| Conoscenze | Analisi | Sintesi | Finalità | Competenze |
| I poemi omerici documenti pedagogici | Educazione greca antica arcaica | I motivi storico-pedagogici della Iliade e della Odissea di Omero | Conoscenze e valori: riflessione, coscienza, confronto e impulso | Leggere, intendere, risolvere, ridurre, definire, unificare, riassumere e scrivere un testo |
| I valori e la formazione nell’ideale umano greco dell’Iliade omerica | La virtù-valore aristocratica greca antica arcaica | L’educazione e l’onore misura del valore nel primo poema di Omero | ||
| L’Odissea omerica e l’affermazione dei valori intellettuali | Odisseo o Ulisse ideale umano intellettuale greco antico arcaico omerico | Individualismo, raffinatezza e intelligenza personale nel secondo poema di Omero | ||
| La problematica della formazione nei poemi omerici | La visione della educazione nella Grecia antica arcaica omerica | L’opposizione in Omero dell’ottimismo pedagogico dell’Odissea al pessimismo pedagogico dell’Iliade | ||
| I poemi omerici nella formazione giovanile greca antica arcaica e classica | La centralità educativa della Iliade e Odissea di Omero, rappresentante del sapere greco antico arcaico e classico | Antichità greca classica: Platone: Omero educatore dell’Ellade |
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Il primo e il più grande monumento letterario del mondo greco è l’opera di Omero
Bertrand Russell, La saggezza dell’Occidente, 1959, TEA 2012, p. 13
L’Iliade e l’Odissea sono state definite la Bibbia dei Greci. Per secoli e secoli i due poemi furono le basi dell’educazione greca… Omero rappresentava tutta la saggezza e tutto il sapere
H. D. F. Kitto, I Greci, 1951, Sansoni 1973, pp. 49-50
La concezione che l’uomo ha di sé al tempo di Omero… non è puramente primitiva ma guarda al futuro e costituisce la prima tappa del pensiero europeo
Bruno Snell, La cultura greca e le origini del pensiero europeo, 1946, Einaudi 1997, p. 47
Nel primo volume di Ludovico Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, Garzanti 1970 Renato Tisato affrontava la questione della educazione nei poemi di Omero: nel paragrafo Il problema educativo nei poemi omerici, pp. 389-393 come documenti dell’ideale formativo e della prassi educativa dei Greci i poemi omerici erano da Tisato rilevati storico-pedagogicamente interessanti per 1) il quadro della civiltà del tardo medioevo ellenico tra la metà del IX e la metà dello VIII secolo a. C. e la descrizione della più antica virtù greca, 2) il confronto diretto con la problematica della formazione e 3) il plurisecolare ruolo di testi fondamentali nel piano di studi secondo il quale si formavano i giovani greci.
Il problema educativo nei poemi omerici sottolinea la profonda differenza di atmosfera tra l’Iliade e l’Odissea: «Stridore di armi nella Iliade omerica; pace e vita di re nella Odissea» (Giovanni Giraldi, Storia della pedagogia, 1966, Armando 1969, p. 52): R. Tisato rilevava l’assoluta prevalenza dello stato di guerra nel primo poema omerico: l’ideale umano proposto dall’Iliade è l’ideale del guerriero, «dell’eroe appartenente alla nobiltà, alle famiglie di origine divina, ai figli di Zeus» (p. 389). Nell’Iliade di Omero la virtù è così valore eroico, dice R. Tisato: “virtù” è in greco “aretè” (αρετη) come capacità di realizzare la propria natura e la virtù è valore eroico «non già come atteggiamento morale distinto dalla forza fisica e dalla destrezza, ma indissolubilmente connesso con queste» (p. 390): la virtù greca antica arcaica omerica è in prima istanza capacità di realizzare la natura agonistica dell’uomo aristocraticamente idealizzata, per cui l’esistenza aristocratica è cimento continuo per emergere fra i migliori, gli ottimi o appunto in greco “àristoi” (αριστοι, optimates): «L’eroe o si supera o decade» (p. 390). Come capacità esteriore di agonismo aristocratico la virtù greca dell’Iliade omerica è riconosciuta non nella soggettività interiore della coscienza morale ma solo nella dimensione intersoggettiva del pubblico onore: è il pubblico onore dei suoi pari a fornire al nobile eroe la misura del proprio valore: come prova oggettiva del valore individuale il pubblico onore è aristocraticamente essenziale, e la negazione dell’onore è da R. Tisato così rilevata l’offesa aristocratica essenziale: «Il vedersi rifiutare l’onore è la più terribile tragedia per l’eroe, il quale di fronte ad un’offesa che distrugge la sua stessa personalità non può che reagire nella maniera più violenta e spietata» (p. 390). Il negato onore è quindi da R. Tisato rimarcato quale motivo legittimo dell’ira di Achille come risentimento al quale fa capo appunto l’intera Iliade di Omero: la ricerca continua dell’onore come unico riconoscimento della virtù-valore trova per l’eroe aristocratico il proprio suggello nella morte gloriosa in combattimento, la quale sola garantisce l’eroica fama immortale come futura perpetua memoria dell’onore nel corso delle generazioni.
Il problema educativo nei poemi omerici passa dall’Iliade all’Odissea: «ritenuta dalla critica più recente dell’Iliade» (p. 390) l’Odissea è complessivamente dominata dal motivo della pace e dallo spirito domestico e familiare: al senso individualistico corrisponde l’affermazione dei valori intellettuali: scrive R. Tisato: «Logicamente anche l’ideale umano appare trasformato… sono stimati… in misura forse maggiore i meriti intellettuali: il saggio consiglio, l’astuzia, il senso inventivo, il linguaggio opportuno» (p. 391): emblema dei valori intellettuali e incarnazione del conseguente nuovo ideale umano è Odisseo o Ulisse come protagonista dell’Odissea omerica. Se «i poemi omerici riflettono la capacità razionale di una classe dirigente evoluta (Bertrand Russell, La saggezza dell’Occidente, 1959, TEA 2012, p. 14), la maggiore raffinatezza dell’Odissea rispetto all’Iliade era da R. Tisato rilevata nella considerazione e rappresentazione della donna: «Basterà ricordare la delicatezza nell’incontro fra Odisseo e Nausicaa, il rispetto di Laerte per Euriclea, la maestosa compitezza e la raffinata eleganza di Elena. Taluno scorge addirittura in Pallade Atena o Minerva come dea dell’intelligenza armata assidua consigliera di Ulisse l’espressione della virtù di ispiratrice e guida spirituale della femminilità» (p. 392).
Nel paragrafo Il problema educativo nei poemi omerici da 1) il quadro della civiltà del tardo medioevo ellenico tra la metà del IX e la metà dello VIII secolo a. C. e la descrizione della più antica virtù greca R. Tisato passa a 2) il confronto diretto con la problematica della formazione nella materia dei due poemi omerici: al pessimismo pedagogico dell’Iliade replica l’ottimismo pedagogico dell’Odissea: nel primo e nel secondo poema di Omero prevale rispettivamente la fiducia e la sfiducia nel potere dell’azione educativa rispetto al carattere personale e alle inclinazioni naturali innate o congenite: i limiti di incidenza e presa dell’educazione sono nell’Iliade da Omero espressi nella irremovibilità di Achille, il quale non si lascia convincere a desistere dall’ira funesta neppure dal vecchio e venerando istruttore e maestro Fenice, tanto «la forza persuasiva del buon consigliere è impotente nei riguardi dell’eroe accecato dalla forza smisurata dell’irrazionale» (p. 392); il peso dell’educazione è al contrario nell’Odissea da Omero rappresentato nello sviluppo formativo di Telemaco, il quale da «giovanetto timido e impacciato, impotente di fronte alla prepotenza dei proci si trasforma fino a diventare il più valido collaboratore del padre Odisseo o Ulisse nella punizione degli usurpatori e nella riconquista del potere» (p. 392). Nella rappresentazione della formazione di Telemaco R. Tisato rilevava la mirabile delineazione di Omero nell’Odissea dei fattori dell’educazione ritenuti essenziali dalla civiltà del suo tempo: educazione, formazione è percorso educativo, formativo: come processo educativo, formativo la trasformazione, il cambiamento, lo sviluppo, la crescita di Telemaco si attua in modo non automatico ma progressivo, «sotto l’influenza tenera ed affettuosa della madre, dietro i consigli di amici anziani ed esperti (Mente e Mentore), viaggiando in paesi stranieri dove cospicui personaggi incoraggiano il giovane e richiamano continuamente al suo pensiero l’esempio del celebre genitore; il tutto nel quadro della protezione divina» (p. 392).
Il problema educativo nei poemi omerici si conclude con il rilievo del terzo grande motivo di interesse storico-pedagogico dei poemi di Omero: 3) il plurisecolare ruolo dell’Iliade e dell’Odissea come testi fondamentali nel piano di studi secondo il quale si formavano i giovani greci: autorevolissima è la testimonianza di Platone, il quale nel decimo libro della Repubblica attribuisce ai propri contemporanei lodatori del poeta l’affermazione di Omero educatore della Grecia: «… dicono che fu questo poeta ad educare l’Ellade e che per il governo e la direzione delle cose umane è degno che lo si legga e rilegga fino ad impararlo, per regolare la vita tutta conforme a lui» (p. 393): dalle parole di Platone è almeno fino al V-IV secolo a. C. legittimo considerare Omero «testo fondamentale, centro di ogni piano di studi, creatore della lingua panellenica e depositario di una saggezza per secoli ritenuta definitiva» (p. 393).
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Neuropsicologia Cervello Unità funzionali Strutture Funzioni A. R. Lurija: prospettiva storico-culturale Il cervello e le sue unità tra strutture e funzioni Tronco encefalico Midollo allungato e ponte Stato generale veglia-sonno e bisogni primari fisiologici Corteccia posteriore Lobi occipitali, temporali e parietali Memoria ed elaborazione della informazione Corteccia anteriore Lobi frontali Movimento e comportamento -
Sistema nervoso Divisione Unità funzionali Strutture Funzionamento Sistema nervoso Encefalo Cervello e cervelletto Tronco encefalico Sistema nervoso centrale Midollo spinale Arco riflesso Sistema nervoso somatico: funzioni volontarie Sensoriale Afferente Motorio Efferente Sistema nervoso periferico Sistema nervoso autonomo o vegetativo: funzioni involontarie Ortosimpatico o simpatico Adrenergico Parasimpatico Colinergico -
Storia Sociologi Metodo Sociologia Società Ottocento: nascita e sviluppo della sociologia A. Comte Metodo delle scienze naturali ed esatte Sociologia scientifica positivistica Società scientifica positiva K. Marx Struttura e sovrastruttura Economia e ideologia: rapporti materiali e coscienza Società capitalistica borghese Dall’Ottocento al Novecento: definizione della sociologia E. Durkheim Collettivismo metodologico Irriducibilità della sociologia Fatto sociale M. Weber Individualismo metodologico. Sovrastruttura e struttura. Metodo delle scienze storico-sociali: ipotesi e verifica della possibilità oggettiva nel mondo storico umano-sociale Sociologia comprendente: comprensione intuitiva Azioni individuali -
Storia Comunicazione Strumenti comunicativi Potere comunicativo Galassia comunicativa Preistoria Oralità Storia Scrittura Dal Quattro-
cento
al
Settecento
Stampa Mezzi di comunicazione di massa Galassia J. Gutenberg
Libri Giornali: dai periodici ai quotidiani Quarto potere Dallo Ottocento
al
Duemila
Elettrodinamica e telecomunicazioni Moderni mass media e società della informazione Galassia A. Volta
Dal telegrafo alla radio Televisione Quinto potere Computer e new media -
Comunicazione umana Definizione Sintassi Semantica Pragmatica Non verbale Non linguistica: i gesti, la mimica Paraverbale Affianca e punteggia la verbale: il tono della voce Verbale o linguistica Il linguaggio come processo cognitivo umano con le sue 3 dimensioni sintattica, semantica e pragmatica Studio logico e linguistico della retta combinazione dei segni o simboli del linguaggio Studio logico e linguistico del significato come senso e denotazione Studio logico e linguistico di uso e utenti di linguaggio e comunicazione Segno Segnale o indicazione Simbolo Segno dotato di significato Assiomi Affermazioni degne di fiducia: principi, verità fondamentali La pragmatica della comunicazione umana si occupa delle incongruenze comunicative come contraddizioni tra espressione verbale o linguistica e comportamento o atteggiamento paraverbale o non verbale e si basa su 5 assiomi, il primo dei quali afferma l’impossibilità di non comunicare e il secondo rileva il duplice aspetto di contenuto e relazione di ogni comunicazione definendo la metacomunicazione -
Secoli Disciplina Specialità Teorie e ricerche Studiosi Ottocento Frenologia Prescientifica Localizzazionismo cerebrale F. J. Gall Psicofisiologia Incapacità linguistica
o afasia
Afasia motoria: incapacità di
produzione
linguistica
P. Broca Afasia sensoriale: incapacità di
comprensione
linguistica
C. Wernicke Scienza: dai loci alle aree cerebrali Novecento Neuro-psicologia Clinica e sperimentale
Lesioni cerebrali A. R. Lurija Cervello diviso R. W. Sperry -
La monografia Albert Einstein, Einaudi 1968 è la presentazione che alla metà del Novecento il fisico teorico polacco Leopold Infeld (1898-1968) dedicava alle idee scientifiche e al pensiero filosofico di Albert Einstein (1879-1955) come scienziato e filosofo novecentesco fondatore della teoria della relatività: «La relatività non nacque soltanto ad opera del genio di Einstein: Einstein attuò la rivoluzione per cui la scienza era ormai matura… Nel 1905 egli era… un giovane dottore in fisica di ventisei anni… Gli fu permesso di pensare e sognare e scrivere articoli destinati a cambiare la faccia della scienza» (p. 15).
In Albert Einstein L. Infeld rilevava il significato filosofico-scientifico della teoria della relatività introdotta da A. Einstein nel Novecento ponendo l’accento sulle premesse storiche della relatività einsteiniana nella scienza fisica precedente: Prima della rivoluzione di Einstein è il titolo del secondo capitolo dedicato all’origine e al fallimento del concetto teorico di etere cosmico: la fisica dell’Ottocento era divisa tra la teoria meccanica galileiano-newtoniana e la teoria dei campi di M. Faraday, J. C. Maxwell e H. Hertz: «Dei vari elementi della teoria meccanica e di quella dei campi possiamo riscontrare le tracce fin nelle antiche filosofie» (p. 17): lo sviluppo della teoria dei campi nella seconda metà dell’Ottocento portava al superamento del meccanicismo filosofico-scientifico moderno dominante nel diciannovesimo secolo: «Fino al diciannovesimo secolo nessuno pensava che questo regime meccanico potesse essere rovesciato. Lo sviluppo della scienza sembrava pianificato secondo linee meccanicistiche per tutto il futuro della nostra civiltà» (p. 18). L. Infeld insisteva sull’efficacia e sul conseguente successo del modello teorico esplicativo scientifico meccanico della fisica moderna galileiano-newtoniana: «Così la spiegazione dei fenomeni del calore, della luce e dei fluidi in movimento implicava l’elaborazione di un quadro meccanico appropriato. Ecco ciò che si intende quando si asserisce che il punto di vista meccanico regnava su tutta la fisica… per quasi tutta la prima metà del diciannovesimo secolo la teoria meccanica si diffuse e si approfondì fino ad assumere l’aspetto di un dogma filosofico… gli scienziati supponevano che tutto il nostro universo, e noi con esso, costituisse una gigantesca e complicata macchina che obbediva alle leggi newtoniane… Pareva… che nulla potesse impedire la sempre più vasta applicazione della teoria meccanica, e l’idea di spiegare tutti i fenomeni naturali alla luce della fisica newtoniana era considerata come una meta teoricamente accessibile» (pp. 18-19). Nel meccanicismo filosofico-scientifico moderno dominante nel diciannovesimo secolo si inquadra l’origine del concetto di etere cosmico per la teoria dei campi della fisica dell’Ottocento: l’ipotesi dell’etere era funzionale alla spiegazione meccanica della fenomenologia elettromagnetica di campo fisico e alla conseguente riduzione della teoria dei campi alla teoria meccanica: L. Infeld rilevava nel fallimento dell’idea dell’etere l’origine della teoria della relatività di A. Einstein.
In Albert Einstein la problematicità del concetto teorico di etere era da L. Infeld già sottolineata nel discorso storico-scientifico sull’origine dell’ipotesi dell’etere cosmico: la supposizione dell’esistenza dell’etere legava la teoria dei campi alla teoria meccanica salvando l’unità della fisica: il meccanicismo filosofico-scientifico ottocentesco portava all’idea del carattere necessariamente meccanico delle oscillazioni o vibrazioni o onde del campo elettromagnetico e quindi alla conclusione che in quanto meccaniche le onde elettromagnetiche comprensive della luce necessitassero di un mezzo materiale di propagazione, da cui l’inferenza dell’esistenza del supporto materiale della trasmissione luminosa ed elettromagnetica e l’identificazione del mezzo materiale trasmissivo elettromagnetico con l’etere cosmico: «Il nostro fisico del diciannovesimo secolo difenderebbe il suo punto di vista, e durante il dibattito apparirebbe… l’etere… Il fisico del diciannovesimo secolo… suppose che il nostro universo fosse tutto immerso in questa sostanza imponderabile, di cui egli conosceva almeno una proprietà: quella di trasmettere le onde elettromagnetiche. Lo stesso fisico ci avrebbe assicurato che col tempo altre proprietà sarebbero state scoperte e l’etere sarebbe diventato così reale come qualunque altro oggetto materiale» (p. 22). La tendenza della scienza meccanicistica ottocentesca ad assimilare la fisica dei campi alla fisica meccanica considerando gli stessi fenomeni elettromagnetici e della luce come oscillazione elettromagnetica meccanicamente trattabili e spiegabili non eliminava la specificità della realtà fisica continua del campo da L. Infeld sottolineata: «La teoria di J. C. Maxwell che governa i fenomeni elettrici e ottici è una teoria di campo perché in essa l’elemento essenziale è la descrizione di variazioni che si propagano con continuità nello spazio e nel tempo. Quindi il concetto di campo è in contrasto col concetto di particelle semplici della teoria meccanica» (pp. 19-20). Nel rilevarne la capacità sintetica esplicativa del mondo delle radiazioni elettromagnetiche L. Infeld rimarcava la distanza delle leggi di campo dello spettro elettromagnetico dalla teoria fisica meccanica: lo spettro elettromagnetico con le radiazioni luminose risponde alle equazioni di J. C. Maxwell: «Sia le onde emesse da una antenna che quelle emesse da un atomo sono onde elettromagnetiche che si diffondono nello spazio alla velocità della luce di 300.000 chilometri al secondo» (p. 20).
In Albert Einstein non solo la distanza ma la contraddizione fisica tra la teoria meccanica e la teoria dei campi era da L. Infeld rilevata nel discorso storico-scientifico sul fallimento della ipotesi dell’etere cosmico: dal superamento della contraddizione tra principi meccanico-elettromagnetici era da A. Einstein sviluppata la teoria della relatività ristretta o speciale da lui enunciata nel 1905: la relatività einsteiniana traeva le conseguenze dell’elevazione di un fatto empirico a principio scientifico: il fatto scientifico era la costanza della velocità della luce in un sistema di riferimento inerziale in moto relativo; era la constatazione empirico-fattuale dell’indipendenza della velocità della luce dal movimento della Terra come sistema inerziale relativo a portare alla negazione dell’esistenza dell’etere ipotetico ma privo di effetti rilevabili dall’esperienza percettiva sensibile. Come costanza o invariabilità elettromagnetica nei sistemi di riferimento inerziali in moto relativo l’indipendenza della velocità della luce dal movimento della Terra limitava la validità fisica del principio meccanico classico galileiano-newtoniano di composizione o somma delle velocità; l’eliminazione dell’etere cosmico come riferimento spaziale assoluto emerso dagli sviluppi ottici ed elettromagnetici della scienza fisica liberava scientificamente il principio meccanico classico di relatività galileiana dal quale muoveva L. Infeld nel discorso storico-scientifico sul fallimento dell’ipotesi dell’etere: «Immaginiamo due sistemi in moto uniforme l’uno rispetto all’altro, cioè con velocità costante, non accelerata, e lungo una linea retta… il principio di relatività di Galileo dice: se le leggi della meccanica sono valide in un sistema, esse saranno valide in qualunque altro sistema animato rispetto al primo di moto uniforme… Il punto essenziale non è il fatto che noi abbiamo due o più sistemi con osservatori in ciascuno di essi, ma che si possa trasferire la descrizione da un sistema ad un altro» (pp. 23-24). La relatività meccanica classica di Galileo stabiliva l’equivalenza fisica dei sistemi di riferimento inerziali per la quale secondo il principio di inerzia è dall’interno impossibile determinare se un sistema fisico sia in quiete o in moto rettilineo uniforme rispetto ad un altro: la possibilità di stabilire quiete o movimento non relativi ma assoluti era da L. Infeld storicamente rilevata nel riferimento privilegiato all’etere cosmico: ecco dagli anni Ottanta dell’Ottocento l’esperimento cruciale di A. A. Michelson e E. W. Morley per stabilire il moto assoluto della Terra determinandone la velocità di movimento non nello spazio vuoto assoluto di I. Newton, «che gli scienziati non ammettono più da quando H. Helmholtz ha dimostrato che l’esperienza non ce lo rivela» (Angiolo Maros Dell’Oro, Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi, Le Monnier 1953, p. 146), ma nell’etere cosmico spaziale: l’esperienza sperimentale di Michelson e Morley prevedeva la composizione delle velocità di luce e Terra ma provava l’indipendenza della velocità della luce dal moto della Terra come sistema inerziale relativo; la violazione del principio fisico meccanico classico galileiano-newtoniano di composizione o somma delle velocità mostrava l’inconsistenza esplicativa scientifica dell’etere cosmico e apriva al riconoscimento relativistico einsteiniano della costanza della velocità della luce come velocità limite massima nell’universo fisico.
In Albert Einstein L. Infeld rilevava la complementarità scientifica fisica meccanica classica del principio galileiano-newtoniano di composizione o somma delle velocità rispetto alla relatività galileiana: «La teoria meccanica accettava: 1) il principio di relatività di Galileo e 2) la legge della somma delle velocità» (p. 30). Il principio fisico meccanico classico della somma delle velocità non funziona tuttavia con la luce e le onde elettromagnetiche in generale in quanto si propagano alla velocità della luce: la velocità delle onde elettromagnetiche o della luce è sempre la stessa e non ha importanza se la loro sorgente o l’osservatore si muovono, dice L. Infeld: «Quest’ultimo risultato era incompatibile col concetto di etere. Inoltre, esso era incompatibile con la legge della somma delle velocità. La velocità della luce e la velocità di un sistema messe assieme non danno come risultato che la stessa velocità della luce» (p. 31). La validità limitata della somma o composizione fisico-matematica per addizione o sottrazione di velocità nei sistemi di riferimento contrastava col meccanicismo opponendo la teoria dei campi elettromagnetici alla teoria meccanica: con la limitazione alla meccanica della legge della somma delle velocità cadeva l’ipotetico etere cosmico spaziale assoluto, «che prometteva di unificare la teoria meccanica e quella dei campi» (p. 30), scriveva L. Infeld. Nella sua prospettiva di unificazione fisica meccanica la scienza meccanicistica ottocentesca era da L. Infeld rilevata così pregiudizialmente legata all’idea teorica dell’etere cosmico da contrastare il principio meccanico classico di relatività galileiana: «Perché il principio di relatività di Galileo afferma che tutti i sistemi in moto uniforme l’uno rispetto all’altro sono equivalenti. Ma non è così per il fisico che crede nell’etere. Fra i vari sistemi uno si distingue da tutti gli altri: il sistema in cui l’etere è in quiete, l’unico in cui la velocità della luce sia c = 300.000 km al secondo. Dunque il principio di relatività di Galileo non regge più. Lo sostituisce l’etere mediante una teoria assoluta» (p. 29). Alla determinazione della velocità del movimento della Terra come sistema di riferimento inerziale rispetto all’ipotetico etere cosmico spaziale assoluto mirava a fine Ottocento l’esperimento di Michelson-Morley: l’esperimento di Michelson-Morley escludeva empiricamente la composizione fisico-matematica meccanica delle velocità della luce e della Terra nel loro moto elettromagnetico-meccanico congiunto rispetto al supposto etere come sistema di riferimento privilegiato: l’esperimento di Michelson-Morley voleva stabilire il moto assoluto della Terra per differenza direzionale della velocità della luce nel suo movimento solidale terrestre ma provava con l’esperienza l’identità della velocità della luce in ogni direzione di moto sulla Terra, dice L. Infeld: «La famosa esperienza di Michelson-Morley… provò in maniera definitiva che non ci sono velocità differenti della luce! Esse sono uguali in tutte le direzioni e il loro valore è c, la velocità della luce, la quale, sembra strano, rimane sempre uguale a se stessa, sempre costante, sempre immutabile» (p. 30).
In Albert Einstein il significato scientifico empirico dell’esperimento cruciale di Michelson-Morley era da L. Infeld ben rilevato ponendo l’accento sulla difesa fisica meccanicistica del concetto teorico di etere cosmico spaziale assoluto: all’inconsistenza esplicativa meccanica dell’etere rispetto ai fenomeni luminosi ed elettromagnetici si affiancava l’opposizione dell’ipotesi fisico-matematica della contrazione di Lorentz-Fitzgerald attribuita ai corpi nel senso del movimento alla contraddizione della identità e costanza della velocità della luce rispetto al principio meccanico classico galileiano-newtoniano di composizione o somma delle velocità: alla fine dell’Ottocento la fisica era matura per la rivoluzione di A. Einstein: unendo al presupposto relativistico einsteiniano della estensione della relatività meccanica classica galileiana al campo elettromagnetico comprensivo della luce il postulato della costanza della velocità della luce nei sistemi di riferimento inerziali in moto relativo la teoria della relatività ristretta o speciale enunciata da Einstein nel 1905 elevava un fatto d’esperienza a principio scientifico.