Per chi incontra continuamente tale problema nel corso delle sue attività professionali, lo statuto di «saggezza» o al contrario di «conoscenza» proprio alla filosofia non rappresenta più un problema superfluo o unicamente teorico: costituisce invece un problema vitale perché condiziona il fallimento o la riuscita degli sforzi di migliaia di ricercatori. Dei giovani filosofi, innanzitutto: specializzati fin dal loro ingresso alle facoltà in una disciplina che i più grandi autori della storia della filosofia hanno abbordato solo dopo anni di ricerche scientifiche, si sentono autorizzati a credere che sia permesso loro di penetrare direttamente nelle regioni supreme del sapere, allorché né loro né talvolta i loro stessi insegnanti hanno la minima esperienza di quello che sia la conquista e la verificazione di una conoscenza particolare. In secondo luogo, di tutti coloro che coltivano discipline interessanti più o meno immediatamente lo spirito dell’uomo: perché la loro carriera sarà ad ogni passo condizionata da questioni di indipendenza o di dipendenza dalla filosofia
Jean Piaget, Saggezza e illusioni della filosofia (1965), Einaudi 1975, p. 10
La rilettura dello scritto del 1965 Saggezza e illusioni della filosofia di Jean Piaget mi è stata occasione di riflessione sul significato dello studio delle scienze umane. Per la mia formazione filosofica porrei anzitutto l’accento sulla centralità della dimensione critico-filosofica nelle scienze umane. Il peculiare spazio alla “filosofia” appare bene riconducibile alla “debolezza” dello “status epistemologico” delle scienze umane. Nelle scienze la riflessione filosofica sembra ritenersi caratteristica della “crisi”.
Storicamente la filosofia appare la comune matrice di tutte le scienze. Le scienze si sono storicamente configurate in rapporto alla filosofia: lo stesso “spirito filosofico” ha promosso l’autonomia delle scienze dalla “filosofia”. Nel “distacco” dalla filosofia le scienze umane sono state storicamente ben precedute dalle “scienze”. Il lavoro filosofico critico-analitico-ermeneutico rimane in questo modo “centrale” nelle scienze umane.
Lo sviluppo delle scienze umane nella propizia temperie positivistica appare preparato dalla cultura illuministica e naturalmente riferibile alla grande Rivoluzione scientifica del Cinque-Seicento con la quale sorge la scienza moderna: lo sviluppo delle scienze umane rimanda bene alla “idea” di una estensione del metodo delle “scienze” alle scienze umane. L’idea di uno studio scientifico delle “cose umane” appare bene un momento di rottura colle approssimazioni filosofiche speculative meramente riflessive. La “approssimazione scientifica” sembra certamente aver condotto le scienze umane ad “acquisizioni positive”. Ad un “sapere positivo” nelle scienze umane pare tuttavia accompagnarsi un buon “elemento di soggettività”. Le “componenti soggettive” sembrano ben avvicinare le scienze umane alla filosofia. Nonostante la rottura con la speculazione filosofica e nonostante le “conoscenze positive” appare così possibile dubitare del carattere “pienamente” scientifico delle “scienze umane” e della applicabilità della “formula” delle “rivoluzioni scientifiche” rispetto alle scienze umane.
I “limiti scientifici” e la prossimità alla filosofia sembrano non solo non inficiare ma per lo spirito critico ben esaltare il valore formativo delle scienze umane.