Categoria: Filosofia e pensiero scientifico
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… l’epistemologia genetica… si propone di studiare il significato delle conoscenze, delle strutture operatorie o delle nozioni, ricorrendo da un lato alla loro storia ed al loro funzionamento attuale in una scienza determinata…, da un altro lato al loro aspetto logico… ed infine alla loro formazione psicogenetica o alle loro relazioni con le strutture mentali… Così concepita l’epistemologia non è più compito della sola riflessione, ma, proponendosi di cogliere la conoscenza nel suo sviluppo… e supponendo che questo sviluppo dipenda sempre simultaneamente da questioni di fatti e di norme, essa si sforza di conciliare le sole tecniche che sono in grado di decidere su tali questioni: la logica…; la storia delle idee; e la psicologia del loro sviluppo, che è stata sempre invocata implicitamente o esplicitamente, ma quasi mai nella sua forma sperimentale e specializzata nei problemi d’intelligenza propriamente detta
Jean Piaget, Saggezza e illusioni della filosofia (1965), Einaudi 1975, pagina 89
Presentando nel 1985 l’edizione italiana del libro del 1983 Psicogenesi e storia delle scienze di Jean Piaget e di Rolando Garcia Mauro Ceruti rilevava il carattere naturale anziché normativo della epistemologia genetica di Jean Piaget. Ceruti sottolineava bene nella sua naturalità l’epistemologia genetica di Jean Piaget ristrutturare l’approssimazione ai tradizionalmente epistemologicamente centrali problemi «del progresso, delle direzioni, delle continuità o delle discontinuità nello sviluppo storico delle scienze»[1]: «Nel corso della storia del pensiero filosofico e scientifico, tali questioni sono state ricorrentemente affrontate sulla base di assunzioni a priori. Sono stati elaborati modelli tendenti al privilegiamento unilaterale della continuità o della discontinuità nei processi storici ed evolutivi. L’intera opera di Piaget mette in discussione proprio l’utilità di tali modelli unitari ed aprioristici e trasforma l’intera questione in una questione empirica, suscettibile di soluzioni differenti a seconda del livello di osservazione, e comunque risultanti da indagini ex post facto. La continuità e la discontinuità non si contraddicono, ma si riferiscono ad aspetti differenti (e ad osservatori “differenti”) dei processi evolutivi, complementari ed irriducibili»[2]. L’epistemologia genetica di Piaget appare effettivamente naturale ed empirica: «Piaget ha consacrato tutta la sua attività alla creazione di un’epistemologia genetica che traesse profitto dal metodo storico-critico e si basasse sul metodo psicogenetico»[3].
L’epistemologia genetica di Jean Piaget appar proporsi epistemologia scientifica, sperimentale: «Piaget ha elaborato un’epistemologia sperimentale, l’epistemologia genetica, che trova la giustificazione alla sua adeguatezza sul piano della verifica empirica»[4]. L’epistemologia genetica di Piaget si interroga sulla formazione, sulla “costruzione” della conoscenza. Piaget vuol risponder scientificamente al problema filosofico della conoscenza. Piaget vuole stabilir empiricamente come si costituisce la conoscenza umana. L’indagine scientifica della genesi delle “strutture cognitive” conduce Piaget alla psicologia. L’interesse per la psicogenesi della conoscenza porta ben Piaget allo studio dello sviluppo mentale e della psicologia del bambino: «… la psicologia del bambino ci insegna che lo sviluppo è una costruzione reale, al di là di innatismo ed empirismo, e che non si risolve in un’accumulazione additiva di acquisizioni isolate, ma è una costruzione di strutture»[5].
Nelle sue ricerche scientifiche, empiriche, sperimentali sullo sviluppo mentale Jean Piaget è ricorso a più metodi. Il proprio metodo clinico è da Piaget così presentato nel testo del 1926 La rappresentazione del mondo nel fanciullo.
Nella sua introduzione del 1966 Guido Petter indica nel libro di Jean Piaget La rappresentazione del mondo nel fanciullo del 1926 un idoneo “punto di partenza” per uno “studio generale” della “opera” di Jean Piaget.
Nell’introduzione allo scritto La rappresentazione del mondo nel fanciullo sulla scorta dell’opera di Jean Piaget Guido Petter pone innanzitutto l’accento sulla “differenza qualitativa” tra il “pensiero infantile” ed il “pensiero adulto”.
Petter rileva: 1) la limitatissima attività rappresentativa nel bambino sotto i 18 mesi; poi 2) il restringersi della “rappresentazione” alla percezione, il “pensiero irreversibile”, le scarse nozioni fondamentali, la poca “sensibilità” alla coerenza, il sincretismo, il realismo nonché l’egocentrismo in età inferiore ai 6-7 anni; inoltre 3) la incapacità di ragionamento ipotetico-deduttivo e induttivo-sperimentale rigoroso e di figurarsi relazioni possibili tra 2 fatti prima degli 11-12 anni.
Petter rimarca lo sviluppo del pensiero “progressivo affrancamento” dal concreto “culminante” nel “pensiero formale”.
Petter rileva l’accento da Piaget posto nella parte introduttiva del suo La rappresentazione del mondo nel fanciullo sul “metodo clinico” per lo “studio diretto” delle “convinzioni infantili”.
Petter richiama come dall’adozione del rispetto ai test ed alla pura osservazione vantaggioso metodo clinico per l’effettiva adeguatezza all’approfondimento dell’indagine nel senso dello studio del pensiero concreto del fanciullo Piaget dovesse nelle sue ricerche tosto passare all’impiego del “metodo critico”.
Per Jean Piaget lo sviluppo mentale del bambino appare configurarsi una successione continua-discontinua di “costruzioni”:
1) gli “schemi senso-motori” rispetto alle “strutture organiche”;
2) la “interiorizzazione” ed il pensiero fino alle “operazioni concrete” rispetto agli schemi d’azione;
3) il “pensiero formale” dagli 11-12 anni ben rispetto alle operazioni concrete.
Del bambino nel volume del 1926 La rappresentazione del mondo nel fanciullo Jean Piaget tratta realismo, animismo, artificialismo.
“Realismo” è per Jean Piaget la tendenza nei bambini a “oggettivare” il “puramente soggettivo”: 1) “realismo nominale” ben per i “nomi”; 2) “realismo onirico” per il contenuto dei sogni; 3) “realismo morale” per le “azioni”. “Animismo” è per Piaget la “tendenza infantile” ad attribuir anima, vita, coscienza, intenzioni alle cose; “artificialismo” è la tendenza dei fanciulli a considerare gli elementi naturali “prodotti artificiali” risultato di “fabbricazione”.
Realismo, animismo e artificialismo infantili appaiono bene per Jean Piaget riconducibili alla “indifferenziazione di psichico e fisico”. “Realistica” è così per Piaget la “materializzazione” infantile del “mentale”: 1) i nomi son “fisicamente uniti” alle cose; 2) i sogni sono “quadri appesi” visibili in un certo luogo; 3) le azioni sono giudicate moralmente dai “risultati concreti” piuttosto che dalle “intenzioni”. Animistica è inversamente per Piaget la “mentalizzazione” infantile del “materiale”: le cose sono “animate”, hanno scopi e si muovono per un fine. “Arificialistica” è per Piaget la generalizzazione infantile ed estensione alle cose di “proprie esperienze”: anche vive come i neonati le cose hanno origine perché sono “fatte”.
Nell’introduzione metodologica al libro La rappresentazione del mondo nel fanciullo del 1926 pur riconoscendone bene l’interesse Jean Piaget rilevava la scarsa adeguatezza del metodo dei test allo studio dei meccanismi del pensiero infantile: il metodo dei test non basta alla analisi dei risultati e poi specialmente non offre al soggetto libertà espressiva tale da interpretarne la risposta nel contesto mentale. Al Piaget psicologo non è più sufficiente neppure l’osservazione pura: nel bambino non è facile discernere tra il detto per gioco e la effettiva credenza: la stessa espressione spontanea del bambino non esaurisce l’interesse dello psicologo.
Nello studio dello sviluppo mentale Jean Piaget appare bene avere scelto il metodo di ricerca in funzione dell’età dei soggetti ed in funzione dei temi. Le questioni dello sviluppo nei primi tre anni di vita di intelligenza elementare ed attività imitative, prime ludiche, prime verbali che favoriscono lo sviluppo intellettuale furono da Piaget così studiate con una “sperimentale” osservazione sistematica dei suoi tre figli. Allo sperimentale metodo che definisce critico ed allo studio di bambini diversi dai propri Piaget si è invece affidato per l’indagine della età 4-14 anni e delle elementari nozioni logiche, matematiche, fisiche, epistemologiche, morali. Allo “sperimentale” metodo che per le affinità con la modalità del colloquio psichiatrico per ricostruire come il paziente vede la realtà chiama clinico Piaget ricorse per lo studio della rappresentazione infantile del mondo fisico ed umano: sistematicamente da osservazioni spontanee del bimbo con domande non suggestive e adattate alle sue risposte e distinguendo le risposte attendibili il colloquio clinico poteva per Piaget consentire di comprendere le convinzioni del fanciullo.
Per assimilazione ed accomodamento e verso l’equilibrio lo sviluppo mentale appare per Jean Piaget un processo di “adattamento”. Base della epistemologia genetica di Jean Piaget è il soggetto epistemico. Il carattere genetico pare avvicinare la epistemologia di Jean Piaget alla epistemologia storico-genetica di Federigo Enriques: «… poiché il pensiero scientifico è in continuo divenire, il problema di quello che sia la conoscenza non può essere risolto che sotto aspetti più delimitati, tendenti ad analizzare il modo in cui crescono o si sviluppano le conoscenze nel loro contesto di costruzione reale: da ciò nacque il metodo storico-critico, che è uno dei metodi oggi a disposizione della epistemologia scientifica… Enriques cercava la spiegazione di alcune strutture nelle operazioni del pensiero, e di varie geometrie nei diversi aspetti della percezione»[6]. Jean Piaget insiste effettivamente sulla parentela d’epistemologia genetica ed epistemologia storico-critica: «La ragione principale per la quale esiste una parentela tra l’epistemologia storico-critica e l’epistemologia genetica è che i due tipi di analisi conducono prima o poi, e per quanto grande sia la diversità dei materiali utilizzati, a ritrovare a tutti i livelli il problema degli strumenti e dei meccanismi simili (astrazioni riflettenti, ecc.) non solo nelle interazioni elementari tra soggetti ed oggetti, ma soprattutto nel modo in cui un livello anteriore condiziona la formazione del seguente»[7]. Piaget rimarca che «la conoscenza non è mai uno stato, ma un processo influenzato dalle tappe precedenti dello sviluppo… gli unici fattori veramente onnipresenti negli sviluppi cognitivi – tanto nella storia delle scienze quanto nella psicogenesi – sono di natura funzionale e non strutturale. Riguardano l’assimilazione delle novità alle strutture precedenti e l’accomodamento di queste ultime alle nuove acquisizioni raggiunte»[8].
Jean Piaget accentua il carattere “formale” delle “funzioni psichiche” del “soggetto epistemico”: «Sembra geneticamente evidente che ogni costruzione elaborata dal soggetto supponga condizioni interne preliminari, ed a questo riguardo Kant aveva ragione. Solamente, le sue forme a priori erano veramente troppo ricche… a voler raggiungere un a priori autentico, si deve ridurre sempre più la “comprensione” delle strutture iniziali… al limite, ciò che sussiste a titolo di necessità preliminare si riduce al solo funzionamento: infatti, è questo che costituisce l’origine delle strutturazioni… questo apriorismo funzionale non esclude affatto ma richiede una costruzione continua di novità»[9]. Storico-geneticamente alla accentuazione del carattere formale delle “funzioni mentali” del soggetto epistemico si legano in Jean Piaget il richiamo dei limiti del “riduzionismo” e l’affermazione del “costruttivismo”: «Se le strutture nuove, la cui genesi e storia mostrano l’elaborazione successiva, non sono preformate né nel mondo ideale dei possibili, né negli oggetti, né nel soggetto, è dunque perché la loro costruzione storico-genetica è autenticamente costitutiva e non si riduce ad un insieme di condizioni preliminari… la confutazione del riduzionismo comporta un richiamo al costruttivismo… la costruzione di nuove strutture sembra caratterizzare un processo generale il cui potere sarebbe costitutivo e non si ridurrebbe ad un metodo d’accesso: dagli insuccessi del riduzionismo causale, nel campo delle scienze del reale, a quelli del riduzionismo deduttivo, quanto ai limiti della formalizzazione ed ai rapporti delle strutture superiori con quelle della logica, si assiste dappertutto ad un fallimento dell’ideale di deduzione integrale che implica la preformazione, e questo a beneficio di un costruttivismo sempre più evidente»[10].
Jean Piaget è noto per gli studi sullo “sviluppo dell’intelligenza” nei bambini:
Una descrizione sistematica delle tappe dello sviluppo mentale nei primi due anni di vita e negli anni successivi fino alla adolescenza è stata data da J. Piaget. Ogni tappa avviene ad una certa età a partire dalla nascita. Naturalmente, vi sono differenze da bambino a bambino, ma la sequenza rimane fissa in tutti i bambini. Ogni tappa, ogni stadio è preceduto necessariamente da un altro stadio in cui si attuano operazioni mentali che stanno alla base delle operazioni successive[11].
Nello “sviluppo mentale” Jean Piaget distingue tre “macro-stadi” o periodi: 1) intelligenza senso-motoria; 2) “costruzione operatoria”; e 3) operazioni formali.
Jean Piaget richiama il carattere adattivo della “plastica e subitanea” intelligenza. Guido Petter ricorda come Jean Piaget rilevi la “attiva sperimentazione sugli oggetti” condizione della prima “intelligenza percettivo-motoria” nel bambino tra i 12 e i 18 mesi: «Un atto di intelligenza percettivo-motoria consiste… nel risolvere un piccolo problema mettendo fra loro in rapporto intenzionalmente in modo nuovo certi oggetti»[12]. Piaget pone l’accento su importanza e limiti della “intelligenza percettivo-motoria”:
Dalle attività elementari iniziali, non coordinate tra loro e non sufficienti dunque ad assicurare una differenziazione stabile tra il soggetto e gli oggetti, alle coordinazioni con differenziazioni, si è così compiuto un grande progresso che basta ad assicurare l’esistenza dei primi strumenti d’interazione cognitiva. Ma questi non sono ancora situati che su un solo medesimo piano: quello dell’azione effettiva ed attuale, cioè non riflessa in un sistema concettualizzato. Gli schemi dell’intelligenza senso-motoria non sono, infatti, ancora dei concetti, poiché non possono essere manipolati da un pensiero e poiché non entrano in gioco al momento della loro utilizzazione pratica e materiale, senza alcuna conoscenza della loro esistenza in quanto schemi per mancanza di apparati semiotici per designarli e permettere la loro presa di coscienza[13].
Il superamento della restrizione alla percezione della prima forma di intelligenza si delinea per Piaget verso i 18 mesi: è l’età nella quale si sviluppa nel bambino la “funzione rappresentativa” di oggetti non percepiti: con la “rappresentazione” nella mente infantile tra il primo ed il terzo anno si configura “un mondo di cose permanenti”. Dalla intelligenza percettivo-motoria alla “intelligenza rappresentativa” per Piaget “imitazione differita”, “gioco simbolico” e “linguaggio verbale” non solo presuppongono “rappresentazioni” ai 18 mesi ma concorrono altresì allo sviluppo della capacità rappresentativa del bambino.
Un limite rappresentativo caratteristico è da Jean Piaget designato realismo infantile: nominale, onirico, morale; il rilievo fondamentale della percezione distingue “realismo”, “animismo”, “artificialismo” infantili. E’ con “operatorietà” e “reversibilità” che si ha per Piaget un vero potenziamento nella rappresentazione del bambino.
Lo stadio dello sviluppo mentale dai 7-8 agli 11-12 anni è lo “stadio delle operazioni concrete”: età fondamentale è per Jean Piaget tra i 5 e gli 8 anni l’età in cui il bambino guadagna le nozioni di base del pensiero comune.
E’ per Jean Piaget lo “stadio delle operazioni formali” dagli 11-12 ai 14-15 anni a “completare” lo sviluppo mentale avviato dal livello senso-motorio dei primi 2 anni circa e dai 2 ai 12-15 anni proseguente nel “periodo concettuale”.
La “prima fase” dello sviluppo mentale è basilare: il periodo dalla nascita all’acquisizione del linguaggio è il periodo dell’assimilazione senso-motoria: in 18 mesi o 2 anni dal riferire tutto al proprio corpo il bambino passa per Jean Piaget a porsi corpo tra corpi in un mondo avvertito altro: «Il periodo che va dalla nascita all’acquisizione del linguaggio è contraddistinto da uno sviluppo mentale straordinario. Non se ne sospetta appieno l’importanza, in quanto non è accompagnato da parole che permettano di seguire passo a passo i progressi dell’intelligenza e dei sentimenti, come avverrà invece più tardi. Tuttavia è un periodo decisivo per tutta la successiva evoluzione psichica: consiste infatti nientedimeno che nella conquista di tutto l’universo pratico che circonda il bambino, per mezzo della percezione e del movimento. Questa “assimilazione sensomotoria” del mondo esterno immediato realizza, in effetti, nello spazio di diciotto mesi o due anni una rivoluzione copernicana in miniatura: mentre al punto di partenza di questo sviluppo il neonato riferisce ogni cosa a sé, o meglio al proprio corpo, al punto di arrivo, cioè quando hanno inizio il pensiero ed il linguaggio, si colloca praticamente come elemento o corpo fra gli altri, in un universo che ha costruito a poco a poco, e che sente ormai come esterno a sé»[14]. “Pratica” percettivo-motoria nella fase senso-motoria l’intelligenza compare per Piaget ben prima del linguaggio: «… i fatti che [la psicogenesi] mette in evidenza provano in maniera decisiva che gli strumenti iniziali della conoscenza non sono né la percezione né il linguaggio, ma le azioni sensomotorie nei loro schemi, poiché questi dominano fin dall’inizio le percezioni e non si verbalizzano in concetti o non si interiorizzano in operazioni di pensiero che molto più tardi»[15].
Il “periodo concettuale” dello “sviluppo psichico” per Jean Piaget si articola in 3 sottoperiodi: 1) “pensiero preoperatorio”; 2) operazioni concrete; e 3) operazioni formali. Nello stadio preoperatorio 2-7 anni di Jean Piaget alla “fase preconcettuale” 2-4 anni di sviluppo della “funzione rappresentativa” e di “gioco simbolico” segue lo “stadio intuitivo” 4-7 anni di sviluppo di “pensiero classificatorio e seriale”. Nello stadio delle operazioni concrete 7-11 anni di Piaget il bambino acquisisce il “principio di conservazione”. “Completa” lo sviluppo mentale lo “stadio ipotetico” delle operazioni formali 11-15 anni di Jean Piaget.
All’iniziale stadio senso-motorio dello sviluppo mentale Jean Piaget sottolinea la indifferenziazione di bambino e mondo: colle sue azioni prima in riflessi consolidati con l’esercizio, poi in schemi di abitudine e finalmente dirette a uno scopo il bambino arriva prima alla coordinazione di visione e prensione e poi alla costruzione dell’oggetto permanente: per assimilazione ed accomodamento si costituiscono schemi di azione che strutturano il rapporto fra bambino e mondo. Dallo stadio senso-motorio la differenziazione di soggetto e ambiente esterno fisico e sociale procede nello sviluppo mentale per decentramento cognitivo e affettivo. Le “strutture” che si formano nello stadio senso-motorio di Piaget appaiono bene la premessa logica delle strutture degli altri successivi stadi dello sviluppo mentale. Rimandando alla coordinazione delle azioni, che a sua volta rimanda ad una serie di altre precedenti strutture, la conservazione, per cui si determina lo schema dell’oggetto permanente, è nello sviluppo psichico così alla base delle strutture del secondo macrostadio di Piaget, lo stadio della costruzione operatoria. Dalle strutture dello stadio delle operazioni concrete derivan poi le strutture dello stadio delle operazioni formali con cui culmina lo sviluppo dell’intelligenza: questo stadio di Piaget si caratterizza per il gruppo di trasformazioni INRC che combina le due reversibilità inversione IN e reciprocità RC.
Gli stadi successivi dello sviluppo mentale appaiono per Jean Piaget estensione logica del primo stadio: lo sviluppo rimanda alla struttura fondamentale dell’invarianza ed è caratterizzato dalla funzione simbolica che permette di passare dal primo al secondo stadio.
Nel secondo stadio dello sviluppo psichico del soggetto Jean Piaget distingue due periodi: il preoperatorio dai 2 ai 7, 8 anni e quello delle operazioni concrete dagli 8 agli 11, 12 anni d’età. Nel periodo preoperatorio di Piaget nel suo sviluppo mentale il bambino vede solo gli stati e non considera le trasformazioni delle situazioni. Nel periodo delle operazioni concrete di Jean Piaget il bambino guadagna invece identità e reversibilità, va oltre la percezione e non si limita più alle configurazioni delle situazioni: in questa fase dello sviluppo psichico si acquisiscono la nozione di conservazione e i concetti fisici e matematici fondamentali, e gli stati son ormai subordinati alle trasformazioni delle situazioni. Col periodo delle operazioni concrete di Piaget nello sviluppo mentale il bambino giunge poi ad una prima causalità razionale e, per l’acquisizione della reversibilità, alla nozione di aleatorio; decentramento e differenziazione portano pure in questa fase ad una più stabile “socializzazione” del bambino.
Nel terzo macrostadio di Jean Piaget nello sviluppo mentale si arriva finalmente alle operazioni formali, al ragionamento su possibilità, al pensiero ipotetico-deduttivo: le strutture dell’intelligenza consentono ormai di combinar proposizioni e compier operazioni proposizionali: nello sviluppo psicologico intellettivo, cognitivo gli aspetti simbolici, figurativi, rappresentativi sono subordinati agli aspetti operativi.
Epistemologicamente il senso genetico, naturale anziché normativo, epistemico piuttosto che metodologico della scientifica, empirica, sperimental epistemologia genetica di Jean Piaget pare ben racchiuso in queste parole del libro del 1983 Psicogenesi e storia delle scienze di Jean Piaget e Rolando Garcia: «… la conoscenza scientifica non è una categoria nuova, fondamentalmente diversa ed eterogenea rispetto alle norme del pensiero prescientifico ed alle tecniche inerenti alle condotte strumentali proprie della intelligenza pratica.
Le norme scientifiche si collocano nel prolungamento delle norme di pensiero e di pratiche anteriori, ma incorporando due nuove esigenze: la coerenza interna (del sistema totale) e la verifica sperimentale (per le scienze non deduttive)…
… caratterizziamo la rivoluzione scientifica come un cambiamento del “quadro epistemico”»[16].
[1] Mauro Ceruti, Presentazione di Jean Piaget e Rolando Garcia, Psicogenesi e storia delle scienze (1983), Garzanti 1985, p. 15.
[2] Ceruti, Presentazione di Jean Piaget e Rolando Garcia, Psicogenesi e storia delle scienze (1983), Garzanti 1985, p. 15.
[3] Barbel Inhelder, Prefazione all’edizione francese di Jean Piaget e Rolando Garcia, Psicogenesi e storia delle scienze (1983), Garzanti 1985, p. 19.
[4] Paolo Legrenzi (a cura di), Storia della psicologia (1980), Il Mulino 1992, p. 199.
[5] Jean Piaget, Le scienze dell’uomo (1970), in Luciano Mecacci, Introduzione alla psicologia, Laterza 1994, p. 161.
[6] Jean Piaget, Saggezza e illusioni della filosofia (1965), Einaudi 1975, p. 88.
[7] Jean Piaget e Rolando Garcia, Psicogenesi e storia delle scienze (1983), Garzanti 1985, p. 32.
[8] Piaget e Garcia, Psicogenesi e storia delle scienze, p. 49.
[9] Jean Piaget, L’epistemologia genetica (1970), Laterza 1971, p. 116.
[10] Piaget, L’epistemologia genetica, pp. 116-119.
[11] Luciano Mecacci, Introduzione alla psicologia, Laterza 1994, p. 62.
[12] Guido Petter, Il contributo di Jean Piaget allo studio dello sviluppo mentale e i suoi riflessi sul piano educativo, Giunti 1971, p. 18.
[13] Piaget, L’epistemologia genetica, pp. 19-20.
[14] Jean Piaget, Lo sviluppo mentale del bambino e altri studi di psicologia (1964), Einaudi 2008, pp. 16-17.
[15] Piaget e Garcia, Psicogenesi e storia delle scienze, p. 35.
[16] Piaget e Garcia, Psicogenesi e storia delle scienze, pp. 49-281.
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Come “analisi” la filosofia tenta un discorso rigoroso di tipo “scientifico”: lo “stile analitico” appare ben attraversar la storia del pensiero: «… fin dai tempi di Socrate – nel quale Schlick ha una volta indicato il padre dell’analisi filosofica – il momento analitico si è rivelato intrinsecamente connesso alle aspirazioni della filosofia a svolgere un discorso teoricamente credibile»[1]. Lo “stile analitico” appare anzi ben caratterizzare la filosofia: «Non si può negare che sia da sempre esistita una certa “responsabilità teorica” della filosofia. Solo non rinunciando alla pretesa di porsi come “teoria” ed ai vincoli che ciò comporta, il discorso filosofico ha potuto, e può continuar, a distinguersi, da una costruzione esclusivamente ideologico-soggettiva»[2].
Nel suo La svolta della filosofia del 1930 Moritz Schlick pare offrire una chiara definizione “analitica” della filosofia: «… che cos’è la filosofia? Certo, non una scienza; tuttavia è qualcosa di così significativo e grande, da meritare d’ora in poi, esattamente come un tempo, l’onore di regina delle scienze. Infatti, non è per nulla detto che la regina delle scienze debba essere, a sua volta, una scienza… La filosofia è… quell’attività mediante la quale si chiarisce o si determina il senso degli enunciati. Con la filosofia le proposizioni vengono rese perspicue, con le scienze esse vengono verificate. Le scienze trattano della verità degli enunciati, la filosofia di ciò che gli enunciati significano. Il contenuto, l’anima e lo spirito della scienza naturalmente hanno la loro base (in ultima analisi) nel senso effettivo delle sue proposizioni. L’attività filosofica della determinazione dei significati è perciò l’alfa e l’omega di tutta la conoscenza scientifica»[3]. Fornendo allo spirito filosofico “filo rosso” che attraversa la filosofia per tutta la sua storia “supporto” a cui “avvolgersi” e da cui “svilupparsi” la comprensione della natura della logica legatane ai “moderni sviluppi matematici” determina per Moritz Schlick una “grande svolta” della filosofia: «Sono… convinto che ci troviamo dinanzi ad una svolta, senz’altro definitiva, della filosofia e che siamo veramente autorizzati a considerare chiusa l’infruttuosa polemica fra i sistemi. Il presente è già in possesso, a mio avviso, dei mezzi che rendono non necessaria per principio ogni polemica del genere. Si tratta solo di applicarli con decisione… Le nuove procedure hanno origine nella logica. Intraviste da Leibniz, sono state notevolmente sviluppate da Gottlob Frege e da Bertrand Russell negli ultimi decenni, ma Ludwig Wittgenstein (con il Tractatus logico-philosophicus, 1922) è stato il primo a valorizzarle radicalmente… negli ultimi decenni i matematici hanno elaborato nuovi metodi logici, dapprima per la soluzione dei loro problemi particolari, che non potevano venir affrontati con l’ausilio delle forme tradizionali della logica; ma, poi, tale logica si è rivelata in ogni campo superiore a quella antica, tanto che presto senza dubbio la soppianterà completamente… Ma per quanto alto sia il valore da attribuirsi al nuovo metodo, è chiaro che un mero affinamento metodologico non può condurre ad una svolta tanto radicale. Non alla logica in sé, dunque, si deve la grande svolta, bensì a qualcosa di ben diverso, che quella ha effettivamente suggerito e reso possibile, ma che si attua in una dimensione molto più profonda: cioè l’intendimento della natura della logica stessa… ogni conoscenza è una espressione e una rappresentazione, ossia esprime un fatto conosciuto… ma tutte [le] differenti specie di possibili rappresentazioni, se effettivamente esprimono in vari modi la stessa conoscenza, devono avere qualcosa in comune: e quanto è comune, è la loro forma logica… Conoscibile è tutto ciò che si può esprimere, vale a dire tutto ciò su cui si possono sensatamente formulare dei quesiti… Non esiste, all’infuori di ciò, nessun dominio di speciali verità “filosofiche”»[4].
Nel volume La conoscenza del mondo esterno del 1914 Bertrand Russell vuole illustrare «la natura, le possibilità ed i limiti del metodo logico analitico in filosofia… di cui si deve rintracciare negli scritti di Frege il primo completo esempio»[5]: «… ogni problema filosofico, quando è soggetto alla analisi ed al processo di purificazione necessari, non è affatto filosofico oppure è logico»[6]. Anche per Bertrand Russell la consapevolezza filosofica analitica novecentesca appare ben legata ai grandi sviluppi della logica: «La idea di assimilare il ragionamento logico ad un calcolo può esser fatta risalire almeno alla seconda metà del secolo XIII; tuttavia è soltanto in epoca relativamente recente – all’incirca a partire dal Seicento – che, nell’ambito della cultura occidentale, si possono documentare i primi tentativi di “matematizzare” la logica. E’ noto che Leibniz elaborò vari progetti in tale prospettiva e che concepì con grande lucidità il programma di dar vita ad una vera e propria logica matematica… Il motivo per cui solo a partire dal Seicento si afferma il progetto di applicare alla logica il modello matematico è riconducibile allo sviluppo che caratterizza la matematica in quel periodo; in particolare è riconducibile all’affermarsi della speciosa di Viète (1540-1603), e quindi all’affermarsi del calcolo algebrico, sia pure in forma ancora embrionale. Non è un caso perciò che, in seguito, il primo concreto esempio di calcolo logico si sia imposto sulla base di un determinato sviluppo dell’algebra. Tale risultato è quello ottenuto… da George Boole (1815-1864) in due fondamentali lavori: L’analisi matematica della logica (1847) e Un’indagine delle leggi del pensiero sulle quali sono fondate le teorie matematiche della logica e della probabilità (1854)… Per quanto Gottlob Frege abbia perseguito fini diversi e si muovesse in un ambito culturale lontano rispetto a quello nel quale aveva operato Boole, è difficile pensare che abbia sviluppato le proprie concezioni senza che su di esse abbiano esercitato alcuna influenza positiva la tradizione algebrica e i risultati ottenuti da Boole stesso»[7]. Bertrand Russell pone l’accento sul «largo sviluppo tecnico della… logica matematica… è la realizzazione di una speranza che Leibniz ha nutrito durante tutta la sua vita e che ha perseguito con tutto l’ardore della sua sorprendente energia intellettuale… sono stati pubblicati molti suoi lavori su questo argomento, quando altri hanno rifatto le sue scoperte, ma nessuno è stato pubblicato da lui, perché i suoi risultati continuavano a contraddire certi punti della dottrina tradizionale del sillogismo. Ora sappiamo che in questi punti la dottrina tradizionale è errata, ma il rispetto per Aristotele impediva a Leibniz di accorgersi che ciò fosse possibile… La logica tradizionale, fino al momento in cui sostiene che tutte le affermazioni hanno la forma soggetto-predicato, non è in grado di ammettere la realtà delle relazioni… Vi sono molti modi per confutare questa idea: uno dei più facili è derivato dall’esame delle cosiddette relazioni asimmetriche»[8]: «La logica vecchia poneva il pensiero nella schiavitù, mentre la logica nuova gli dà le ali»[9].
Nella “svolta logico-linguistica” del pensiero contemporaneo posto peculiare sembra ben spettare a Ludwig Wittgenstein:
Lo scopo della filosofia è la chiarificazione logica dei pensieri.
La filosofia non è una teoria, ma un’attività.
Un’opera filosofica consiste essenzialmente di elucidazioni.
Risultato della filosofia non è un insieme di “proposizioni filosofiche”, ma il chiarirsi di proposizioni.
La filosofia deve rendere i pensieri, che altrimenti sarebbero nebulosi e confusi, chiari e nettamente delimitati[10].
Classico empiristico logico appare il saggio del 1932 Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio di Rudolf Carnap: «Allorché noi diciamo che le proposizioni della metafisica sono del tutto prive di senso e non significano nulla, è verosimile che anche coloro i quali intellettualmente accettano i nostri risultati siano nondimeno turbati da un sentimento di grande perplessità: come mai tanti uomini dei più diversi periodi e popoli, non esclusi degl’ingegni eminenti, hanno in effetti dedicato tanta cura, ed anzi addirittura passione, alla metafisica, se questa non contien altro che mere parole combinate in frasi senza senso? E come si potrebbe comprendere il fatto che i libri di metafisica abbiano esercitato un influsso tanto forte sugli ascoltatori ed i lettori, se essi non contenessero neppure degli errori, anzi, proprio nulla? Son queste perplessità che sussistono ben a ragione, poiché la metafisica contiene effettivamente qualcosa; solo che questo non ha valore teoretico. Le (pseudo-)proposizioni della metafisica non servono alla rappresentazione di dati di fatto né esistenti (allora si tratterebbe di proposizioni vere), né inesistenti (allora si tratterebbe, per lo meno, di proposizioni false), ma servono solo alla espressione del sentimento della vita»[11].
Il Novecento ha assistito al progressivo consolidarsi della idea della filosofia come analisi concettuale. Di fronte al rischio della vacuità e della autoreferenzialità la via sembra obbligata: «Al filosofo il quale non creda nella possibilità di una metafisica in generale restano ben pochi argomenti: l’antropologia, la morale e poco più. Ma non si tratta che di un processo provvisorio, ché già anche queste si vanno risolvendo in scienze positive. La filosofia o diventa letteratura, volta a rapsodeggiare variazioni sul “destino dell’uomo”, oppure, se vuole conservare i suoi tradizionali caratteri razionalistici, di formalità e universalità, non può che divenire epistemologia unitaria»[12]. Appare il grande sviluppo della scienza ad imporre l’orientamento alla filosofia: «Se nei secoli che ci separano da Galileo qualcosa è andato incontro a sempre maggiori difficoltà, questo qualcosa è la filosofia, non la scienza. In ogni caso, crisi o non crisi della filosofia, morte o non morte della filosofia, è della nuova realtà costituita dal sapere scientifico e dalla sua crescita che la speculazione filosofica ha dovuto e deve prendere atto per non perdere ogni legame con l’universo culturale in cui da qualche secolo ci troviamo a vivere»[13].
Attività analitica, di chiarificazione delle cose e determinazione del senso delle affermazioni, in primis in relazione al sapere scientifico, la filosofia non rompe col passato, ma ritrova se stessa riscoprendo la propria vera vocazione: «Finché la gente parlerà e scriverà di più di quanto penserà, usando le parole in modo meccanico e convenzionale, non concordando sul Bene (in etica), sul Bello (in estetica) e l’Utile (in economia e in politica), seguiteremo ad avere grande bisogno di uomini con mentalità socratica in tutte le nostre ricerche. E poiché anche nella scienza le grandi scoperte sono fatte solo da quelle menti superiori che, nella routine della loro ricerca sperimentale e teorica, seguitano a stupirsi di tutto ciò che le circonda e ad impegnarsi perciò nella ricerca del significato, l’atteggiamento filosofico sarà da riconoscere più che mai come la forza più vigorosa e la parte migliore dell’atteggiamento scientifico»[14].
La filosofia pare non poter che rinnovare l’impegno analitico di sempre. La filosofia non sembra poter rinunciare alla sua criticità. Criticità appare ricerca di comprensione; criticità è aspirazione alla chiarezza, è rifiuto dell’incongruenza. Le pagine entusiaste di Bertrand Russell sulle possibilità offerte dalla logica all’analisi filosofica rappresentano una grande affermazione dello spirito filosofico. La sapientemente circoscritta luce dello spirito filosofico sembra rischiarare veramente. Ogni cristallizzazione metafisica appare invece un ostacolo: si pensi alla «metafisica della mente» (Giulio Preti) di Kant. Ineludibile visione generale della realtà la metafisica non può finire col soffocare nel dogma dei grandi sistemi le istanze critiche dell’impegno filosofico. Rifuggendo il dogma e limitando la semplice soggettività la filosofia conserva la sua identità e si continua analisi linguistico-concettuale ed insostituibile atteggiamento.
[1] Paolo Parrini, Conoscenza e realtà. Saggio di filosofia positiva, Laterza 1995, p. 5.
[2] Parrini, Conoscenza e realtà, p. 5.
[3] Moritz Schlick, La svolta della filosofia (1930), in Neoempirismo (1969, a cura di Alberto Pasquinelli), Utet 1978, pp. 259-260.
[4] Schlick, La svolta della filosofia, pp. 256-259.
[5] Bertrand Russell, La conoscenza del mondo esterno (1914), Longanesi 1980, p. 1.
[6] Russell, La conoscenza del mondo esterno, p. 35.
[7] Massimo Mugnai, Introduzione a George Boole, L’analisi matematica della logica (1847), Boringhieri 1993, pp. VII-X-LVII.
[8] Russell, La conoscenza del mondo esterno, pp. 42-49.
[9] Russell, La conoscenza del mondo esterno, p. 61.
[10] Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-philosophicus (1922), nel volume sul Neoempirismo, p. 215.
[11] Rudolf Carnap, Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio (1932), in Neoempirismo, p. 528.
[12] Giulio Preti, Due orientamenti nell’epistemologia (1950), in Giulio Giorello, Introduzione alla filosofia della scienza, Bompiani 1994, p. 190.
[13] Paolo Parrini, Conoscenza e realtà, p. 13.
[14] Moritz Schlick, Forma e contenuto (1932), Boringhieri 1987 (a cura di Paolo Parrini), p. 148.
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… se vi è lavoro massimamente produttivo alla scienza, è quello… che cerca rapporti nuovi tra rami del sapere generalmente divisi e promuove l’associazione di certe attitudini per aprire vie originali alla ricerca del vero
Federigo Enriques, Scienza e razionalismo (1912), in Giulio Giorello, Introduzione alla filosofia della scienza, Bompiani 1994, p. 8
… se all’interno della scienza saldamente consolidata si manifesta improvvisamente, in un qualche punto, la necessità di prender nuovamente coscienza del vero significato dei concetti fondamentali, provocando così una più radicale chiarificazione del loro senso, questa analisi viene subito avvertita come un atto eminentemente filosofico. Tutti son d’accordo sul fatto che, per esempio, la ricerca di Einstein, sviluppata in base ad un esame del senso degli enunciati sul tempo e sullo spazio, è stata, per l’appunto, una vera e propria impresa filosofica
Moritz Schlick, La svolta della filosofia (1930), in Neoempirismo (1969, a cura di Alberto Pasquinelli), Utet 1978, p. 261
Il filosofo troverà nella storia del pensiero scientifico non soltanto i criteri per giudicare il valore della scienza, sì anche la spiegazione dell’ordine e del significato dei problemi della filosofia. Giacché nella storia della civiltà occidentale codesti problemi sorgono appunto sul terreno della ricerca naturalistica
Federigo Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico (1934), Barbieri 2004, p. 31
Qualunque possa essere il nostro principio filosofico, per quanto riguarda l’osservazione scientifica un oggetto si esaurisce nella totalità delle relazioni possibili con il soggetto o con lo strumento che lo percepiscono
Richard Courant e Herbert Robbins, Che cos’è la matematica? (1941), Boringhieri 1991, pp. 30-31
… i più grandi sistemi della storia della filosofia, cioè quelli che ne hanno messi in moto altri e che hanno esercitato una durevole influenza, sono tutti nati da una riflessione sulle scoperte scientifiche dei loro stessi autori o su di una rivoluzione scientifica contemporanea o immediatamente anteriore alla loro epoca: così fu per Platone con la matematica, per Aristotele con la logica e la biologia, per Cartesio con l’algebra e la geometria analitica, per Leibniz con il calcolo infinitesimale, per l’empirismo di Locke e di Hume con le loro anticipazioni della psicologia, per Kant con la scienza newtoniana e le sue generalizzazioni, per Hegel e il marxismo con la storia e la sociologia, e per Husserl con la logistica di Frege
Jean Piaget, Saggezza e illusioni della filosofia (1965), Einaudi 1975, pp. 59-60
Per quanto riguarda… la filosofia, era inevitabile che le implicazioni della relatività e della meccanica quantistica per la visione del mondo potessero, almeno agli inizi, essere comprese appieno soltanto dai fisici stessi. Ed è stata una fortuna per la storia del pensiero che gli artefici di quelle rivoluzioni scientifiche fossero personaggi come Albert Einstein, Niels Bohr, Werner Heisenberg ed Erwin Schrödinger, che univano al genio scientifico talento e interesse filosofici. Fu così che i primi due diedero vita ad un dibattito titanico sulla natura della realtà e della conoscenza del mondo fisico che è una delle vette della discussione filosofica del Novecento, i cui termini rimangono tuttora largamente ignorati dalla maggioranza dei filosofi e dei fisici. I secondi due si rivolsero invece da un lato alla rivisitazione delle radici del pensiero scientifico, rispettivamente in Fisica e filosofia e La natura e i greci, e dall’altro alla fondazione di nuove metafisiche che potessero rendere conto della natura del mondo alla luce delle nuove teorie… l’indagine scientifica è di natura filosofica
Piergiorgio Odifreddi, La guerra dei due mondi, in Ivano Dionigi (a cura di), I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni, noi, Rizzoli 2007, BUR, p. 51
Nelle scienze la riflessione filosofica pare ben ritenersi caratteristica della “crisi”.
L’Ottocento non è naturalmente solamente il secolo dell’idealismo e del romanticismo ma è anche il secolo del positivismo. L’Ottocento è il secolo dello spirito idealistico e della sensibilità romantica ma pure della fiducia nella scienza. Gli sviluppi scientifici ottocenteschi appaiono effettivamente fondamentali. Il pensiero scientifico ottocentesco sembra completare la riscoperta umanistico-rinascimentale e tutto il lavorio moderno col pieno recupero del pensiero scientifico antico. Nell’Ottocento il pensiero matematico e logico giunge bene a grandi acquisizioni. Dopo la creatività del pensiero moderno e l’estensione settecentesca dei risultati moderni il pensiero matematico ottocentesco appare caratterizzarsi per l’istanza di rigore. L’Ottocento vede così affermarsi la riflessione sui fondamenti della matematica. Dal concetto analitico di limite alle assiomatiche definizioni implicite geometriche per la teoria ingenua degli insiemi la ricerca fondazionale sembra ben attraversare l’intera matematica ottocentesca. Nella matematica ottocentesca al processo d’aritmetizzazione dell’analisi e di logicizzazione dell’aritmetica si accompagna effettivamente la costruzione delle geometrie non euclidee iperbolica ed ellittica alternative alla geometria parabolica euclidea.
L’Ottocento è un secolo di grande crescita scientifica. Nell’Ottocento appare così straordinario lo sviluppo della chimica. Affrancatasene dal meccanicismo nell’Ottocento la chimica sembra porre le basi per il ricongiungimento meccanicistico alla fisica. Nella fisica alla grande produttività metodologica l’Ottocento vede subentrare la crisi del modello teorico del meccanicismo. La meccanica è scientificamente centrale: nella fisica dell’Ottocento la meccanica sembrava il paradigma: non solo gli acustici ma anche statisticamente i termici e col postulato dell’etere cosmico gli ottici appaiono bene fenomeni meccanici. Con l’elettromagnetismo nella scienza fisica ottocentesca alla meccanica pare oramai affiancarsi un nuovo paradigma teorico. Dal confronto con l’elettromagnetismo sembrano emergere i limiti della meccanica classica: è ben il contesto della novecentesca teoria della relatività.
La teoria della relatività speciale si basa su 2 postulati empirici: 1) il primo riafferma bene il principio della relatività di Galileo che in due sistemi in moto relativo uniforme tutte le leggi di natura sono le medesime; 2) il secondo dice che la velocità della luce è costante quale che sia il sistema di riferimento. La teoria della relatività speciale rimanda così a 3 principi: 1) relatività, 2) costanza della velocità della luce e 3) addizione delle velocità: questi principi non possono coerentemente essere accolti tutti e tre insieme. Postulando empiricamente 1) relatività e 2) costanza della velocità della luce altrimenti dalla meccanica classica la meccanica relativistica non accetta il principio di addizione o sottrazione delle velocità. Accettando e 1) il principio di relatività e 2) il principio della costanza della velocità della luce la fisica relativistica fa dipendere il tempo dal sistema e la massa dalla velocità.
Storicamente l’idea “razionalistica” di Immanuel Kant che possiamo “anticipare” la “forma” del “mondo” è stata ben produttiva.
Forme pure della sensibilità lo spazio ed il tempo sono per Immanuel Kant condizioni della nostra percezione o “intuizione sensibile”: percepiamo oggetti spazializzando e/o temporalizzando i “fenomeni” datici sensibilmente. Immediatamente costitutivi lo spazio e il tempo hanno kantianamente validità oggettiva “automatica”: “costituendo” l’oggetto dell’esperienza le due pure forme spazio e tempo della nostra sensibilità non possono non valere a priori degli oggetti d’esperienza. Riferibili agli oggetti della esperienza i nostri giudizi sulla struttura dello spazio e del tempo son kantianamente giudizi sintetici a priori: inquadrando il molteplice materiale sensibile del conoscere spazio e tempo sono condizioni formali pure della nostra percezione sensibile costitutive degli oggetti d’esperienza; però essendone costitutivi spazio e tempo sono altresì validi degli oggetti dell’esperienza; i nostri giudizi sulla struttura dello spazio e del tempo rappresentano così effettiva conoscenza della “realtà oggettiva” o “mondo fenomenico” e sono quindi giudizi sintetici, ma riconducendo alle inesorabili condizioni formali pure della umana percezione sensibile costituiscono inoltre un “universale e necessario” sapere degli oggetti dell’esperienza indipendente dall’esperienza e sono dunque anche giudizi a priori.
Nella spiegazione della conoscenza e degli “universali e necessari” giudizi sintetici a priori il grande problema di Kant è ben la “giustificazione” della validità oggettiva delle “spontanee” forme pure dell’intelletto: rispetto alle “ricettive” forme spazio e tempo della intuizione sensibile per i concetti puri dell’intelletto o categorie si impone una “deduzione trascendentale” della pretesa di valere a priori degli oggetti dell’esperienza:
Senza grande fatica ci è stato sopra possibile chiarire come i concetti di spazio e di tempo, pur essendo conoscenze a priori, debbano tuttavia riferirsi necessariamente ad oggetti, rendendo così possibile una loro conoscenza sintetica indipendentemente da ogni esperienza. Infatti, poiché è solo mediante siffatte forme pure della sensibilità che un oggetto può apparirci, cioè essere un oggetto dell’intuizione sensibile, lo spazio ed il tempo sono intuizioni pure che contengono a priori la condizione della possibilità degli oggetti come fenomeni; e la sintesi in essi possiede validità oggettiva.
Le categorie dell’intelletto, al contrario, non costituiscono per noi le condizioni alle quali ci vengono dati degli oggetti nell’intuizione; ci possono quindi ben apparire oggetti senza che debbano necessariamente riferirsi a funzioni dell’intelletto e senza che questo contenga le loro condizioni a priori. Qui emerge dunque una difficoltà che non abbiamo incontrato nel campo della sensibilità: in qual modo, cioè, le condizioni soggettive del pensiero debbano avere una validità oggettiva, ossia ci diano le condizioni della possibilità di ogni conoscenza degli oggetti; infatti, anche senza funzioni dell’intelletto, possono senz’altro esserci dati fenomeni nell’intuizione[1].
Le categorie dell’intelletto puro son da Kant così rilevate “condizioni della possibilità dell’esperienza”. La questione kantiana della “deduzione trascendentale”, della costituzione dell’oggetto dell’esperienza, della “oggettività fenomenica”, dei giudizi sintetici a priori rimanda bene al problema della possibilità di inquadrare “sempre e comunque” il “materiale sensibile” in un “ordine temporale oggettivo”. Per Kant il soggetto conoscente sembrerebbe sempre e comunque “tendere” ad ordinare oggettivamente nel tempo la “materia” della nostra conoscenza. Per Kant “formalmente” appare sempre possibile inquadrare il materiale sensibile in un ordine temporale oggettivo dei fenomeni differente dall’ordine temporale soggettivo della mera “apprensione”.
Grande “sintesi” delle discussioni precedenti appare bene la “critica neoempiristica al sintetico a priori di Kant” alla luce degli “sviluppi scientifici”.
Dalle “geometrie non-euclidee” alla “meccanica quantistica” per la “teoria della relatività” lo svolgimento storico della scienza sembrava segnare la “crisi” dell’idea kantiana di una “sintesi a priori”: la stessa costruzione di sistemi geometrici alternativi alla geometria euclidea aveva posto la questione della geometria valida del mondo fisico; la teoria generale della relatività aveva poi applicato la geometria non euclidea “ellittica” alla fisica; la teoria fisica dei “quanti” mostrava infine i limiti del “determinismo”.
Per Kant “formalmente” l’intelletto umano era il “legislatore della natura”. Formalmente Kant poteva così affermare la “uniformità della natura” o conformità della natura a leggi. Per Kant valeva quindi il “principio di causalità” che “ogni evento deve avere una causa”, e “validità formale” aveva il “principio di induzione” che presiede alla generalizzazione e convinzione della conformità del futuro al passato.
Mettendo in discussione la validità apodittica universale e necessaria dei “formali” principi sintetici a priori di Kant lo svolgimento storico della scienza sembrava corroborar una “interpretazione empiristica” della conoscenza. Pur affermando il carattere contingente della “sintesi scientifica” il nuovo empirismo non poteva non recepir la lezione di Kant. Immanuel Kant era così ben presente agli empiristi logici. L’Immanuel Kant che con le suggestioni del pensiero matematico e logico, della scienza e della filosofia della scienza in questa maniera opera nel pensiero di Moritz Schlick è ben un Immanuel Kant filtrato attraverso gli sviluppi del pensiero scientifico e della riflessione epistemologica: «La comparsa del termine “epistemologia” prodottasi tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento nelle lingue inglese e francese non è casuale ed indica l’emergere di una nuova specializzazione filosofica, conseguente al salto di qualità realizzatosi nelle scienze, a partire dall’affermazione delle geometrie non euclidee, della teoria degli insiemi e della logica formale in matematica, della teoria della relatività e della meccanica quantistica in fisica, della genetica e della biologia molecolare in biologia; l’epistemologia mette in gioco insieme le competenze degli scienziati militanti e quelle dei filosofi della scienza, configurandosi come una svolta critica nella storia del pensiero scientifico e filosofico che riformula radicalmente le questioni canoniche della filosofia della scienza»[2].
Dalla sintesi chimica organica all’ingegneria genetica il meccanicismo metodologico scientifico del modello teorico meccanico appare ben aver attraversato la crisi del meccanicismo metafisico dogmatico e confermare tutta la sua produttività; la stessa coscienza dei limiti del determinismo rigido non comporta certo la rinuncia alle spiegazioni e previsioni scientifiche.
Filosoficamente significativo appare bene lo sviluppo scientifico contemporaneo della logica matematica. Dall’algebra della logica alla semantica per classi ed insiemi, predicati e relazioni, assiomatica e dimostrazione, deduzione e induzione, completezza e incompletezza, decidibilità e indecidibilità collo strumento intellettuale simbolico logistico la matematizzazione della logica contemporanea ha promosso la comprensione del pensiero logico, matematico, formale, razionale.
[1] Immanuel Kant, Critica della ragion pura (1781), Utet 2005 (a cura di Pietro Chiodi), pp. 155-156.
[2] Gaspare Polizzi (a cura di), Einstein e i filosofi, Medusa 2009, pp. 7-8.
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Kosik: ragione cartesiana origine crisi mondo moderno. Contro natura alter ego uomo ed essere “porto” sicuro, un Marx materialista ed un Freud razionalista -
Dobbiamo scegliere tra la difesa degli aspetti migliori della tradizione culturale occidentale, che includono la razionalità e la tolleranza, ed un totale relativismo culturale che dia spazio, con la diffusione dell’irrazionalismo, anche ad integralismi e razzismi. Nel primo caso la scuola è essenziale. Nel secondo dobbiamo farne a meno
Lucio Russo, Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola? (1998), Feltrinelli 2005, p. 41
Motivo centrale della questione della modernità appare la necessità di distinguere la razionalità scientifica dal suo utilizzo: pare si possan considerare gli sviluppi tecnico-scientifici una “degenerazione” della civiltà umana. Antimodernità è così naturalmente “antiscientificità”: la critica appare rivolta direttamente alla scienza in quanto incapace di attingere un “sapere più profondo”.
Nel suo La nascita della scienza moderna in Europa del 1997 Paolo Rossi rileva l’inadeguatezza delle critiche contemporanee alla modernità e la subordinazione di scienza e tecnica a finalità etiche nei protagonisti della Rivoluzione scientifica: «Innumerevoli filosofi, divulgatori e giornalisti del nostro tempo hanno collocato tutta la modernità sotto il segno di una pericolosa ed inaccettabile esaltazione della tecnica e hanno visto in Francesco Bacone il padre spirituale del “tecnicismo neutro’’ che sarebbe alla fonte dei processi di alienazione e mercificazione tipici della modernità. E’ vero esattamente il contrario… Per gli esponenti della Rivoluzione scientifica la restaurazione del potere umano sulla natura e l’avanzamento del sapere hanno valore solo se realizzati in un più ampio contesto che concerne la religione, la morale, la politica. La “teocrazia universale’’ di Tommaso Campanella, la “carità’’ di Francesco Bacone, il “cristianesimo universale’’ di Leibniz, la “pace universale’’ di Comenio non sono separabili dai loro interessi e dai loro entusiasmi per la nuova scienza. Costituiscono altrettanti ambiti entro i quali il sapere scientifico e tecnico deve operare per funzionare come strumento di riscatto e di liberazione. Per Bacone e per Boyle, come per Galilei, Cartesio, Keplero, Leibniz e Newton, la volontà umana ed il desiderio di dominio non costituiscono il principio più alto. La natura è, contemporaneamente, oggetto di dominio e di reverenza. Essa va “torturata’’ e piegata a servizio dell’uomo, ma essa è anche “il libro di Dio’’ che va letto in spirito di umiltà»[1].
Il complesso “movimento scientifico” da Copernico a Newton appare alle “origini” della “modernità”. Scrive Paolo Rossi: «Nell’età compresa fra il De revolutionibus di Copernico ed i Principia di Newton giunsero a maturazione idee e temi che sono inestricabilmente connessi alla “scienza” e che consentono di accentuare gli elementi di discontinuità con le età precedenti, di farci rendere conto che nacquero allora alcuni fra gli elementi decisivi ed essenziali di ciò che siamo soliti chiamare modernità»[2]. Se risultano riconducibili non ai rapporti socio-economici della civiltà ma alla scienza ed alla tecnica medesime i “risvolti inumani” del “mondo moderno” appaiono così imputabili ai protagonisti della Rivoluzione scientifica con cui nasce la scienza moderna. Dopo aver rilevato la presa di posizione di Sigmund Freud a favore della “ragione” Paolo Rossi chiude l’introduzione Il processo a Galilei nel secolo XX al suo libro La scienza e la filosofia dei moderni. Aspetti della Rivoluzione scientifica del 1989 sottolineando l’inadeguata riduzione della critica del “socialmente” negativo alla umanamente inadeguata critica alla “ragione”: «… la voce dell’intelletto è bassa, ma non tace finché non ha trovato ascolto… nel corso del lungo “processo a Galilei”, che ha caratterizzato tanta parte della cultura del Novecento, Jacob Boehme, Roberto Bellarmino e Paracelso, i maghi, gli alchimisti e gli sciamani sono andati ad occupare il posto di Bacone, di Galilei, di Diderot. Sono diventati i nuovi “eroi del pensiero” e i simboli della modernità. Ma la critica “globale” alla tecnica ed alla industria moderna che si risolve in un rifiuto della scienza e dell’intelletto non ha in sé nulla di rivoluzionario. Rappresenta solo il riaffiorare nella cultura europea dei vecchi temi dell’arcaismo, della nostalgia del nulla, della tentazione del non umano. Non la religione come illusione, ma la scienza come illusione: la rivolta contro la ragione è diventata il trionfo dell’istinto di morte. Quel rifiuto è solo il segno di un desiderio di autodistruzione, di un impulso cieco a cancellare la propria storia, di una fuga dalle scelte e dalle responsabilità del mondo reale»[3].
In Paragone degli ingegni moderni e postmoderni del 1989 Paolo Rossi ravvisa la modernità “postmodernamente” configurarsi: «1) come la età di una ragione forte che costruisce spiegazioni totalizzanti del mondo e che è dominata dall’idea di uno sviluppo storico del pensiero come incessante e progressiva illuminazione; 2) come l’età dell’ordine nomologico della ragione e di una sua struttura monolitica ed unificante; 3) come l’età della appropriazione e riappropriazione dei fondamenti o come l’età del pensiero inteso come accesso al fondamento; 4) come l’età della autolegittimazione del sapere scientifico e della piena e totale coincidenza fra verità ed emancipazione; 5) come l’età del tempo lineare, caratterizzata dal “superamento”, ovvero dalla novità che invecchia ed è rapidamente sostituita da una novità più nuova; 6) come l’età dominata dalla persuasione della positività dello sviluppo e della crescita tecnologica intesi come progetti capaci di previsione totale e di totale dominio»[4]. Parlando di «idòla… [o] false immagini della modernità»[5] Rossi pone l’accento sulla inesattezza della “rappresentazione postmoderna” della “modernità”. La “immagine postmoderna” della modernità è per Rossi una immagine riduttiva: Rossi rileva la piena consapevolezza critica da parte dei “moderni” dei limiti e del carattere problematico della “ragione”.
La questione della modernità e dell’antimodernità sembra ricondurre alla questione dell’accettazione del carattere “umano” della ragione: la critica alla “ragione” pare non doversi necessariamente tradurre in un rifiuto della ragione. Pure la ragione sembra avere i propri valori: «… i moderni affermano la loro “modernità” in nome dei valori tipici della cultura scientifica»[6]. Strumento e valore, mezzo e fine la ragione appare “umanamente” irrinunciabile. I limiti della nostra ragione appaiono semplicemente i nostri umani limiti. La soggettività umana sembra così non opporsi alla “oggettività” della “ragione scientifica”, lo spirito umano alla natura. Tutte le perplessità sul “progresso” e tutti i motivi di pessimismo non sembrano dover far dimenticare gli aspetti ed i lati positivi della civiltà. Tutta la “problematicità” della civiltà non pare doverci far “rimpiangere” la “natura”. Il carattere tecnico-scientifico non sembra dover portare a non riconoscere che la ragione è dialogo, tolleranza, umanità. La civiltà appare problematica proprio nella misura in cui viene meno la ragione: nella misura in cui l’uomo anziché tendere la mano volta le spalle all’uomo.
[1] Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa (1997), Laterza 2000, pp. 52-54.
[2] Paolo Rossi, Sulle rivoluzioni e sui classici (nella scienza), in Ivano Dionigi (a cura di), I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni, noi, Rizzoli 2007, BUR, pp. 70-71.
[3] Paolo Rossi, La scienza e la filosofia dei moderni. Aspetti della Rivoluzione scientifica (1971), Boringhieri 1989, pp. 23-24.
[4] Paolo Rossi, Paragone degli ingegni moderni e postmoderni, Il Mulino 1989, p. 39.
[5] Rossi, Paragone degli ingegni moderni e postmoderni, p. 40.
[6] Giulio Preti, Retorica e logica. Le due culture (1968), Einaudi 1974, p. 61.
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La sociologia appare volta alla determinazione dell’orizzonte sociale dell’individuo: presupposto della sociologia appare la irriducibilità della società alla “somma” dei singoli uomini e l’imporsi della società all’individuo.
La dimensione sociale o “politica” dell’uomo è storicamente ben stata oggetto di interesse “filosofico”. Caratteristica della sociologia è una approssimazione “scientifica” ai “fenomeni sociali”. Per il peculiare interesse alla moderna società industriale riconducibile alla moderna Rivoluzione industriale la sociologia è “scienza della modernità”.
Le condizioni storico-culturali della “sociologia scientifica” appaiono rintracciabili nella Rivoluzione scientifica del Cinque-Seicento con la quale nasce la scienza moderna. La scienza si caratterizza per il suo “metodo”: “metodo scientifico” è “razionalità”: l’impresa scientifica si presenta metodica, razionale. Con la Rivoluzione scientifica ed il sorgere della scienza moderna riemergono e si affermano “i valori della ragione”: «La storia della scienza può servire a renderci consapevoli che la razionalità, il rigore logico, la controllabilità delle asserzioni, la pubblicità dei risultati e dei metodi, la stessa struttura del sapere scientifico come qualcosa che è capace di crescere su se stesso non sono categorie perenni dello spirito né dati eterni della storia umana, ma conquiste storiche, che, come tutte le conquiste, sono, per definizione, suscettibili di andare perdute»[1]. Momento storico del consolidamento dei valori della ragione risulta ben l’Illuminismo: «“L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorità che egli deve imputare a se stesso”. “Minorità” è l’incapacità di valersi del proprio intelletto senza la guida di un altro. “Imputabile” a se stesso è questa minorità, se la causa di essa non dipende da difetto di intelligenza, ma dalla mancanza di decisione e del coraggio di fare uso del proprio intelletto senza essere guidati da un altro. Sapere aude! Abbi il coraggio di servirti della “tua propria” intelligenza! E’ questo il motto dell’illuminismo»[2]. Il Settecento è “l’età di Newton”: le scienze appaiono il “paradigma metodico”: «Hume espresse la fervida speranza di poter fare per la filosofia morale quanto Newton aveva fatto per la filosofia naturale. Nell’etica, nella letteratura, nella teoria politica, nella teologia e naturalmente nella scienza della natura del diciottesimo secolo sentimenti simili erano espressi apertamente e frequentemente. In ciascuno di questi campi ed altrettanto in altri posson indicarsi varie figure che variamente volevan “newtonizzare” la loro disciplina»[3].
Alle condizioni storico-culturali sembrano naturalmente collegate le condizioni storico-sociali della sociologia: «… [la] Rivoluzione scientifica… resta, nel bene e nel male, alle radici della civiltà moderna»[4]. Agli sviluppi tecnico-scientifici appare storicamente accompagnarsi una crescita della “complessità sociale”: la “società” si fa sempre più articolata. “Comunità” e società si determinano storicamente: la vita collettiva “reagisce” alle forme dello “spirito oggettivo” che vincolano l’individuo. Nella “società moderna” alla divisione del lavoro del mondo della produzione e dell’industria si affiancano l’organizzazione razionale e la specializzazione.
Parlando dell’orizzonte sociale dell’individuo sembra naturalmente porsi la grande questione se il condizionamento sociale comprometta la libertà degli uomini. Se appare dover per definizione considerare il potere dei “fattori sociali” per evitare il “sociologismo” la sociologia sembra non poter trascurare i “fattori individuali”. Nel definirsi storico della sociologia l’enfasi di Emile Durkheim sulla “cogenza del sociale” appare così contemperata con l’accento di Max Weber sulle “azioni individuali”. L’esigenza storico-socio-culturale di tener parimenti conto e della “struttura” e della “sovrastruttura” sembra con cenno alla sua Storia della filosofia occidentale del 1945 per le “filosofie” ben espressa da Bertrand Russell: «La relazione tra la filosofia e le condizioni sociali è stata normalmente ignorata dai filosofi di professione. I marxisti si interessano della filosofia come di un effetto, ma non la riconoscono come causa. Eppure, evidentemente, ogni filosofia importante è entrambe le cose insieme. Platone è in parte un effetto della vittoria di Sparta nella guerra del Peloponneso, ed in parte è anche tra le cause della teologia cristiana. Trattarlo soltanto sotto il primo aspetto significa rendere inesplicabile lo sviluppo della Chiesa durante il Medioevo. Ora sto scrivendo una storia della filosofia occidentale da Talete ai nostri giorni, storia nella quale ogni sistema importante è trattato nella stessa misura e come causa e come effetto delle condizioni sociali»[5]. L’importanza dell’apporto “individuale” alla società è dallo stesso Russell ben rilevata: «La matematica, per quanto i primi babilonesi avessero compiuto passi cospicui, è quasi interamente un’invenzione greca; se i greci non fossero esistiti, non vi è ragione per supporre che un’opera analoga agli Elementi di Euclide sarebbe stata scritta nell’antichità, e ancor meno durante il Medioevo. E i greci che operarono le scoperte matematiche costituiscono un numero di uomini molto esiguo. Anche la scienza moderna deve i suoi inizi ad un numero molto esiguo di uomini, di cui i principali sono Copernico, Keplero e Galileo. Non vi è nessuna valida ragione, se non l’assenza accidentale di un genio straordinario, per il fatto che gli arabi durante il Medioevo non riuscirono a fare le scoperte compiute da altri nel sedicesimo e diciassettesimo secolo. Sono questi dati che mi inducono ad attribuire importanza all’intelligenza quale causa della tecnica, e, inoltre, all’intelligenza che (come nella tarda antichità) può non affiorar quando nell’ambiente esiste l’opportunità del suo esercizio»[6].
[1] Paolo Rossi, La nascita della scienza moderna in Europa (1997), Laterza 2000, p. 359.
[2] Immanuel Kant, Risposta alla domanda: che cos’è l’illuminismo? (1784), in Immanuel Kant, La pace, la ragione e la storia, Il Mulino 1985, p. 35.
[3] L. L. Laudan, Thomas Reid and the Newtonian Turn of British Methodological Thought, in R. E. Butts e J. W. Davis (a cura di), The Methodological Heritage of Newton, Basil Blackwell, Oxford, 1970, p. 103.
[4] Paolo Rossi, La scienza e la filosofia dei moderni. Aspetti della Rivoluzione scientifica (1971), Boringhieri 1989, p. 15.
[5] Bertrand Russell, Autobiografia intellettuale (My mental development, in The philosophy of Bertrand Russell, a cura di P. A. Schilpp, Evanston, Illinois, 1946, pp. 3-20), in Neompirismo (a cura di Alberto Pasquinelli, 1969), Utet 1978, p. 135.
[6] Bertrand Russell, Condotta umana e valori (Reply to criticisms, in The philosophy of Bertrand Russell, a cura di P. A. Schilpp, Evanston, Illinois, 1946, pp. 719-741), in Neompirismo (a cura di Alberto Pasquinelli, 1969), Utet 1978, p. 203.
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Se all’avvoltoio togli il becco e gli artigli non resta più nulla. Ma se all’uomo togli gli occhi, la lingua, le mani, i piedi resterà sempre un uomo. Soltanto se l’uomo rimane solo non è più uomo
Proverbio Quichè
Alberto Manzi, La luna nelle baracche (1974), Salani 1977, p. 9
Chiuderò ora gli occhi, mi turerò le orecchie, sospenderò l’uso di tutti i sensi, eliminerò anche tutte le immagini delle cose corporee dal mio pensiero o almeno… non le terrò in alcun conto come se fossero vane e false e… cercherò di rendermi a poco a poco più noto e familiare a me stesso. Io sono una cosa pensante, una cosa che dubita, afferma, nega, conosce poche cose, ne ignora molte, ama, odia, vuole, non vuole, immagina e sente, poiché… sebbene le cose che sento o immagino non siano forse nulla fuori di me e in se stesse sono certo che quei modi di pensare che chiamo sensazioni e immaginazioni, appunto in quanto modi di pensare, sono in me
Cartesio, Meditazioni sulla prima filosofia (1641), in G. Crapulli (cura di), Il pensiero di René Descartes, Loescher 1984, pp. 99-100
Indicando la specificità dell’uomo nella coscienza si potrebbe dire che la coscienza compare con l’uomo e l’uomo compare con la coscienza: “coscienza” è qui naturalmente “autocoscienza”, coscienza di sé: è il cogito cartesiano, la “appercezione” leibniziana, l’Io penso kantiano, lo “spirito” hegeliano. L’uomo è pure naturalmente “rapporto”: filogeneticamente la comparsa di una “individualità politica” appare un momento della storia evolutiva. C. R. Darwin sembra porre l’accento sul “senso morale” dell’uomo: «L’essere morale è capace di riflettere sulle sue azioni passate e sui loro motivi, di approvare alcune azioni e di disapprovarne altre; l’uomo merita di essere considerato tale: questo rappresenta la sua più grande differenza dagli animali inferiori». Potremmo poi far riferimento alla “storia ideale eterna” di Giambattista Vico: «Gli uomini prima sentono senz’avvertire, dappoi avvertiscono con animo perturbato e commosso, finalmente riflettono con mente pura».
Scriveva Sigmund Freud a Ludwig Binswanger: «L’umanità ha sempre saputo fin troppo bene di avere lo spirito; era necessario che le mostrassi che esistono anche gli istinti». L’accento sulla dimensione “coscienziale” dell’uomo pare caratterizzare la riflessione filosofica. Per Platone il “corpo” è così il “segno” dell’anima; e per Aristotele l’anima è la “forma” del corpo. L’enfasi agostiniana sull’interiorità appare poi emblematica dello spirito cristiano. La stessa rinnovata fiducia nell’uomo dell’età umanistico-rinascimentale non poteva che rimandarne alla interiorità. La distinzione cartesiana di res cogitans e res extensa appare pure la “sanzione” della suscitatane dall’accento tendenza “spiritualista” a “sostanzializzare” la coscienza.
Il dualismo cartesiano si colloca nel cuore della moderna Rivoluzione scientifica: la “materia” cede ogni abito antropomorfico allo “spirito” e può essere oggetto di indagine scientifica autonoma; l’uomo può essere studiato nel suo duplice aspetto organico anatomico-fisologico di “corpo” e psicologico di “anima”. Il discorso “essenzialistico” tende in ogni modo a risolversi nell’istanza metodica; e alle affermazioni sulla essenza della res cogitans si sostituisce la ricerca sulla mente. Scrive Thomas Reid: «Con “mente” di un uomo intendiamo ciò che in lui pensa, ricorda, ragiona, vuole. L’essenza sia del corpo che della mente ci è ignota». Proprio Reid pare ben valersi dell’introspezione. Il “recupero” dell’unità ontologica dell’uomo da parte dei cosiddetti “ideologi” si pone nella “direzione sperimentale” della psicologia scientifica.
Come autocoscienza la coscienza è consapevolezza immediata di sé e della propria esistenza: l’uomo si coglie come io, come individuo, come soggetto che pensa e vuole: l’Io penso di Immanuel Kant è un io puro. L’io empirico è invece per Kant “coscienza empirica” dei propri stati interiori nel “fluire psichico” personale: la successione temporale della nostra vita mentale può percepirsi solamente sullo sfondo contrastante di un presupposto mondo esterno “sostanziale” permanente: ecco la kantiana “Confutazione dell’idealismo”: «La semplice ma empiricamente determinata coscienza della mia propria esistenza prova l’esistenza degli oggetti nello spazio fuori di me». Con il “limite fisico” dell’universo “materiale” inorganico e organico vi è per l’uomo il “limite politico” della “volontà” dei propri simili: come “animale politico” l’uomo “si realizza” nella “vita associata”, ma deve essere “riconosciuto” dagli altri: ecco la hegeliana “lotta per il riconoscimento”: solamente con il “riconoscimento” la “coscienza” si fa autocoscienza. Per Henri Bergson poi il “tempo interno” della coscienza è ben altro del “tempo spazializzato” della scienza; per Edmund Husserl la coscienza è “coscienza di qualcosa”: ed ecco la “intenzionalità” di Franz Brentano.
Nel proprio libro La coscienza del 2000 Michele Di Francesco chiarisce il particolare interesse per la questione della coscienza: leggiamo alle pp. 34-35 della II edizione Laterza 2005: «Forse la ragione principale della rinascita di interesse per il fenomeno della coscienza è semplicemente costituita dalla maturità raggiunta dalla scienza cognitiva e dalle neuroscienze, ormai pronte ad affrontare un nodo teorico prudentemente rimandato nei propri stadi iniziali. Esistono comunque, senza dubbio, motivi specifici legati allo sviluppo della ricerca empirica in questo settore, che giunge tra l’altro ad avvalersi sul lato tecnologico dell’invenzione di strumenti di indagine estremamente sofisticati, i quali permettono un esame in precedenza insperabile dei dettagli dell’attività cerebrale (basti citare le tecniche di visualizzazione rese possibili da tomografia ad emissione di positroni e risonanza magnetica)».
Scriveva Bertrand Russell: «La filosofia va studiata non per amore delle precise risposte alle domande che essa pone, poiché nessuna risposta precisa si può, di regola, conoscere per vera, ma piuttosto per amore delle domande stesse; perché queste domande allargano la nostra concezione di ciò che è possibile, arricchiscono la nostra immaginazione e intaccano l’arroganza dogmatica che preclude la mente alla speculazione; ma soprattutto perché, grazie alla grandezza dell’universo che la filosofia contempla, anche la mente diviene grande, ed è resa capace di quella unione con l’universo che costituisce il suo massimo bene». Dice pure Jean Piaget: «… la frontiera tra la filosofia e le scienze è sempre mobile perché non dipende dai problemi stessi, dei quali nessuno può mai essere definitivamente detto scientifico oppure metafisico, ma dipende solamente dalla delimitazione possibile di questi problemi, e dalla scelta dei metodi che permettono una trattazione di queste questioni circoscritte, basandosi sulla sperimentazione, sulla formalizzazione logico-matematica, o su tutt’e due».
Più che “prospettive” e “posizioni” sembra interessante considerare la possibilità che gli “sviluppi tecnico-scientifici” influiscano sulla nostra “descrizione” dell’uomo: il senso comune appare storicamente determinato: la descrizione comune dell’uomo potrebbe prescindere dal riferimento alla coscienza.
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Filosofia
1.
In che modo è organizzata La repubblica platonica? Qual è, in particolare, il ruolo in essa riconosciuto alla filosofia e ai filosofi?
R
La repubblica è il dialogo nel quale Platone offre una summa del proprio pensiero: esito è la definizione della stessa filosofia e del filosofo. Il filosofo è per Platone il dialettico, e la dialettica è la scienza filosofica per eccellenza: la dialettica insegna a connettere le idee come è bene e giusto, e quindi a ragionare correttamente; e l’educazione alla ragione è educazione filosofica. Soltanto chi sa ragionare può pure per Platone governare lo Stato, ed è politico per eccellenza. La stessa costituzione politica rimanda poi in Platone alla idea filosofica e allo ideale sviluppo naturale del tutto, sviluppo che solo il filosofo può cogliere. E’ allora la conoscenza ideale delle cose la base del progetto politico costituzionale di Platone; gli ostacoli reali sarebbero in questo senso platonicamente riconducibili alla ignoranza della verità del mondo, verità guadagnabile solo ed esclusivamente nella intellezione filosofica.
2.
La candidata/il candidato commenti questa citazione di I. Kant: «Io ho posto particolarmente nella materia religiosa il punto culminante dell’Illumnismo, che rappresenta l’uscita degli uomini dallo stato di minorità che è a loro imputabile, poiché in fatto di arti e di scienze i nostri reggitori non hanno alcun interesse a esercitare la tutela sopra i loro sudditi. Oltre a ciò la minorità in materia religiosa è tra tutte le forme di minorità la più dannosa ed anche la più umiliante».
R
Kant intende qui sottolineare il ruolo politico della religione, e la religione kantiana è in effetti illuministicamente ricondotta nei limiti della semplice ragione: è la ragione libera la vera preoccupazione dei reggitori, timorosi delle conseguenze civili e sociali del pensiero indipendente. «Non ragionate, ma credete» è nella Risposta alla domanda Che cos’è l’Illuminismo? per Kant il pensiero del potere religioso: «Non ragionate, ma obbedite» è ben la volontà del potere politico. La stessa idea di Kant della religione appendice e non più fondamento della morale suggella l’affrancamento moderno del pensiero libero da ogni tutela politico-religiosa.
3.
Che cosa si intende con l’espressione linguistic turn? La candidata/il candidato proponga e illustri due esempi delle conseguenze di questa “svolta” nella filosofia del Novecento.
R
La “svolta linguistica” filosofica novecentesca è nelle conseguenze dualmente esemplificabile confrontando il “primo” e il “secondo” L. Wittgenstein: l’uno ispira il neopositivismo e l’altro la filosofia analitica del linguaggio comune: la concezione scientifica del mondo dei neoempiristi si sviluppa prendendo le distanze, per definizione, dai limiti del senso comune. Un filosofo limpidamente scientifico come Bertrand Russell poteva così ammirare il Wittgenstein del Tractatus logico-philosophicus (1922) e dissociarsi dal successivo Wittgenstein che ai “giochi linguistici” univa pure l’interesse per i semplici usi del linguaggio comune.
4.
La candidata/il candidato riassuma i punti fondamentali intorno ai quali organizzerebbe una lezione su uno dei seguenti autori: Tommaso d’Aquino, Cartesio, Wittgenstein. La candidata/il candidato indichi anche la bibliografia alla quale farebbe riferimento.
R
Un intervento su Cartesio potrebbe far basilare riferimento alle sue stesse opere: direi Discorso sul metodo (1637); e Meditationes de prima philosophia e Principia philosophiae, rispettivamente del 1641 e del 1644.
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Prima della fioritura della filosofia occidentale nella Grecia del secolo VI a. C. le spiegazioni degli accadimenti o dello stesso mondo erano semplicemente religiose, teologiche, mitiche. Per i Greci la realtà era eterna e coincideva con la natura: il resto era dai Greci ricondotto alla ricca mitologia. Con l’emergere della filosofia nella spiegazione delle cose al mito subentra la ragione. Il passaggio dal mito alla filosofia fu naturalmente lento e graduale. Il passaggio dal mito al pensiero filosofico e scientifico richiese una realtà sociale, culturale, economica propizia. Il sorgere della filosofia fu suscitato da una crescita delle tecniche in un ambiente aperto e libero. La filosofia nasce nel contesto coloniale greco ionico delle coste egee dell’Asia Minore – odierna Turchia – che costituiva una civiltà in espansione dalla progredita e ricca tecnica. Giulio Preti richiamava che la riflessione scientifica è sorta dalla riflessione tecnica come il discorso teologico dalla prassi magica.



