Categoria: Einstein e il pensiero
-
La monografia Albert Einstein, Einaudi 1968 è la presentazione che alla metà del Novecento il fisico teorico polacco Leopold Infeld (1898-1968) dedicava alle idee scientifiche e al pensiero filosofico di Albert Einstein (1879-1955) come scienziato e filosofo novecentesco fondatore della teoria della relatività: «La relatività non nacque soltanto ad opera del genio di Einstein: Einstein attuò la rivoluzione per cui la scienza era ormai matura… Nel 1905 egli era… un giovane dottore in fisica di ventisei anni… Gli fu permesso di pensare e sognare e scrivere articoli destinati a cambiare la faccia della scienza» (p. 15).
In Albert Einstein L. Infeld rilevava il significato filosofico-scientifico della teoria della relatività introdotta da A. Einstein nel Novecento ponendo l’accento sulle premesse storiche della relatività einsteiniana nella scienza fisica precedente: Prima della rivoluzione di Einstein è il titolo del secondo capitolo dedicato all’origine e al fallimento del concetto teorico di etere cosmico: la fisica dell’Ottocento era divisa tra la teoria meccanica galileiano-newtoniana e la teoria dei campi di M. Faraday, J. C. Maxwell e H. Hertz: «Dei vari elementi della teoria meccanica e di quella dei campi possiamo riscontrare le tracce fin nelle antiche filosofie» (p. 17): lo sviluppo della teoria dei campi nella seconda metà dell’Ottocento portava al superamento del meccanicismo filosofico-scientifico moderno dominante nel diciannovesimo secolo: «Fino al diciannovesimo secolo nessuno pensava che questo regime meccanico potesse essere rovesciato. Lo sviluppo della scienza sembrava pianificato secondo linee meccanicistiche per tutto il futuro della nostra civiltà» (p. 18). L. Infeld insisteva sull’efficacia e sul conseguente successo del modello teorico esplicativo scientifico meccanico della fisica moderna galileiano-newtoniana: «Così la spiegazione dei fenomeni del calore, della luce e dei fluidi in movimento implicava l’elaborazione di un quadro meccanico appropriato. Ecco ciò che si intende quando si asserisce che il punto di vista meccanico regnava su tutta la fisica… per quasi tutta la prima metà del diciannovesimo secolo la teoria meccanica si diffuse e si approfondì fino ad assumere l’aspetto di un dogma filosofico… gli scienziati supponevano che tutto il nostro universo, e noi con esso, costituisse una gigantesca e complicata macchina che obbediva alle leggi newtoniane… Pareva… che nulla potesse impedire la sempre più vasta applicazione della teoria meccanica, e l’idea di spiegare tutti i fenomeni naturali alla luce della fisica newtoniana era considerata come una meta teoricamente accessibile» (pp. 18-19). Nel meccanicismo filosofico-scientifico moderno dominante nel diciannovesimo secolo si inquadra l’origine del concetto di etere cosmico per la teoria dei campi della fisica dell’Ottocento: l’ipotesi dell’etere era funzionale alla spiegazione meccanica della fenomenologia elettromagnetica di campo fisico e alla conseguente riduzione della teoria dei campi alla teoria meccanica: L. Infeld rilevava nel fallimento dell’idea dell’etere l’origine della teoria della relatività di A. Einstein.
In Albert Einstein la problematicità del concetto teorico di etere era da L. Infeld già sottolineata nel discorso storico-scientifico sull’origine dell’ipotesi dell’etere cosmico: la supposizione dell’esistenza dell’etere legava la teoria dei campi alla teoria meccanica salvando l’unità della fisica: il meccanicismo filosofico-scientifico ottocentesco portava all’idea del carattere necessariamente meccanico delle oscillazioni o vibrazioni o onde del campo elettromagnetico e quindi alla conclusione che in quanto meccaniche le onde elettromagnetiche comprensive della luce necessitassero di un mezzo materiale di propagazione, da cui l’inferenza dell’esistenza del supporto materiale della trasmissione luminosa ed elettromagnetica e l’identificazione del mezzo materiale trasmissivo elettromagnetico con l’etere cosmico: «Il nostro fisico del diciannovesimo secolo difenderebbe il suo punto di vista, e durante il dibattito apparirebbe… l’etere… Il fisico del diciannovesimo secolo… suppose che il nostro universo fosse tutto immerso in questa sostanza imponderabile, di cui egli conosceva almeno una proprietà: quella di trasmettere le onde elettromagnetiche. Lo stesso fisico ci avrebbe assicurato che col tempo altre proprietà sarebbero state scoperte e l’etere sarebbe diventato così reale come qualunque altro oggetto materiale» (p. 22). La tendenza della scienza meccanicistica ottocentesca ad assimilare la fisica dei campi alla fisica meccanica considerando gli stessi fenomeni elettromagnetici e della luce come oscillazione elettromagnetica meccanicamente trattabili e spiegabili non eliminava la specificità della realtà fisica continua del campo da L. Infeld sottolineata: «La teoria di J. C. Maxwell che governa i fenomeni elettrici e ottici è una teoria di campo perché in essa l’elemento essenziale è la descrizione di variazioni che si propagano con continuità nello spazio e nel tempo. Quindi il concetto di campo è in contrasto col concetto di particelle semplici della teoria meccanica» (pp. 19-20). Nel rilevarne la capacità sintetica esplicativa del mondo delle radiazioni elettromagnetiche L. Infeld rimarcava la distanza delle leggi di campo dello spettro elettromagnetico dalla teoria fisica meccanica: lo spettro elettromagnetico con le radiazioni luminose risponde alle equazioni di J. C. Maxwell: «Sia le onde emesse da una antenna che quelle emesse da un atomo sono onde elettromagnetiche che si diffondono nello spazio alla velocità della luce di 300.000 chilometri al secondo» (p. 20).
In Albert Einstein non solo la distanza ma la contraddizione fisica tra la teoria meccanica e la teoria dei campi era da L. Infeld rilevata nel discorso storico-scientifico sul fallimento della ipotesi dell’etere cosmico: dal superamento della contraddizione tra principi meccanico-elettromagnetici era da A. Einstein sviluppata la teoria della relatività ristretta o speciale da lui enunciata nel 1905: la relatività einsteiniana traeva le conseguenze dell’elevazione di un fatto empirico a principio scientifico: il fatto scientifico era la costanza della velocità della luce in un sistema di riferimento inerziale in moto relativo; era la constatazione empirico-fattuale dell’indipendenza della velocità della luce dal movimento della Terra come sistema inerziale relativo a portare alla negazione dell’esistenza dell’etere ipotetico ma privo di effetti rilevabili dall’esperienza percettiva sensibile. Come costanza o invariabilità elettromagnetica nei sistemi di riferimento inerziali in moto relativo l’indipendenza della velocità della luce dal movimento della Terra limitava la validità fisica del principio meccanico classico galileiano-newtoniano di composizione o somma delle velocità; l’eliminazione dell’etere cosmico come riferimento spaziale assoluto emerso dagli sviluppi ottici ed elettromagnetici della scienza fisica liberava scientificamente il principio meccanico classico di relatività galileiana dal quale muoveva L. Infeld nel discorso storico-scientifico sul fallimento dell’ipotesi dell’etere: «Immaginiamo due sistemi in moto uniforme l’uno rispetto all’altro, cioè con velocità costante, non accelerata, e lungo una linea retta… il principio di relatività di Galileo dice: se le leggi della meccanica sono valide in un sistema, esse saranno valide in qualunque altro sistema animato rispetto al primo di moto uniforme… Il punto essenziale non è il fatto che noi abbiamo due o più sistemi con osservatori in ciascuno di essi, ma che si possa trasferire la descrizione da un sistema ad un altro» (pp. 23-24). La relatività meccanica classica di Galileo stabiliva l’equivalenza fisica dei sistemi di riferimento inerziali per la quale secondo il principio di inerzia è dall’interno impossibile determinare se un sistema fisico sia in quiete o in moto rettilineo uniforme rispetto ad un altro: la possibilità di stabilire quiete o movimento non relativi ma assoluti era da L. Infeld storicamente rilevata nel riferimento privilegiato all’etere cosmico: ecco dagli anni Ottanta dell’Ottocento l’esperimento cruciale di A. A. Michelson e E. W. Morley per stabilire il moto assoluto della Terra determinandone la velocità di movimento non nello spazio vuoto assoluto di I. Newton, «che gli scienziati non ammettono più da quando H. Helmholtz ha dimostrato che l’esperienza non ce lo rivela» (Angiolo Maros Dell’Oro, Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi, Le Monnier 1953, p. 146), ma nell’etere cosmico spaziale: l’esperienza sperimentale di Michelson e Morley prevedeva la composizione delle velocità di luce e Terra ma provava l’indipendenza della velocità della luce dal moto della Terra come sistema inerziale relativo; la violazione del principio fisico meccanico classico galileiano-newtoniano di composizione o somma delle velocità mostrava l’inconsistenza esplicativa scientifica dell’etere cosmico e apriva al riconoscimento relativistico einsteiniano della costanza della velocità della luce come velocità limite massima nell’universo fisico.
In Albert Einstein L. Infeld rilevava la complementarità scientifica fisica meccanica classica del principio galileiano-newtoniano di composizione o somma delle velocità rispetto alla relatività galileiana: «La teoria meccanica accettava: 1) il principio di relatività di Galileo e 2) la legge della somma delle velocità» (p. 30). Il principio fisico meccanico classico della somma delle velocità non funziona tuttavia con la luce e le onde elettromagnetiche in generale in quanto si propagano alla velocità della luce: la velocità delle onde elettromagnetiche o della luce è sempre la stessa e non ha importanza se la loro sorgente o l’osservatore si muovono, dice L. Infeld: «Quest’ultimo risultato era incompatibile col concetto di etere. Inoltre, esso era incompatibile con la legge della somma delle velocità. La velocità della luce e la velocità di un sistema messe assieme non danno come risultato che la stessa velocità della luce» (p. 31). La validità limitata della somma o composizione fisico-matematica per addizione o sottrazione di velocità nei sistemi di riferimento contrastava col meccanicismo opponendo la teoria dei campi elettromagnetici alla teoria meccanica: con la limitazione alla meccanica della legge della somma delle velocità cadeva l’ipotetico etere cosmico spaziale assoluto, «che prometteva di unificare la teoria meccanica e quella dei campi» (p. 30), scriveva L. Infeld. Nella sua prospettiva di unificazione fisica meccanica la scienza meccanicistica ottocentesca era da L. Infeld rilevata così pregiudizialmente legata all’idea teorica dell’etere cosmico da contrastare il principio meccanico classico di relatività galileiana: «Perché il principio di relatività di Galileo afferma che tutti i sistemi in moto uniforme l’uno rispetto all’altro sono equivalenti. Ma non è così per il fisico che crede nell’etere. Fra i vari sistemi uno si distingue da tutti gli altri: il sistema in cui l’etere è in quiete, l’unico in cui la velocità della luce sia c = 300.000 km al secondo. Dunque il principio di relatività di Galileo non regge più. Lo sostituisce l’etere mediante una teoria assoluta» (p. 29). Alla determinazione della velocità del movimento della Terra come sistema di riferimento inerziale rispetto all’ipotetico etere cosmico spaziale assoluto mirava a fine Ottocento l’esperimento di Michelson-Morley: l’esperimento di Michelson-Morley escludeva empiricamente la composizione fisico-matematica meccanica delle velocità della luce e della Terra nel loro moto elettromagnetico-meccanico congiunto rispetto al supposto etere come sistema di riferimento privilegiato: l’esperimento di Michelson-Morley voleva stabilire il moto assoluto della Terra per differenza direzionale della velocità della luce nel suo movimento solidale terrestre ma provava con l’esperienza l’identità della velocità della luce in ogni direzione di moto sulla Terra, dice L. Infeld: «La famosa esperienza di Michelson-Morley… provò in maniera definitiva che non ci sono velocità differenti della luce! Esse sono uguali in tutte le direzioni e il loro valore è c, la velocità della luce, la quale, sembra strano, rimane sempre uguale a se stessa, sempre costante, sempre immutabile» (p. 30).
In Albert Einstein il significato scientifico empirico dell’esperimento cruciale di Michelson-Morley era da L. Infeld ben rilevato ponendo l’accento sulla difesa fisica meccanicistica del concetto teorico di etere cosmico spaziale assoluto: all’inconsistenza esplicativa meccanica dell’etere rispetto ai fenomeni luminosi ed elettromagnetici si affiancava l’opposizione dell’ipotesi fisico-matematica della contrazione di Lorentz-Fitzgerald attribuita ai corpi nel senso del movimento alla contraddizione della identità e costanza della velocità della luce rispetto al principio meccanico classico galileiano-newtoniano di composizione o somma delle velocità: alla fine dell’Ottocento la fisica era matura per la rivoluzione di A. Einstein: unendo al presupposto relativistico einsteiniano della estensione della relatività meccanica classica galileiana al campo elettromagnetico comprensivo della luce il postulato della costanza della velocità della luce nei sistemi di riferimento inerziali in moto relativo la teoria della relatività ristretta o speciale enunciata da Einstein nel 1905 elevava un fatto d’esperienza a principio scientifico.
-
… se vi è lavoro massimamente produttivo alla scienza, è quello… che cerca rapporti nuovi tra rami del sapere generalmente divisi e promuove l’associazione di certe attitudini per aprire vie originali alla ricerca del vero
Federigo Enriques, Scienza e razionalismo (1912), in Giulio Giorello, Introduzione alla filosofia della scienza, Bompiani 1994, p. 8
… se all’interno della scienza saldamente consolidata si manifesta improvvisamente, in un qualche punto, la necessità di prender nuovamente coscienza del vero significato dei concetti fondamentali, provocando così una più radicale chiarificazione del loro senso, questa analisi viene subito avvertita come un atto eminentemente filosofico. Tutti son d’accordo sul fatto che, per esempio, la ricerca di Einstein, sviluppata in base ad un esame del senso degli enunciati sul tempo e sullo spazio, è stata, per l’appunto, una vera e propria impresa filosofica
Moritz Schlick, La svolta della filosofia (1930), in Neoempirismo (1969, a cura di Alberto Pasquinelli), Utet 1978, p. 261
Il filosofo troverà nella storia del pensiero scientifico non soltanto i criteri per giudicare il valore della scienza, sì anche la spiegazione dell’ordine e del significato dei problemi della filosofia. Giacché nella storia della civiltà occidentale codesti problemi sorgono appunto sul terreno della ricerca naturalistica
Federigo Enriques, Il significato della storia del pensiero scientifico (1934), Barbieri 2004, p. 31
Qualunque possa essere il nostro principio filosofico, per quanto riguarda l’osservazione scientifica un oggetto si esaurisce nella totalità delle relazioni possibili con il soggetto o con lo strumento che lo percepiscono
Richard Courant e Herbert Robbins, Che cos’è la matematica? (1941), Boringhieri 1991, pp. 30-31
… i più grandi sistemi della storia della filosofia, cioè quelli che ne hanno messi in moto altri e che hanno esercitato una durevole influenza, sono tutti nati da una riflessione sulle scoperte scientifiche dei loro stessi autori o su di una rivoluzione scientifica contemporanea o immediatamente anteriore alla loro epoca: così fu per Platone con la matematica, per Aristotele con la logica e la biologia, per Cartesio con l’algebra e la geometria analitica, per Leibniz con il calcolo infinitesimale, per l’empirismo di Locke e di Hume con le loro anticipazioni della psicologia, per Kant con la scienza newtoniana e le sue generalizzazioni, per Hegel e il marxismo con la storia e la sociologia, e per Husserl con la logistica di Frege
Jean Piaget, Saggezza e illusioni della filosofia (1965), Einaudi 1975, pp. 59-60
Per quanto riguarda… la filosofia, era inevitabile che le implicazioni della relatività e della meccanica quantistica per la visione del mondo potessero, almeno agli inizi, essere comprese appieno soltanto dai fisici stessi. Ed è stata una fortuna per la storia del pensiero che gli artefici di quelle rivoluzioni scientifiche fossero personaggi come Albert Einstein, Niels Bohr, Werner Heisenberg ed Erwin Schrödinger, che univano al genio scientifico talento e interesse filosofici. Fu così che i primi due diedero vita ad un dibattito titanico sulla natura della realtà e della conoscenza del mondo fisico che è una delle vette della discussione filosofica del Novecento, i cui termini rimangono tuttora largamente ignorati dalla maggioranza dei filosofi e dei fisici. I secondi due si rivolsero invece da un lato alla rivisitazione delle radici del pensiero scientifico, rispettivamente in Fisica e filosofia e La natura e i greci, e dall’altro alla fondazione di nuove metafisiche che potessero rendere conto della natura del mondo alla luce delle nuove teorie… l’indagine scientifica è di natura filosofica
Piergiorgio Odifreddi, La guerra dei due mondi, in Ivano Dionigi (a cura di), I classici e la scienza. Gli antichi, i moderni, noi, Rizzoli 2007, BUR, p. 51
Nelle scienze la riflessione filosofica pare ben ritenersi caratteristica della “crisi”.
L’Ottocento non è naturalmente solamente il secolo dell’idealismo e del romanticismo ma è anche il secolo del positivismo. L’Ottocento è il secolo dello spirito idealistico e della sensibilità romantica ma pure della fiducia nella scienza. Gli sviluppi scientifici ottocenteschi appaiono effettivamente fondamentali. Il pensiero scientifico ottocentesco sembra completare la riscoperta umanistico-rinascimentale e tutto il lavorio moderno col pieno recupero del pensiero scientifico antico. Nell’Ottocento il pensiero matematico e logico giunge bene a grandi acquisizioni. Dopo la creatività del pensiero moderno e l’estensione settecentesca dei risultati moderni il pensiero matematico ottocentesco appare caratterizzarsi per l’istanza di rigore. L’Ottocento vede così affermarsi la riflessione sui fondamenti della matematica. Dal concetto analitico di limite alle assiomatiche definizioni implicite geometriche per la teoria ingenua degli insiemi la ricerca fondazionale sembra ben attraversare l’intera matematica ottocentesca. Nella matematica ottocentesca al processo d’aritmetizzazione dell’analisi e di logicizzazione dell’aritmetica si accompagna effettivamente la costruzione delle geometrie non euclidee iperbolica ed ellittica alternative alla geometria parabolica euclidea.
L’Ottocento è un secolo di grande crescita scientifica. Nell’Ottocento appare così straordinario lo sviluppo della chimica. Affrancatasene dal meccanicismo nell’Ottocento la chimica sembra porre le basi per il ricongiungimento meccanicistico alla fisica. Nella fisica alla grande produttività metodologica l’Ottocento vede subentrare la crisi del modello teorico del meccanicismo. La meccanica è scientificamente centrale: nella fisica dell’Ottocento la meccanica sembrava il paradigma: non solo gli acustici ma anche statisticamente i termici e col postulato dell’etere cosmico gli ottici appaiono bene fenomeni meccanici. Con l’elettromagnetismo nella scienza fisica ottocentesca alla meccanica pare oramai affiancarsi un nuovo paradigma teorico. Dal confronto con l’elettromagnetismo sembrano emergere i limiti della meccanica classica: è ben il contesto della novecentesca teoria della relatività.
La teoria della relatività speciale si basa su 2 postulati empirici: 1) il primo riafferma bene il principio della relatività di Galileo che in due sistemi in moto relativo uniforme tutte le leggi di natura sono le medesime; 2) il secondo dice che la velocità della luce è costante quale che sia il sistema di riferimento. La teoria della relatività speciale rimanda così a 3 principi: 1) relatività, 2) costanza della velocità della luce e 3) addizione delle velocità: questi principi non possono coerentemente essere accolti tutti e tre insieme. Postulando empiricamente 1) relatività e 2) costanza della velocità della luce altrimenti dalla meccanica classica la meccanica relativistica non accetta il principio di addizione o sottrazione delle velocità. Accettando e 1) il principio di relatività e 2) il principio della costanza della velocità della luce la fisica relativistica fa dipendere il tempo dal sistema e la massa dalla velocità.
Storicamente l’idea “razionalistica” di Immanuel Kant che possiamo “anticipare” la “forma” del “mondo” è stata ben produttiva.
Forme pure della sensibilità lo spazio ed il tempo sono per Immanuel Kant condizioni della nostra percezione o “intuizione sensibile”: percepiamo oggetti spazializzando e/o temporalizzando i “fenomeni” datici sensibilmente. Immediatamente costitutivi lo spazio e il tempo hanno kantianamente validità oggettiva “automatica”: “costituendo” l’oggetto dell’esperienza le due pure forme spazio e tempo della nostra sensibilità non possono non valere a priori degli oggetti d’esperienza. Riferibili agli oggetti della esperienza i nostri giudizi sulla struttura dello spazio e del tempo son kantianamente giudizi sintetici a priori: inquadrando il molteplice materiale sensibile del conoscere spazio e tempo sono condizioni formali pure della nostra percezione sensibile costitutive degli oggetti d’esperienza; però essendone costitutivi spazio e tempo sono altresì validi degli oggetti dell’esperienza; i nostri giudizi sulla struttura dello spazio e del tempo rappresentano così effettiva conoscenza della “realtà oggettiva” o “mondo fenomenico” e sono quindi giudizi sintetici, ma riconducendo alle inesorabili condizioni formali pure della umana percezione sensibile costituiscono inoltre un “universale e necessario” sapere degli oggetti dell’esperienza indipendente dall’esperienza e sono dunque anche giudizi a priori.
Nella spiegazione della conoscenza e degli “universali e necessari” giudizi sintetici a priori il grande problema di Kant è ben la “giustificazione” della validità oggettiva delle “spontanee” forme pure dell’intelletto: rispetto alle “ricettive” forme spazio e tempo della intuizione sensibile per i concetti puri dell’intelletto o categorie si impone una “deduzione trascendentale” della pretesa di valere a priori degli oggetti dell’esperienza:
Senza grande fatica ci è stato sopra possibile chiarire come i concetti di spazio e di tempo, pur essendo conoscenze a priori, debbano tuttavia riferirsi necessariamente ad oggetti, rendendo così possibile una loro conoscenza sintetica indipendentemente da ogni esperienza. Infatti, poiché è solo mediante siffatte forme pure della sensibilità che un oggetto può apparirci, cioè essere un oggetto dell’intuizione sensibile, lo spazio ed il tempo sono intuizioni pure che contengono a priori la condizione della possibilità degli oggetti come fenomeni; e la sintesi in essi possiede validità oggettiva.
Le categorie dell’intelletto, al contrario, non costituiscono per noi le condizioni alle quali ci vengono dati degli oggetti nell’intuizione; ci possono quindi ben apparire oggetti senza che debbano necessariamente riferirsi a funzioni dell’intelletto e senza che questo contenga le loro condizioni a priori. Qui emerge dunque una difficoltà che non abbiamo incontrato nel campo della sensibilità: in qual modo, cioè, le condizioni soggettive del pensiero debbano avere una validità oggettiva, ossia ci diano le condizioni della possibilità di ogni conoscenza degli oggetti; infatti, anche senza funzioni dell’intelletto, possono senz’altro esserci dati fenomeni nell’intuizione[1].
Le categorie dell’intelletto puro son da Kant così rilevate “condizioni della possibilità dell’esperienza”. La questione kantiana della “deduzione trascendentale”, della costituzione dell’oggetto dell’esperienza, della “oggettività fenomenica”, dei giudizi sintetici a priori rimanda bene al problema della possibilità di inquadrare “sempre e comunque” il “materiale sensibile” in un “ordine temporale oggettivo”. Per Kant il soggetto conoscente sembrerebbe sempre e comunque “tendere” ad ordinare oggettivamente nel tempo la “materia” della nostra conoscenza. Per Kant “formalmente” appare sempre possibile inquadrare il materiale sensibile in un ordine temporale oggettivo dei fenomeni differente dall’ordine temporale soggettivo della mera “apprensione”.
Grande “sintesi” delle discussioni precedenti appare bene la “critica neoempiristica al sintetico a priori di Kant” alla luce degli “sviluppi scientifici”.
Dalle “geometrie non-euclidee” alla “meccanica quantistica” per la “teoria della relatività” lo svolgimento storico della scienza sembrava segnare la “crisi” dell’idea kantiana di una “sintesi a priori”: la stessa costruzione di sistemi geometrici alternativi alla geometria euclidea aveva posto la questione della geometria valida del mondo fisico; la teoria generale della relatività aveva poi applicato la geometria non euclidea “ellittica” alla fisica; la teoria fisica dei “quanti” mostrava infine i limiti del “determinismo”.
Per Kant “formalmente” l’intelletto umano era il “legislatore della natura”. Formalmente Kant poteva così affermare la “uniformità della natura” o conformità della natura a leggi. Per Kant valeva quindi il “principio di causalità” che “ogni evento deve avere una causa”, e “validità formale” aveva il “principio di induzione” che presiede alla generalizzazione e convinzione della conformità del futuro al passato.
Mettendo in discussione la validità apodittica universale e necessaria dei “formali” principi sintetici a priori di Kant lo svolgimento storico della scienza sembrava corroborar una “interpretazione empiristica” della conoscenza. Pur affermando il carattere contingente della “sintesi scientifica” il nuovo empirismo non poteva non recepir la lezione di Kant. Immanuel Kant era così ben presente agli empiristi logici. L’Immanuel Kant che con le suggestioni del pensiero matematico e logico, della scienza e della filosofia della scienza in questa maniera opera nel pensiero di Moritz Schlick è ben un Immanuel Kant filtrato attraverso gli sviluppi del pensiero scientifico e della riflessione epistemologica: «La comparsa del termine “epistemologia” prodottasi tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento nelle lingue inglese e francese non è casuale ed indica l’emergere di una nuova specializzazione filosofica, conseguente al salto di qualità realizzatosi nelle scienze, a partire dall’affermazione delle geometrie non euclidee, della teoria degli insiemi e della logica formale in matematica, della teoria della relatività e della meccanica quantistica in fisica, della genetica e della biologia molecolare in biologia; l’epistemologia mette in gioco insieme le competenze degli scienziati militanti e quelle dei filosofi della scienza, configurandosi come una svolta critica nella storia del pensiero scientifico e filosofico che riformula radicalmente le questioni canoniche della filosofia della scienza»[2].
Dalla sintesi chimica organica all’ingegneria genetica il meccanicismo metodologico scientifico del modello teorico meccanico appare ben aver attraversato la crisi del meccanicismo metafisico dogmatico e confermare tutta la sua produttività; la stessa coscienza dei limiti del determinismo rigido non comporta certo la rinuncia alle spiegazioni e previsioni scientifiche.
Filosoficamente significativo appare bene lo sviluppo scientifico contemporaneo della logica matematica. Dall’algebra della logica alla semantica per classi ed insiemi, predicati e relazioni, assiomatica e dimostrazione, deduzione e induzione, completezza e incompletezza, decidibilità e indecidibilità collo strumento intellettuale simbolico logistico la matematizzazione della logica contemporanea ha promosso la comprensione del pensiero logico, matematico, formale, razionale.
[1] Immanuel Kant, Critica della ragion pura (1781), Utet 2005 (a cura di Pietro Chiodi), pp. 155-156.
[2] Gaspare Polizzi (a cura di), Einstein e i filosofi, Medusa 2009, pp. 7-8.
-
L’educazione, la formazione, l’istruzione, la scuola dovrebbe suscitare a rendere conoscenze, idee, valori strumenti di personale ricerca. Sul compito della scuola nel testo Epistemologia e didattica delle scienze del 1977 Dario Antiseri riportava la considerazione di Albert Einstein (1879-1955): «La scuola dovrebbe sempre avere come suo fine che i giovani ne escano con personalità armoniose, non ridotti a specialisti. Questo, secondo me, è vero in certa misura anche per le scuole tecniche, i cui studenti si dedicheranno ad una ben determinata professione. Lo sviluppo dell’attitudine generale a pensare ed a giudicare indipendentemente, dovrebbe sempre essere al primo posto, e non l’acquisizione di conoscenze specializzate. Se una persona è padrona dei principi fondamentali del proprio settore e ha imparato a pensare e a lavorare indipendentemente troverà sicuramente la propria strada ed inoltre sarà in grado di adattarsi al progresso e ai mutamenti più di una persona la cui istruzione consiste principalmente nell’acquisizione di una conoscenza particolareggiata» (Armando, p. 247). La ricerca rimanda ai problemi; ed i problemi riconducono a vita e valori, ma anche a idee e teorie. Nel confronto con problemi valore pedagogico esemplare riveste l’errore. L’errore è momento essenziale del pensiero autonomo. Il pensiero libero vive del cimento delle idee, ha ben appreso che l’errore è la via alla verità, è pronto a riorientarsi, sa che solo riorientandosi può distinguere la pula dal grano in ogni questione. Diceva il matematico e filosofo italiano Federigo Enriques (1871-1946) in Il significato della storia del pensiero scientifico del 1934: «Il maestro sa che la comprensione degli errori dei suoi allievi è la cosa più importante della sua arte didattica… E degli errori… il maestro sa valutare il significato educativo: sono esperienze didattiche che egli persegue, incoraggiando l’allievo a scoprire da sé la difficoltà che si oppone al retto giudizio, e perciò anche ad errare per imparare a correggersi. Tante specie di errori possibili sono altrettante occasioni di apprendere… In breve chi cammina impara che ogni camminare ci espone a cadere, ma perfino la caduta val meglio della sicurezza dello star fermi» (Barbieri 2004, pp. 18-19).
Nel tempo scuola ed istituzioni educative si sono sviluppate secondo la complessità sociale e civile. L’educazione, la formazione si è legata a contesto comunitario, forme di vita, organizzazione politica, struttura economica, cultura. Un ideale educativo, formativo caratterizza la civiltà.
Dalla paidèia – παιδεíα– greca alla scuola di massa la nostra civiltà occidentale ha pensato educazione, formazione, istruzione, scuola. Riferibili a precise situazioni storiche modelli e paradigmi educativi occidentali rispondono a determinate istanze. Storicamente grandi paradigmi pedagogici occidentali sono: classico, ellenistico, cristiano, medievale, umanistico-rinascimentale, moderno, illuministico, e poi romantico, positivistico, attivistico. I paradigmi e modelli educativi occidentali rimandano a idee e ideali di uomo e società. Uno sguardo al passato può orientare il pensiero educativo.
Nel mondo di oggi educazione, formazione, istruzione, scuola sono fondamentali. La trasmissione diretta del sapere è indispensabile per la continuità culturale. Afferma il matematico e storico della scienza Lucio Russo nel pamphlet Segmenti e bastoncini. Dove sta andando la scuola? del 1998: «Se si interrompe la trasmissione diretta del sapere non basta l’eventuale sopravvivenza di vecchi libri per recuperare il senso del loro contenuto» (Feltrinelli 2005, p. 124).



