ad una gamba cadendo sul ghiaccio; i due chirurghi giansenisti vi fan conoscere le opere dell’abate di Saint-Cyran, il quale aveva fatto della abbazia cisterciense parigina di Portoreale il centro del movimento religioso giansenistico.
La salute di Blaise Pascal era intanto stata ben provata dall’intenso studio, e già a diciotto anni di età le sue condizioni avevano destato preoccupazioni; a ventitré anni c’era però stato un peggioramento, e in questa sua situazione le opere del Saint-Cyran lo convincono e lo conquistano alla dottrina giansenista. E’ la “prima conversione” di Pascal, e Blaise converte tutta la sua famiglia: la sorella Jacqueline, il padre Etienne e l’altra sorella Gilberte e la famiglia di lei; Gilberte aveva sposato Florin Périer.
Nel 1646 Blaise Pascal è comunque ispirato da Evangelista Torricelli per la propria “esperienza del vuoto”, e con il matematico Pierre Petit le esperienze di Torricelli sul vuoto Blaise e suo padre Etienne ben ripetono.
Nel 1647 Pascal cerca riposo e distrazione a Parigi: incontra Cartesio, pubblica le Nuove esperienze sul vuoto, replica al gesuita padre Noèl e contatta il cognato Périer per il grande esperimento del vuoto sul monte Puy-de-Dôme; con la sua sorella Jacqueline visita l’abbazia di Portoreale.
Nel 1648 Pascal è raggiunto a Parigi da suo padre: sul vuoto fisico su istruzioni di Pascal il cognato Florin Périer compie sul Puy-de-Dôme l’esperimento comprovante la diminuzione dell’altezza della colonna di mercurio di un barometro torricelliano con l’aumento della altitudine sul livello del mare; l’esperimento del vuoto è scientificamente interpretabile in termini di peso e relativa pressione della atmosfera secondo la misurabile intensità della sua forza superando i limiti del tradizionale aristotelico horror vacui della natura, e nel suo resoconto dell’esperimento è da Pascal allora rilevato che «tutti gli effetti che si erano attribuiti allo horror vacui ben derivano in realtà dalla gravità e dalla pressione dell’aria» (Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa, 1997, Laterza 2000, p. 289).
«Blaise Pascal (1623-1662), più noto in qualità di teologo, fu pure un fisico sperimentale. Egli dispose un barometro, strumento di recente inventato da Torricelli, sul Puy-de-Dôme; qui l’altezza della colonna di mercurio diminuì, evidentemente perché la pressione della atmosfera era diminuita, e non perché la natura “aborrisca il vuoto” come insegnavano gli aristotelici. Pascal fu anche il creatore della teoria della probabilità, lo studio della quale ebbe origine in un gioco d’azzardo, e fu poi di grande e di sempre crescente importanza nella filosofia, nella scienza e nelle statistiche sociali. Si può ben dire che ogni conoscenza empirica sia questione di probabilità esprimibile nei termini di una scommessa» (William Dampier, Breve storia della scienza, 1946, Feltrinelli 1960, pp. 100-101).