Ricercando nella natura una spiegazione razionale dell’intera realtà la scuola filosofica di Mileto aveva posto il problema del principio materiale delle cose. Sulla questione del principio materiale di tutte le cose si cimentarono altri due filosofi ionici: Senofane di Colofone ed Eraclito di Efeso. Per Senofane sostanza fondamentale è la terra. Il razionalismo della prospettiva fisico-cosmologica ben si esprime in Senofane nella critica all’antropomorfismo della religione greca tradizionale, che umanizzava le proprie divinità, alla maniera di Omero ed Esiodo coi loro dei. Eraclito indicava poi il principio dell’universo in un elemento mobile per eccellenza: il fuoco. Simbolo del cambiamento per Eraclito il fuoco regge il mondo secondo una legge razionale: nel divenire delle cose il fuoco è la sostanza dinamica delle trasformazioni naturali che si esprimono nei fenomeni apparentemente contrari. Il riconoscimento della sostanziale armonia dei contrari nella logica del divenire richiede pure un’interpretazione razionale della nostra esperienza sensibile: l’affermazione di Eraclito della necessità di integrare i nostri sensi con la nostra ragione esprime un’istanza gnoseologico-epistemologica che rimanda a una riflessione filosofica sulla conoscenza.
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Successore immediato di Talete nella scuola di Mileto è Anassimandro. Anassimandro di Mileto riconduce tutte le cose non ad una sostanza particolare ma alla stessa estensione materiale indeterminata. Ogni singola cosa è in quanto è determinata: condizione della molteplicità della realtà è che i suoi vari aspetti siano definiti e tra loro distinti. Per potersi definire e distinguere le cose richiedono però uno spazio indefinito e indistinto rispetto al quale determinarsi. Principio di tutte le cose è così per Anassimandro l’indefinito: la sola sostanza estesa indeterminata sfondo materiale comune delle cose. L’indefinito di Anassimandro è la superficie primitiva su cui eternamente si tracciano e cancellano le linee del mondo: tutto emerge dall’indefinito e all’indefinito ritorna. Per Anassimandro l’indefinito è sempre in movimento: facendo e disfacendo mondi in questo moto eterno l’indefinito si definisce e si ridefinisce nelle cose secondo la legge della limitazione reciproca dei contrari, come sono il caldo e il freddo, nei fenomeni della natura.
Secondo una legge della natura riporta le cose ad un unico principio lo stesso terzo rappresentante della Scuola di Mileto: Anassimene. Anassimene di Mileto pone il principio della realtà in una sostanza mobile e vitale: l’aria. Per Anassimene l’aria è il supporto materiale di tutte le cose: costantemente in moto l’aria si determina nei fenomeni del mondo per rarefazione e condensazione: è il caso rispettivamente del fuoco e del vento.
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«Due cose riempiono l’animo di ammirazione e reverenza sempre nuove e crescenti quanto più spesso e quanto più a lungo il pensiero vi si ferma sopra: il cielo stellato sopra di me e la legge morale in me» (I. Kant, Critica della ragion pratica).
L’esperienza umana è per I. Kant collocabile tra necessità naturale e libertà morale: il «cielo stellato sopra di me» della natura meccanica fenomenica è oggetto della conoscenza; della «legge morale in me» della libertà e del regno noumenico dei fini si occupa l’etica.
Tra il mondo fenomenico della conoscenza e il mondo noumenico dell’etica media il Giudizio estetico e teleologico o finalistico relativo all’ordine ed alla finalità nei fenomeni: alla facoltà di giudizio è da I. Kant dedicata la Critica del Giudizio del 1790.
La questione del Giudizio si inserisce tra il problema teoretico e il problema etico-religioso: il problema teoretico o conoscitivo è legato alla domanda su che cosa io posso sapere e riguarda bene la realtà e la conoscenza della realtà (ontologia, metafisica, logica, gnoseologia ed epistemologia), il problema etico è legato alla domanda su cosa devo fare e riguarda la morale e per estensione la politica e il diritto, il problema religioso è legato alla domanda su cosa posso sperare e riguarda appunto la religione; ai problemi teoretico, etico e religioso I. Kant dedica rispettivamente la Critica della ragion pura del 1781 e 1787, la Critica della ragion pratica del 1788 e La religione nei limiti della semplice ragione del 1793.
La conoscenza è per I. Kant unificazione categoriale intellettuale pura del materiale sensibile per giudizi determinanti, scientifici, che costituiscono la realtà oggettiva secondo una regola: verità naturale, necessità causale e leggi meccaniche del mondo fenomenico.
Il Giudizio è per I. Kant riflettente, non conoscitivo, non scientifico, sentimentale, universale soggettivo senza concetto, fra l’intelletto e la ragione morale, finalistico fenomenico tra meccanicismo fenomenico e finalismo noumenico.
Il giudizio estetico è da I. Kant ben riferito: 1) al bello come oggetto di piacere disinteressato; e 2) al sublime quale spettacolo grandioso e timoroso della natura.
Il giudizio teleologico è da I. Kant ben riferito a 2 ordini di finalità: la interna degli organismi e la esterna del disegno divino.
Metafisica, morale e religione ben segnano per I. Kant il passaggio dal sapere alla fede: la ragione pura può essere pratica e da sé sola muovere, determinare la volontà all’azione: la ragione pura pratica è sintetica a priori, c’è autonomia della coscienza morale, la coscienza della legge morale o imperativo categorico è un fatto della ragione e la moralità è la ratio cognoscendi della libertà; la ragion pura pratica ha i 3 postulati della libertà ratio essendi della moralità, di Dio garante del sommo bene come accordo di virtù e felicità e della immortalità dell’anima per la volontà santa quale pensabile soltanto in una vita infinita.
La religione è ormai in I. Kant appendice, e non più fondamento, della morale: la religione nei limiti della semplice ragione diventa la conoscenza dei nostri doveri come comandi divini.
«Ho quindi dovuto abbandonare il sapere per far posto alla fede» (I. Kant, Critica della ragion pura): ben concluso che la metafisica non è scienza Immanuel Kant ne recupera gli oggetti tradizionali sul piano etico-religioso: Dio, la liberta e l’immortalità dell’anima diventano i 3 postulati della ragion pura pratica.
Se la conoscenza è fenomenica, la metafisica è noumenica e fa così riferimento alla cosa in sé in quanto è pensabile ma non è conoscibile: l’uomo può conoscere solo i fenomeni sensibili e quello di noumeno è per Immanuel Kant un concetto-limite per circoscrivere le pretese della sensibilità; essendo quindi l’esperienza conoscitiva, scientifica solo sensibile I. Kant passa alla dialettica trascendentale come logica della apparenza illusoria o parvenza, la quale studia dunque errori e contraddizioni in cui la ragione cade naturalmente quando tenta di oltrepassare i limiti dell’esperienza possibile, secondo il suo bisogno metafisico e la sua funzione regolativa, per portare ad unità il sapere in una psicologia, cosmologia e teologia razionali.
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In Spinoza l’idea panteistica di Dio come natura naturante e natura naturata, cioè come rispettivamente causa ed effetto del mondo, è il riferimento metafisico dell’etica: la visione metafisica o speculativa dell’intera realtà nella sua unità è conoscenza intuitiva; etica e morale sono così a loro volta legate alla conoscenza.
L’ascesa conoscitiva all’intuizione metafisica porta per B. Spinoza a superare il dualismo cartesiano di anima e corpo e a riconoscere il parallelismo psicofisico di pensiero ed estensione come attributi della unica sostanza reale divino-naturale: c’è corrispondenza tra l’ordine e la connessione delle idee e l’ordine e la connessione delle cose.
L’intuizione è il terzo e massimo grado della conoscenza: se andando dal primo al secondo e passando così dalle immagini sensibili alla ragione discorsiva si va già alle cause delle cose, per Baruch Spinoza la comprensione intuitiva riconduce tutto all’unica sostanza divina secondo la visione dell’universo sub specie aeternitatis.
La comprensione intuitiva della assoluta necessità del tutto porta alla purificazione dalle passioni e apre l’uomo alla libertà: condizione della libertà è per Baruch Spinoza l’amore razionale di Dio: amor Dei intellectualis.
Alla affermazione della necessità metafisica si oppone in B. Spinoza la rivendicazione della autonomia razionale, politica e religiosa.
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Nel Seicento Baruch Spinoza (1632-1677) è l’autore dell’Ethica more geometrico demonstrata, pubblicata postuma nel 1677: nella filosofia spinoziana l’etica è centrale.
L’esigenza etica e morale è in B. Spinoza l’esigenza razionalistica cartesiana: di R. Cartesio è la definizione spinoziana della sostanza come ciò che è in sé e si concepisce per sé, definizione alla quale è tuttavia ricondotto il rifiuto spinoziano del dualismo cartesiano.
Sostanza come la intende Cartesio è per Spinoza solo Dio, da Spinoza così identificato con la natura: Deus sive natura, Dio o la natura.
Se la sola sostanza è Dio e Dio coincide quindi con la natura, allora pensiero ed estensione e le determinazioni del mondo diventano per Baruch Spinoza attributi e modi della sostanza infinita unica divina naturale.
La sostanza infinita unica divina naturale è panteisticamente per Spinoza nel contempo causa ed effetto del mondo, rispettivamente natura naturans e natura naturata.
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Nel loro proprio bel Compendio di storia del pensiero scientifico del 1936 Federigo Enriques e Giorgio Diaz de Santillana rilevavano la radice del Rinascimento nell’anima italiana, la quale a contatto dello spirito antico esoticamente restituitole riscopre il senso della civiltà della quale avverte se stessa legittima erede: «All’inizio del Quattrocento» – annotava Lucio Russo – «un flusso di scritti greci provenienti da Costantinopoli si diresse in Italia (e da qui nel resto dell’Europa), provocando quello che è detto il Rinascimento per antonomasia».
Umanesimo e Rinascimento riportano a due concetti: humanitas e “rinascita”: l’età umanistico-rinascimentale è l’età della rinascita della “humanitas”. Humanitas è civiltà, cultura, istruzione, educazione, formazione: la formazione dell’uomo è ben formazione al pensiero indipendente, alla ragione libera, al giudizio autonomo, alla critica, al lavoro personale, all’impegno e alla ricerca; la formazione così intesa era l’ideale del mondo antico, e l’universo intellettuale antico veramente recuperato diviene il modello umanistico-rinascimentale del sapere. In questo senso – scriveva Eugenio Garin – «il padre verace della nuova devozione per la humanitas classica fu, agli occhi di tutti, il Petrarca». Francesco Petrarca – proseguiva Garin – «si avvicinò alle lettere, agli studia humanitatis, con la consapevolezza del loro significato, del valore che per l’umanità intera aveva una educazione dello spirito condotta nel colloquio assiduo con i grandi maestri del mondo antico. Essi soli, infatti, hanno inteso a pieno che cosa significhi la cultura dell’anima raggiunta attraverso lo studio dei prodotti più alti dello spirito umano».
Passando alla modernità si risolverà la “confusione” di arte e scienza. Si è rilevato come non Leonardo ma Galileo ritrovi la ellenistica via della teoria. Scriveva Paolo Rossi riferendosi ad Alexandre Koyré: «Le domande di Leonardo, ribadiva con forza Koyré, si muovono sempre sul piano del “pensiero tecnico del senso comune”, non giungono mai ad essere teorie… Collocare Leonardo tra i fondatori della scienza moderna vuol dire collocare il suo ritratto in un luogo sbagliato della galleria. Sovrapporre alla sua scienza e alla sua immagine della scienza la nostra immagine non ha giovato se non ad oscurare le questioni». Ludovico Geymonat richiamava però Garin «scorgere nel rigore filologico degli umanisti una forma mentis il cui significato trascenderebbe il campo della letteratura per attingere quello delle scienze… un metodo valido in ogni campo d’indagine».
Scriveva Eugenio Garin: «Innanzi alle sue “miscellanee” Poliziano ha scritto pagine che non costituiscono soltanto una grande lezione di umanità: esse definiscono un metodo valido in ogni campo di indagine. Si capisce, leggendole, perché il Rinascimento non fu solamente tempo di artisti, ma anche di scienziati, di Toscanelli e di Galileo; si capisce perché gli sterili, anche se sottilissimi, dibattiti dei fisici e dei logici medievali si fecero fecondissimi solo dopo la nuova lezione, che pure sembrava così lontana nel suo significato. Si capiscono i medici nuovi usciti dalle scuole di filologia; e, innanzi a quella rigorosissima e, vorrei dire, spietata istanza critica, si capisce il dubbio di Cartesio. E si capisce anche perché, per circa due secoli, la cultura italiana dominasse l’intera Europa, e l’Italia potesse sembrare terra feracissima di innumerevoli ingegni filosofici».
Metodo e coscienza storica concorrono al nuovo spirito filosofico dell’Umanesimo: per Eugenio Garin ragione, motivo della condanna del «significato filosofico dell’umanesimo» è il «sopravvivente amore per una immagine della filosofia che il pensiero del ‘400 costantemente avversò». «Perché» – chiarisce Garin – «ciò di cui si lamenta da tante parti la perdita è proprio quello che gli umanisti vollero distrutto, e cioè la costruzione delle grandi “cattedrali di idee”, delle grandi sistemazioni logico-teologiche: della Filosofia che sussume ogni problema, ogni ricerca al problema teologico, che organizza e chiude ogni possibilità nella trama di un ordine logico prestabilito». L’anima filosofica dell’Umanesimo è antispeculativa, problematica, critica: nella temperie culturale, intellettuale umanistica alla Filosofia con la iniziale maiuscola, Filosofia «che è ignorata nell’età dell’umanesimo come vana e inutile», «si sostituiscono» – conclude Garin – «indagini concrete, definite, precise, nelle due direzioni delle scienze morali (etica, politica, economia, estetica, logica, retorica) e delle scienze della natura che, coltivate iuxta propria principia, al di fuori di ogni vincolo e di ogni auctoritas, hanno in ogni piano quel rigoglio che lo “onesto” ma “ottuso” scolasticismo ignorò».
La dimensione critico-filosofico-filologica e il significato umano della coscienza storica umanistica sono ben delineati da Eugenio Garin. Per Garin «l’atteggiamento assunto di fronte alla cultura del passato, al passato, definisce chiaramente l’essenza dell’umanesimo». Garin rilevava la peculiarità dell’atteggiamento umanistico verso il passato da collocarsi per l’appunto «in una ben definita coscienza storica… Gli umanisti scoprono i classici perché li distaccano da sé… Perciò l’Umanesimo ha veramente scoperto gli antichi… nell’umanesimo la scoperta del mondo antico e quella dell’uomo… furon tutt’uno».
Il senso generale, filosofico della filologia umanistica come apertura all’uomo e alla storia era chiaramente espresso da Eugenio Garin. Per Garin la coscienza storica dell’Umanesimo assunse consistenza con «l’accendersi di una discussione critica innanzi ai documenti del passato che, indipendentemente da ogni risultato specifico, permise di stabilire una nostra distanza rispetto a quel passato: quei settecento anni di tenebre – tanti ne contava Leonardo Bruni – in cui ottenebrato era lo spirito di critica, in cui sembrava affievolita la consapevolezza della storia come farsi umano. Quel punto di crisi si concretò e prese dimensioni precise appunto nella “filologia” umanistica, che è consapevolezza del passato come tale, e visione mondana della realtà e umana spiegazione della storia degli uomini».
La disposizione filologica faceva dell’Umanesimo un movimento non semplicemente letterario ma propriamente filosofico. L’Umanesimo incomincia nel secolo XIV. Nel Trecento emergono in questo senso i fermenti dell’età moderna. L’Umanesimo si afferma con la crisi della cultura e della civiltà medievale: declino della Chiesa e dell’Impero, rottura dell’equilibrio politico e religioso, trasformazioni economiche e tensioni sociali, spirito laico, divaricazione di ragione e fede, interesse per il mondo e per l’uomo. L’Umanesimo sorge in questo modo in Italia a metà del quattordicesimo secolo; e dall’Italia si diffonderà poi in Europa spostandosi in Francia, in Germania, nei Paesi Bassi. Il primo Umanesimo è civile; alla sottrazione della libertà politica si accompagnerà in seguito un Umanesimo contemplativo, speculativo, metafisico.
All’Umanesimo appartiene la riscoperta dell’uomo, la ricostruzione dell’orizzonte mondano, la rigenerazione di sé, la rinascita dello spirito umano: l’Umanesimo ed il Rinascimento si fondono nella grande età umanistico-rinascimentale. Della Rinascita Federigo Enriques e Giorgio de Santillana indicavano in questa maniera la sostanza nel rinvenimento dei valori umani, non nel recupero della cultura classica, e citavano Jacob Burckhardt: «… non la risorta antichità da sé sola, ma essa e il nuovo spirito italiano, compenetrati insieme, ebbero la forza di trascinare tutto il mondo occidentale».
Lo spirito umanistico-rinascimentale era da Federigo Enriques così colto: «… l’uomo, sopraffatto per secoli dall’ansia di un mondo ultraterreno, che incombe su di lui, assorbito nella comunità cittadina, scopre i valori umani, la gioia, la bellezza, la libertà, che riconosce nelle espressioni della grande civiltà del passato: la quale perciò appunto diventa il segno delle sue aspirazioni e la nuova vita della sua vita».
Come “scoperta del mondo e dell’uomo” il Rinascimento si confonde con l’Umanesimo. L’epoca umanistico-rinascimentale si estende così dalla metà del Trecento all’inizio del Seicento, e ha i propri secoli nel Quattrocento e nel Cinquecento. Primo umanista è effettivamente Francesco Petrarca (1304-1374). Eugenio Garin citava in proposito un altro umanista: Leonardo Bruni: «Francesco Petrarca fu il primo il quale ebbe tanta grazia d’ingegno che riconobbe e rivocò in luce la antica leggiadria dello stile perduto e spento». Petrarca interpreta la esigenza di rinnovamento emersa nel quattordicesimo secolo. La ripresa della cultura antica è per Petrarca funzionale al superamento del vuoto naturalismo scolastico medioevale in un sapere relativo al vero problema dell’uomo: l’uomo stesso; lo studio delle varie discipline non è quindi fine a sé ma strumento di educazione e cristianamente di cura dell’anima, e dell’anima punto di riferimento ben fece la filosofia greca con Socrate e Platone.
Culla dell’Umanesimo è ben Firenze. All’Umanesimo civile fiorentino appartiene Coluccio Salutati (1331-1406). Sulla strada di Francesco Petrarca al vano interesse per il mondo naturale Salutati oppone la sensata attenzione al mondo umano: soltanto il mondo umano è ben inteso dall’uomo, perché è un prodotto dell’uomo; la stessa vita attiva che esprime l’anima secondo libertà e moralità è superiore alla vita contemplativa. Scolaro di Salutati è poi l’umanista aretino Leonardo Bruni (1374-1444). Bruni pone l’accento sulla dimensione politica e civile propria dell’uomo. A Salutati lega il nome lo stesso umanista valdarnese Poggio Bracciolini (1380-1459): grande scopritore di codici antichi Bracciolini insiste sul valore della cultura ma inserisce una nota di pessimismo nell’idea attivistica fiorentina e nel contrasto di virtù e fortuna.
La virtù come capacità umana di opporsi alla avversa fortuna è una questione ben affrontata dal grande umanista italiano Leon Battista Alberti (1404-1472). Contro l’inconcludente pura speculazione Alberti fa valere la concretezza e la utilità dell’esperienza e dell’azione che naturalmente e moralmente conferiscono senso alla vita dell’uomo. Attraverso il platonismo alla dignità dell’uomo la cultura umanistico-rinascimentale guarderà quindi nella prospettiva del disimpegno civile. Alla dignità dell’uomo guarda la difesa epicureo-cristiana del piacere, della santa voluptas lucreziana, da parte di un altro grande umanista: il romano Lorenzo Valla (1407-1457). Alla nota prova filologica della “falsa donazione di Costantino” sulla quale la Chiesa fondava il potere temporale si accompagna in Valla l’auspicio di una religione pura.
Scrive Paolo Rossi nel libro La nascita della scienza moderna in Europa: «Per i grandi esponenti dell’Umanesimo italiano (come Leonardo Bruni, Guarino Veronese, Giannozzo Manetti, Lorenzo Valla) leggere i grandi classici del mondo antico vuol dire fare ritorno ad una civiltà che è superiore a quella nella quale ad essi è toccato in sorte di vivere e che costituisce l’irraggiungibile modello di ogni forma di convivenza umana». Rossi richiama l’opposizione dell’emulazione all’imitazione dei classici antichi quale pure «grido di battaglia di molti intellettuali europei da Angelo Poliziano ad Erasmo da Rotterdam». Rossi rileva la tendenza degli umanisti a considerare quindi i testi filologicamente riscoperti non semplici documenti ma fonti di conoscenza scientificamente utili: la diffusione di edizioni e di traduzioni dirette dalle opere greche fu decisiva per il progresso della scienza.
Prima dell’incontro con gli scritti greci la filologia umanistica si era sviluppata sui testi latini. Lo studio del greco rese quindi possibile all’Umanesimo l’approssimazione diretta ai classici greci. La tradizione culturale greca era stata ereditata da Bisanzio: con i dotti bizantini nel periodo umanistico-rinascimentale da Costantinopoli si introdussero in Italia greco e produzione intellettuale antica in lingua greca; codici furono così ben portati dai maestri greci chiamati dall’odierna Istanbul a Firenze da Coluccio Salutati ad insegnare il greco. Entro il quadro della riscoperta del patrimonio originale del sapere greco ben matura la lettura filosofica umanistico-rinascimentale del platonismo in senso neoplatonico.
Nella propria Storia del pensiero scientifico del 1957 Giulio Preti rileva il contributo rinascimentale alla scienza moderna: nell’emanciparsi della fisica-metafisica aristotelica il pensiero rinascimentale immette e la logica e la fisica nuove della via moderna della tarda scolastica medievale nell’orizzonte metafisico di «un platonismo sentito molto liberamente, assolutamente nuovo, anche tenendo conto di tutta la letteratura neoplatonica tardo-greca, paleocristiana e bizantina attraverso il cui filtro è arrivato ai pensatori del Rinascimento. Platonismo che, paradossalmente, si risolve in una specie di naturalismo religioso, per il quale la natura è divina, è simbolo e immagine vivente di Dio, infinita, eterna, immortale». Il platonismo rinascimentale – Preti – «ebbe il centro ideale nell’Accademia fiorentina fondata da Marsilio Ficino a Careggi in una villa donatagli da Cosimo il Vecchio Medici… Sebbene questa villa non abbia mai ospitato più di sei o sette persone, la sua azione è stata vastissima e ha profondamente influenzato il pensiero filosofico del Quattrocento… strascichi fino a tutto il Cinquecento e forse anche ai primi decenni del secolo successivo».
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Persuasone della novità storica Eugenio Garin ha posto l’accento sul carattere filosofico dell’Umanesimo. Per Eugenio Garin la filologia umanistica è filosofia: la consapevolezza storico-critica della alterità e della distanza dell’antichità classica è coscienza filosofica riconducibile ad un atteggiamento di pensiero che rifiuta il dogma dei sistemi, si volge al passato e in uno sforzo di analisi cerca di comprendere e recuperare il passato per costruire un nuovo solido presente. Garin estendeva il carattere filosofico dell’Umanesimo al metodo.
Il rinnovato spirito filosofico dell’Umanesimo è documentato dal tentativo di attualizzare i testi antichi ponendo nella loro comprensione la base della costruzione culturale: vera cultura la grande filologia degli umanisti assumeva rilevanza pratica ricca di futuro. La prima percezione della importanza di un recupero autentico della civiltà antica risale a Francesco Petrarca. In Francesco Petrarca il recupero dell’antico assume funzione antidogmatica e si configura strumento di edificazione di un sapere che tende a risolversi in misura del tutto umana.
Preludio al passaggio dal mondo statico medioevale al dinamismo naturale rinascimentale l’Umanesimo riporta al centro l’uomo: staccandosi dal Medioevo l’Umanesimo avverte l’antichità altra da sé e vuole recuperare la ricchezza sorgiva della cultura antica in funzione di presente e futuro. Per il nuovo spirito umanistico-rinascimentale il sapere umano è un prodotto storico e la costruzione della conoscenza richiede un metodo: alla umanistica filologica consapevolezza storico-filosofica si accompagna l’idea di una rifondazione culturale.
Dopo il teologico Medioevo lo spirito umanistico-rinascimentale si fa mediatore del fondamentale concorso della scienza ellenistica alla moderna Rivoluzione scientifica.
Temperandone la nuova fiducia nelle possibilità con la coscienza dei limiti la Rivoluzione scientifica cinque-secentesca con la quale nasce la scienza moderna rinnova uno sforzo conoscitivo ben commisurato all’uomo: ridottosene l’orizzonte alla natura e all’uomo con la Rivoluzione scientifica del Cinque-Seicento il sapere umano si fa costruzione aperta di un discorso razionale controllato che in un libero confronto risolve ogni suggestione antropomorfica.
Col volto della civiltà gli sviluppi scientifici mutano l’immagine del mondo e dell’uomo. La scienza si distingue per lo spessore teorico. La ragione scientifica è ragione teorica: la scienza si differenzia per metodo. La Rivoluzione scientifica è così anzitutto una rivoluzione metodologica. Con la Rivoluzione scientifica la scienza si afferma impresa eminentemente teorica. L’immagine scientifica della realtà è un’immagine teorica. Con la scienza moderna la costruzione teorica diviene centrale. La centralità della teoria è ben chiara dal carattere matematico della scienza moderna. Galileo pure si fa continuatore di Archimede per il cimento sperimentale. Una teoria scientifica ordina i dati empirici; idee, ipotesi, calcoli, teorie devono però essere sottoposti al controllo dell’esperienza. Nella scienza il controllo empirico si risolve tuttavia nell’esperimento; e l’esperimento chiama in causa la tecnica ed i suoi apparati. Con la scienza moderna e il suo metodo il sapere scientifico si fa rappresentazione teorica che rimanda a strumenti tecnici. La scienza è così opposta al senso comune. Il senso comune è tuttavia storicamente determinato: gli sviluppi scientifici possono modificare la immagine comune delle cose. Il mondo della scienza sviluppatasi colla Rivoluzione scientifica del Cinque-Seicento non è il mondo dell’esperienza quotidiana.
Per il carattere teoretico la filosofia aveva potuto offrire l’indispensabile humus allo sviluppo della scienza. Ben sviluppatasi sul terreno della tecnica la riflessione filosofico-scientifica si era tuttavia staccata dalla pratica. Il tentativo umanistico-rinascimentale di far convergere pratica e teoria nel connubio di arte e scienza è sintomatico della modernità. Con la moderna Rivoluzione scientifica matematica ed esperimento si affermano basi della scienza. Con la scienza moderna si impone la ellenistica istanza metodica di precisare con cura e di svolgere con rigore logico le premesse teoriche pure od empiriche di ogni disciplina scientifica.
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Dalla età umanistico-rinascimentale alla epoca illuministica la civiltà occidentale conosce grandi sviluppi culturali. L’Illuminismo è anzi ideale sintesi delle istanze moderne. Il Settecento vede il consolidamento e l’estensione basilare del sapere scientifico moderno riconducibile alla Rivoluzione scientifica del Cinque-Seicento. La moderna Rivoluzione scientifica è il produttivo sfondo della filosofia moderna. La filosofia moderna si sviluppa in un contesto storico e culturale complesso e ricchissimo di fermenti. I pensatori moderni seppero raccogliere le sfide del proprio tempo, guardare al futuro e costruire nuova cultura.
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Galileo Galilei è scienziato, ma è essenzialmente filosofo e la sua scienza ritrova le premesse nella sintesi filosofica.
Galileo e la scienza moderna si oppongono alla scienza sostanziale di Medioevo e antichità classica e tardo ellenistica, per riprendere la scienza funzionale della antichità greca aurea ellenistica.
Galileo Galilei supera Aristotele e Tolomeo e l’universo fisico aristotelico-tolemaico antico-medievale: in età moderna la scienza torna ad essere elaborazione di sistemi ipotetico-deduttivi secondo il metodo dimostrativo e sperimentale.
In matematica e fisica, in astronomia e cosmologia le teorie scientifiche ellenistiche di Euclide, Archimede ed Apollonio, di Aristarco, Eratostene e Ipparco erano sistemi ipotetico-deduttivi.
Ad Archimede, alla statica e ai principi dell’idrostatica, ad Ipparco e alla teoria gravitazionale Galileo affianca la legge di caduta dei gravi e il principio di inerzia come presupposto della relatività del moto, legando l’eliocentrismo copernicano alla nuova dinamica.
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La scienza costruisce modelli teorici della realtà, nasce nella antichità greca ellenistica e rinasce nell’età moderna con Galileo Galilei (1564-1642).
Nel Seicento Galileo segue Archimede (287-212 a.C.) e riprende la prospettiva metodologica ellenistica della scienza come sapere di funzioni o relazioni fenomeniche matematico-sperimentali.
Nell’antichità greca la scienza teorica ellenistica si opponeva al modello metodologico classico della definizione genere-specifica della sostanza reale delle cose.
Aristotele (384-322 a. C.) ed il concetto classico aristotelico della scienza come ricerca della definizione delle cose secondo genere e specie si scontravano in età ellenistica con la fisica matematica di Archimede.
Nell’età moderna l’opposizione antica di Archimede ad Aristotele nella interpretazione teorica della scienza ritorna bene nel Seicento nel contrasto metodologico tra Galileo Galilei e Francesco Bacone (1561-1626).