Categoria: Nietzsche e il sì alla vita
-
In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi, Le Monnier 1953 Angiolo Maros Dell’Oro sviluppava la seconda parte sulla reazione al positivismo passando dal discorso del terzo e quarto capitolo sui limiti filosofico-scientifici del positivismo al discorso del quinto, sesto e settimo capitolo sulla reazione filosofica al positivismo.
Il quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi di A. Maros Dell’Oro è Movimenti di esasperazione, ripartito nei quattro titoli Sfiducia nella ragione, S. A. Kierkegaard, F. Nietzsche e Lo slavismo: il discorso sulla reazione filosofica al positivismo comincia con una rassegna del pensiero e dei pensatori ottocenteschi contrari alla ragione.
Nel primo titolo del quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi la rassegna del pensiero e dei pensatori ottocenteschi contrari alla ragione era da A. Maros Dell’Oro avviata rimarcando la fiducia del positivismo nella ragione scientifica e l’identificazione filosofica metafisica hegeliana di realtà e ragione: se dall’accento sull’assurdità delle pretese assolutistiche della ragione si passava al richiamo dei limiti della nostra umana ragione, dall’affermazione della necessità della umana integrazione filosofica della nostra ragione si perveniva all’irrazionalismo gnoseologico e metafisico: Maros Dell’Oro sottolineava la varietà di questo antiintellettualismo dell’Ottocento e tra i vari antintellettualisti ottocenteschi l’emergere dei soli S. A. Kierkegaard e F. Nietzsche.
Nel secondo titolo del quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi il pensiero esistenzialistico di S. A. Kierkegaard (1813-1855) era da A. Maros Dell’Oro considerato «un urlo di dolore strappato dal dramma personale della vita» (p. 64): «Kierkegaard è uno spirito essenzialmente religioso… di Dio… non si interessa di dimostrare l’esistenza… o di conoscere la natura intrinseca. Va subito alla sua presenza immediata nella propria persona… Lo stesso peccato sta a provare Dio… tutto è peccato… la nostra stessa finitezza naturale non è solo limite ma peccato… Poiché… il nostro vivere mostra all’evidenza tutta una miseria peccaminosa l’aspetto naturalistico non deve essere la sua vera realtà» (pp. 64-65). A. Maros Dell’Oro poneva l’accento sulla religiosità cristiana della riflessione di S. A. Kierkegaard sul rapporto tra l’uomo e Dio: per Kierkegaard la comprensione dell’incontro di Dio con me nella mia persona richiede il salto qualitativo esistenziale della fede per sprofondare nella propria intimità e colmarvi la distanza tra se stesso finito e la divinità infinita secondo il senso della propria peccaminosità e la percezione della intima immediata presenza divina: nell’intimità della fede tempo umano ed eternità divina si incontrano nell’istante personale: nella fede diviene comprensibile l’assurdo per la ragione. Assurdo è al contrario l’eccesso razionale del panlogismo di G. W. F. Hegel: alla pretesa filosofica metafisica del sistema idealistico hegeliano di dedurre la necessità essenziale del tutto S. A. Kierkegaard opponeva l’indeducibilità metafisica della possibilità esistenziale del singolo: come singolo l’uomo sceglie la propria vita secondo libertà ed esclusività: A. Maros Dell’Oro concludeva rilevando per l’uomo nell’intimo tormento dell’angoscia il sintomo divino della libertà esclusiva kierkegaardiana opposta alla necessità inclusiva hegeliana.
Nel terzo titolo del quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi il discorso sulla reazione filosofica al positivismo secondo la contrarietà ottocentesca alla ragione prosegue col pensiero di F. Nietzsche (1844-1900): dice A. Maros Dell’Oro: «In Nietzsche il filosofo nasce dal disgusto per la filologia puramente erudita di sapore positivistico» (p. 67): Nietzsche si rivolge all’antica Grecia e rilevando l’altra faccia dell’anima greca ricompone il volto della grecità integrando la limpida forma razionale dello spirito apollineo con la oscura vita istintuale dello spirito dionisiaco; dalla sintesi dello spirito apollineo espresso nella poesia e nella scultura e dello spirito dionisiaco espresso nella musica nasce la tragedia greca. All’accento storico sull’oscuro senso dionisiaco della vita nell’antica Grecia A. Maros Dell’Oro sottolineava la corrispondenza nel primo Nietzsche dell’abbandono al dolore: con la successiva critica rivalutazione del significato del dolore alla noluntas rinunciataria di A. Schopenhauer F. Nietzsche oppone l’eroica accettazione della dolorosa realtà della vita: Nietzsche «predica l’amor fati»: «Anche il suo orizzonte si sposta. Ora lo occupa il problema della cultura moderna» (p. 68). Il sì alla realtà e al proprio destino porta F. Nietzsche ad opporre la vita alla ragione: Nietzsche nega che la vita sia comprensibile e dominabile colla ragione: dal prevalere dello spirito razionale apollineo sullo spirito istintuale dionisiaco nell’antica Grecia l’affermazione della ragione ha storicamente segnato la decadenza della nostra cultura occidentale dalla grecità classica socratica al positivismo contemporaneo: dice A. Maros Dell’Oro: «F. Nietzsche… trova che tutti i valori in cui oggi crede l’uomo sono sintomi di decadenza, strumenti che impoveriscono anziché rendere più piena e fervida la vita. Se la prende con le religioni, per la loro fede nel “fantasma dell’aldilà” per il quale gli uomini non si interessano più alla vita, la quale è invece l’unica vera realtà essenziale… il cristianesimo ha imposto all’Occidente “una morale da schiavi”… ha coalizzato la massa dei poveri, dei brutti, dei deboli contro gli uomini veramente superiori… Anche il socialismo, coi suoi ideali di eguaglianza e fratellanza, gli dà la nausea. Lo avrebbe iniziato Socrate, a cui Nietzsche non poteva perdonare le umili origini e la mania dialettica, ed oggi sarebbe risorto, più pericoloso ancora, sotto l’aspetto umanitario predicato dai vari A. Comte e dai vari K. Marx… Nietzsche critica pure la scienza… chi vede solo i fenomeni vede uno scheletro della realtà… la scienza è poi un altro strumento per livellare gli uomini… Anche G. W. F. Hegel non sfugge agli strali di Nietzsche, per la mania che ha di credere che la vita sia racchiudibile in uno schema dialettico della ragione» (pp. 68-69). Contro la ragione e i valori razionali decadenti della nostra cultura occidentale da Socrate al positivismo ottocentesco F. Nietzsche proclama quindi aristocraticamente il valore supremo della vita per la vita vissuta nella sua assoluta pienezza: «Distrutte queste “tavole dei vecchi valori” F. Nietzsche… è diventato il ditirambico celebratore della vita» (p. 69), dice A. Maros Dell’Oro. Il senso terrestre, mondano, immanente della vita per la vita vissuta nella sua assoluta pienezza è poi incarnato dal superuomo: il superuomo dovrà subentrare all’uomo: il superuomo di F. Nietzsche è l’emblema della nuova umanità che dice sì alla vita e accetta la realtà delle cose nell’identità del loro eterno ritorno: conclude A. Maros Dell’Oro: «Dapprima il superuomo è un essere superiore… Lo ha educato il dolore delle cose… Ma poi… anche gli uomini superiori di oggi sono soltanto i precursori di una razza luminosa del futuro… Dapprima il superuomo è il predominio dell’istinto, della forza, della violenza… Più tardi invece il superuomo incarna in sé, accanto alla forza, anche la raffinatezza della cultura e dell’arte in armonico sviluppo… Nietzsche infine crede di aver trovato una risposta all’angoscioso problema che, dopo tutto, anche i superuomini devono morire. Tale risposta sta nel mito dell’eterno ritorno delle cose… Agli occhi di Nietzsche l’eterno ritorno elimina anche la necessità di chiedere un perché alla vita» (p. 69-70).
Nel quarto ed ultimo titolo del quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi A. Maros Dell’Oro concludeva sulla reazione filosofica al positivismo secondo la contrarietà ottocentesca alla ragione richiamando pensiero e pensatori russi dell’Ottocento: se nel Settecento gli intellettuali russi si erano interessati dell’Illuminismo, di C. L. Montesquieu, Voltaire e J.-J. Rousseau, nei primi decenni dell’Ottocento in Russia si discuteva di G. W. F. Hegel e l’idealismo romantico tedesco classico postkantiano: di Hegel all’adesione alla razionalità del reale e alla dialettica storica V. G. Belinskij (1811-1848) faceva seguire il distacco dallo Spirito assoluto che sacrifica l’individuo e volge il soggetto singolo al proprio disegno animandolo e poi abbandonandolo: nella Russia dell’Ottocento al problema della filosofia si legava la questione culturale dell’opposizione di occidentalismo europeo e slavofilismo russo e la questione storico-culturale del panslavismo russo come idea e previsione del ruolo e della missione della Russia a favore dell’intera umanità. A. Maros Dell’Oro proseguiva sottolineando l’idea dello slavofilo e panslavista russo ottocentesco F. M. Dostoevskij (1821-1881) che la redenzione umana non passa per la ragione ma richiede i valori non razionali della fratellanza e del dolore: «Agli occhi di Dostoevskij l’Occidente era ricco di passato ma povero di avvenire; aveva una civiltà ormai al declino, che invano cercava di difendere con le filosofie e la scienza, sterili impalcature meccaniche… il mondo poteva essere rigenerato solo dal “vangelo del Cristo russo”, basato appunto sulla fratellanza e il dolore» (p. 72). All’individualismo della cultura occidentale era nella Russia dell’Ottocento dallo stesso L. N. Tolstoj (1828-1910) opposto il più vivo senso della famiglia e della collettività proprio degli umili e oscuri lavoratori dei campi: «La loro esistenza è dura, eppure sono sereni. Perché stanno vicini alla natura, questa grande madre… Chi vive per gli altri non conosce le ossessioni che tormentano l’egoista» (p. 72). Il filosofo e teologo ottocentesco russo V. Soloviev ( 1853-1900) rilevava infine l’esteriorità del sapere razionale ed empirico del pensiero filosofico-scientifico occidentale: per Soloviev l’interno dell’oggetto è disponibile alla sola intuizione, per cui all’essere si giunge per fede: «A Dio, termine supremo di tutta la realtà, l’uomo arriva non con le argomentazioni dei filosofi o le nozioni dello scienziato ma con la fede religiosa, con l’amore per i suoi simili, soprattutto con la creazione artistica, che trasfigura e spiritualizza le cose» (p. 72).
-
S. Freud (1856-1939) supera la duplice equazione di F. Nietzsche (1844-1900) dell’ottimismo col razionalismo e del pessimismo coll’irrazionalismo.
Freud è pessimista e razionalista: l’uomo è coscienza e ragione ma è dominato dall’inconscio irrazionale; l’inconscio è irrazionale ma è indagabile razionalmente, scientificamente, intellettualmente.
Scrive Freud: «La voce dell’intelletto è bassa ma non tace finché non ha trovato ascolto»: la psicoanalisi freudiana si propone come approssimazione scientifica rivolta alla decifrazione della logica dell’inconscio e alla determinazione psicodinamica dei rapporti tra le istanze della personalità e affettività secondo i livelli della coscienza: all’es inconscio deve subentrare l’io cosciente, il quale oltre l’es serve altri due padroni: il mondo reale esterno e il super-io morale sociale.
Dopo Freud l’uomo non è più il centro non solo di universo e creazione ma neppure di se stesso.
-
Se la filosofia di Schopenhauer indica, in definitiva, una via di fuga dal mondo e dalle sue lotte, la via opposta viene seguita da Nietzsche (1844-1900). Non è facile riassumere il contenuto del suo pensiero. Non è un filosofo nel senso ordinario e non ha lasciato un’esposizione sistematica delle sue teorie. Lo si potrebbe forse descrivere come un umanista aristocratico. Tentava soprattutto di affermare la supremazia dell’uomo migliore, cioè più forte e sano dal punto di vista fisico e del carattere. Ciò porta con sé una certa durezza nei confronti della miseria e delle disgrazie… Concentrando l’attenzione su questi tratti ed isolandoli dal contesto, molti hanno visto in Nietzsche il profeta delle tirannie politiche dei nostri tempi… Può essere che i tiranni abbiano tratto qualche ispirazione da Nietzsche, ma non sarebbe giusto renderlo responsabile dei misfatti di uomini i quali lo hanno compreso, nella migliore delle ipotesi, superficialmente
Bertrand Russell, La saggezza dell’Occidente (1959), TEA 2012, pp. 335-336
Nietzsche: dal sistema filosofico all’analisi storica
Il desiderio di conoscere la verità filosofica è molto raro… il desiderio della verità pura è spesso offuscato dall’amore per il sistema: il piccolo fatto che non entrerà nella costruzione del filosofo deve essere spinto e deformato finché sembra acconsentirvi. Eppure il piccolo fatto è probabilmente più importante per il futuro del sistema con cui sembra incompatibile
Bertrand Russell, La conoscenza del mondo esterno (1914), Longanesi 1980, pp. 226-227
Nietzsche: tra filosofia speculativa ed arte poetica
Le (pseudo-)proposizioni della metafisica non servono alla rappresentazione di dati di fatto… ma servono solo alla espressione del sentimento della vita… Forse, la musica è il più puro mezzo espressivo del sentimento della vita, poiché sa affrancarsi nel modo più radicale da ogni riferimento oggettivo… I metafisici non sono che dei musicisti senza capacità musicale… In compenso, possiedono una forte inclinazione a lavorare con strumenti teoretici, combinando concetti e pensieri. Ma ecco che, in luogo di concretare questa inclinazione nell’ambito della scienza, da una parte, e di soddisfare separatamente il bisogno espressivo nell’arte, dall’altra, il metafisico confonde le due cose e crea un miscuglio che risulta tanto inefficiente per la conoscenza, quanto inadeguato per il sentimento.
La nostra congettura, secondo cui la metafisica non sarebbe altro che un surrogato, e per di più insufficiente, dell’arte, pare confermata anche dal fatto che proprio il metafisico dal più forte temperamento artistico che forse si sia mai dato, cioè Nietzsche, ha commesso meno di tutti l’errore di quella commistione. La maggior parte delle sue opere ha un prevalente contenuto empirico; vi si tratta, per esempio, dell’analisi storica di determinati fenomeni artistici, ovvero dell’analisi storico-psicologica della morale. Tuttavia, nell’opera in cui egli esprime con la massima efficacia ciò che altri dicono per mezzo della metafisica o dell’etica, ossia in Così parlò Zarathustra, non sceglie l’equivoca forma teoretica, ma si decide apertamente per la forma dell’arte, la poesia
Rudolf Carnap, Il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio (1932), in Neoempirismo (1969), Utet 1978, pp. 528-531
Nietzsche: dal relativismo prospettico all’assolutismo metafisico
Finché si preoccupa di relativizzare e di storicizzare i suoi predecessori Nietzsche è ben contento di ridescriverli come trame di rapporti con gli eventi storici, le condizioni sociali, i loro stessi predecessori, e così via. In questi casi si mantiene fedele alla propria convinzione che l’io non è una sostanza… Ma in altri momenti, quando immagina un superuomo che non sarà un semplice fascio di reazioni a stimoli precedenti bensì pura autocreazione, pura spontaneità, Nietzsche si dimentica completamente del suo prospettivismo. Quando si mette a spiegare come fare per diventare uomini straordinari, diversi, mai visti prima, parla degli individui come se si trattasse di serbatoi di una presunta «volontà di potenza» della quale il superuomo ha una riserva gigantesca e che anche Nietzsche sembrerebbe avere in abbondanza. Nietzsche il prospettivista vuole trovare una prospettiva da cui guardare indietro a quelle che ha ereditato e vederle disposte in bell’ordine… Ma il Nietzsche teorico della volontà di potenza – il Nietzsche che Heidegger bollò come «l’ultimo dei metafisici» – ha lo stesso desiderio che aveva Heidegger di superare ogni singola prospettiva. Vuole il sublime, non il semplicemente bello
Richard Rorty, La filosofia dopo la filosofia (1989), Laterza 1989, pp. 129-130
-
Nietzsche: la vita e le opere
Il filosofo tedesco Friedrich Nietzsche (1844-1900) nasce a Röcken in Sassonia nel 1844 ed è figlio di un pastore protestante luterano, che però perde in tenera età rimanendo orfano del padre nel 1849; l’anno dopo la morte del marito la madre si trasferisce con la famiglia a Naumburg, cittadina sassone presso la quale il giovane Nietzsche dà nel ginnasio di Pforta precoce prova di talento per studi umanistici e musicali. Nietzsche studia quindi teologia e filologia all’Università di Bonn, per poi seguire il filologo Ritschl suo maestro all’Università di Lipsia; e a Lipsia nel 1865 inizia a leggere Schopenhauer, nel 1866 fa amicizia con Erwin Rohde e nel 1868 conosce il musicista Richard Wagner. Nel 1869 il venticinquenne Nietzsche ottiene la cattedra di filologia greca alla Università di Basilea grazie all’interessamento di Ritschl, ed in Svizzera stringe amicizia con Wagner e con lo storico Jacob Burckhardt (autore de La civiltà del Rinascimento in Italia, 1860). All’Università di Basilea Nietzsche insegnò appunto dal 1869 al 1879: son di questo periodo le prime grandi opere filosofiche nietzschiane; e così nel 1872 esce La nascita della tragedia dallo spirito della musica, opera che ben suscita vivaci polemiche, la reazione negativa degli ambienti accademici e la critica decisa del grande filologo classico Wilamowitz-Möllendorf. Tra il 1873 e il 1876 Nietzsche compone le 4 Considerazioni inattuali, ed al 1875 risale l’inizio del suo sodalizio col musicista Peter Gast; nel frattempo la sua amicizia con Wagner, del quale era stato appassionato sostenitore, si va raffreddando sino alla completa rottura nel 1878 segnata da Umano, troppo umano. Un libro per spiriti liberi che l’autore dedica a Voltaire e che prendendo le distanze anche dalla stessa filosofia di Schopenhauer apre bene la “fase illuministica” del pensiero nietzscheano. Nel 1879 ragioni di salute e la insoddisfazione verso la filologia portano Nietzsche a dimettersi dalla Università di Basilea, con la cui modesta pensione vive viaggiando inquieto tra Svizzera, Italia e Francia meridionale. Nel 1881 Nietzsche pubblica l’Aurora, in cui già prendono corpo le sue tesi fondamentali; del 1882 è dopo La gaia scienza, che ben chiude la fase illuministica nietzschiana. Nel 1883 Nietzsche concepisce il proprio capolavoro Così parlò Zarathustra, ultimato due anni dopo; nel 1886 dà alle stampe Al di là del bene e del male, e del 1887 è la nietzschiana Genealogia della morale. Nel 1888 Nietzsche si trasferisce a Torino. Dopo aver composto Il caso Wagner, Il crepuscolo degli idoli, L’Anticristo, Ecce homo, Nietzsche contra Wagner e i Ditirambi di Dioniso, a Torino Nietzsche lavora alla sua ultima opera: La volontà di potenza, che però è solo allo stato di frammenti quando Nietzsche è colto da un attacco di follia e perde definitivamente la lucidità mentale il 3 gennaio 1889. Dopo 11 anni vissuti nelle tenebre della pazzia, affidato prima alla madre e morta la madre poi alla sorella, Nietzsche muore a Weimar il 25 agosto del 1900, senza poter saper del successo che ormai stava arridendo a quei suoi libri che aveva pubblicato a proprie spese e della propria fama nel frattempo divenuta universale. Sulla scorta dell’ora definitivo riconoscimento del valore dell’opera nietzscheana la sorella di Nietzsche Elisabeth prendeva infine a curare la revisione e la pubblicazione dei manoscritti del fratello, fra i quali La volontà di potenza che Friedrich Nietzsche non aveva in realtà preparato per la stampa: lo spirito fanatico nazionalista e razzista della antisemita sorella Elisabeth darà luogo a falsi che sono stati ben documentati e le manipolazioni sulla opera nietzschiana favoriranno la immagine distorta di un Nietzsche «precursore del nazismo».
Nietzsche: la prima fase del pensiero
Prima opera di Nietzsche è La nascita della tragedia: filologia classica, mondo greco, Schopenhauer e Wagner sono ben sintetizzati in una originale visione della civiltà greca; Nietzsche distrugge l’immagine neoclassica di Winckelmann di una grecità serena ed equilibrata, felice aurora della cultura occidentale. Per Nietzsche si tratta in effetti del solo aspetto apollineo dell’antica Grecia: i Greci erano dominati da due impulsi, lo spirito apollineo e lo spirito dionisiaco; lo spirito apollineo nasconde in realtà lo spirito dionisiaco col suo senso tragico della vita. Lo spirito dionisiaco è lo spirito del dio greco Dioniso: Dioniso è per Nietzsche il simbolo dell’istinto e della passione, di una umanità che nella ebbrezza e nella esaltazione della danza e della musica supera l’individualità per ritrovare l’unità profonda con la natura; Apollo è invece il simbolo divino della misura e della proporzione classica rintracciabile nella scultura greca, e lo spirito apollineo è la visione di sogno di una ragione che reagisce alla tragedia reale della vita tentando di esprimere il senso doloroso delle cose nelle limpide ed algide forme dell’arte. La opposizione di apollineo e dionisiaco è per Nietzsche ricomposta nella tragedia greca attica di Eschilo e Sofocle: la duplice natura dell’anima greca è sintetizzata nell’arte, ma l’equilibrio di passionalità e razionalità salta presso i Greci col passaggio dalla civiltà prescientifica alla civiltà scientifica; con Socrate la cultura greca prende la strada della logica e lascia definitivamente la via del mito, ed a Socrate corrisponde sul piano dell’arte Euripide, che pretende di eliminare dalla tragedia l’elemento dionisiaco originario per elementi morali e intellettualistici trasformando la chiarezza apollinea in ottimismo sillogistico.
Per F. Nietzsche emblema dell’ottimismo razionalistico è ben Socrate, precisa espressione della subordinazione della dimensione istintuale-passionale dionisiaca a quella razionale-intellettuale apollinea, subordinazione ben riconducibile alla ricerca filosofica della certezza: coll’affermazione della filosofia emerge l’uomo teoretico con la sua presunzione di dominare la vita colla ragione comprendendo il senso del divenire irrazionale del mondo e ponendo ordine nel caos della esistenza; all’assurdità dionisiaca dell’esistenza è così opposta l’idea di Socrate e poi di Platone di bene e ragionevole divina provvidenza tentando di fissare il reale incessante cambiamento delle cose in un cosmo ideale di essenze eterne, e il razionalismo socratico-platonico passando nel cristianesimo informerà la civiltà occidentale.
Con Socrate e con la filosofia comincia in sostanza per Nietzsche la decadenza dell’originario greco “spirito dionisiaco”: l’atteggiamento razionalistico che ricerca il senso ed il vero ordine della realtà segna la decadenza dell’intero Occidente; il presente ottocentesco rappresenta in questo senso sviluppo estremo della decadenza occidentale, ed un tratto della cultura decadente è la malattia storica ovvero lo sviluppo del sapere storico che porta all’eccesso, alla “saturazione” di storia che ben blocca anziché favorire la vita. Nelle Considerazioni inattuali Nietzsche avvicina così Socrate e i propri “contemporanei” Strauss, Feuerbach e Comte: la azione storica è priva di senso se l’ordine delle cose non può essere cambiato, e quindi la coscienza storica non produce né storia né vita e lo storicismo è razionalismo positivistico; alla decadenza si può contrastare solo con la rinascita dello spirito dionisiaco.
Nietzsche: la seconda fase, “illuministica”, del pensiero
La nascita della tragedia dallo spirito della musica fu da Nietzsche scritta sotto l’influsso di Schopenhauer e Wagner: a Wagner La nascita della tragedia è dedicata e da Wagner Nietzsche si aspettava la rinascita dello spirito tragico dionisiaco. Nelle sue successive Considerazioni inattuali Nietzsche contrasta la esaltazione di scienza e di storia e si oppone alla saturazione o eccesso di storia: la storia è importante, ma non vanno idolatrati i fatti e non ci si deve abbandonare alle illusioni storicistiche; i fatti son sempre stupidi, perché necessitano comunque di un interprete, e solo le teorie sono intelligenti, e lo storicismo ottocentesco esprime bene lo stesso razionalismo occidentale alla base del positivismo scientistico e facendolo consapevole della potenza della storia rende l’uomo insicuro e incapace di creare storia, secondo quanto vi è in ogni modo di vitalmente positivo nei tre tipi di storia rintracciabili monumentale, antiquaria e critica.
Critica della cultura è la seconda fase della riflessione di Nietzsche aperta dallo scritto Umano, troppo umano con il quale ben si entra nel periodo illuminista del pensiero nietzscheano: alla critica della metafisica e della religione cristiana si accompagna un riavvicinamento al sapere scientifico nella sua libertà dalle preoccupazioni metafisiche; contemporanea è la separazione nietzschiana da A. Schopenhauer e soprattutto da Wagner. Oltre che da Umano, troppo umano il distacco di Nietzsche da Schopenhauer e da Wagner è testimoniato da Aurora e Gaia scienza: il pessimismo di Arthur Schopenhauer è rassegnato e rinunciatario, è solo romantico e non accetta la vita ed il suo dolore guardando in faccia l’esistenza con “volontà di tragicità”; l’estetismo di Wagner è poi in particolare assolutamente decadente e passivamente nichilistico perché dice no alla vita.
La civiltà occidentale socratico-platonico-cristiana è per F. Nietzsche essenzialmente nichilistica: il nichilismo è il nulla lasciatoci dalle illusioni definitivamente tramontate; la svalutazione della “terra” e tutto il valore riservato al “cielo” ha le radici in Socrate e Platone, è legata alla morale cristiana e attraverso il cristianesimo è passata nelle moderne filosofie della storia che han secolarizzato la visione teologica esistenziale della religione cristiana. A morale e storia si unisce per Nietzsche la scienza: ecco i tratti del mondo occidentale; cultura europea e civiltà occidentale rimandano allo ottimismo razionalistico socratico che pretende di dominare la vita con la ragione ed appunto la scienza, e la scienza postula una logica e leggi delle cose e del mondo e così è ben accompagnata dalla volontà utilitaria umana di piegare le cose stesse a fini vitali che porta dal senso tragico estetico della vita alla moderna società industriale tecnologica. Ecco dunque il cammino dell’Occidente finir proprio nel nichilismo: simbolo della perdita di tutti i valori è per l’uomo la “morte di Dio”, che segna per Nietzsche la crisi irreversibile del mondo moderno; e con la morte di Dio si profila per Nietzsche la morte dell’uomo.
Nietzsche: la terza fase del pensiero
La terza fase della riflessione nietzscheana è inaugurata da Così parlò Zarathustra: con Dio è per Nietzsche morto anche l’uomo, ormai parimenti tramontato; l’uomo deve così esser superato e lasciare il posto al superuomo od oltreuomo, in tedesco Uebermensch. Così parlò Zarathustra va in questo senso contro l’ideale della mediocrità e la morale della rinuncia dello stesso Schopenhauer col suo pessimismo ascetico; il cristianesimo è eminentemente per Nietzsche morale del risentimento dei deboli verso i forti, morale da schiavi che dice no alla vita.
Alla morale servile Nietzsche oppone allora la morale aristocratica dello spirito libero capace di accettare la vita nella sua materialità, nel suo carattere terrestre, nel suo incessante divenire, nella sua immanente vicenda ciclica, nel suo eterno ritorno senza finalità trascendenti: il sì alla vita e alla terra potrà portare l’uomo a «nuove tavole di valori», ad una trasvalutazione o trasmutazione di tutti i valori; il superuomo e la sua volontà di potenza incarneranno quindi valori totalmente terreni, e così saranno virtù la gioia, la salute, la fierezza, la lotta.
Zarathustra è in Nietzsche il profeta del superuomo: dall’uomo si dovrà passare all’oltreuomo, ad una umanità che accetta gioiosamente l’esistenza, ama se stessa ed è nell’amor fati pronta ad accogliere il proprio destino; ecco la futura umanità che dice sì alla vita.