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La monografia Albert Einstein, Einaudi 1968 è la presentazione che alla metà del Novecento il fisico teorico polacco Leopold Infeld (1898-1968) dedicava alle idee scientifiche e al pensiero filosofico di Albert Einstein (1879-1955) come scienziato e filosofo novecentesco fondatore della teoria della relatività: «La relatività non nacque soltanto ad opera del genio di Einstein: Einstein attuò la rivoluzione per cui la scienza era ormai matura… Nel 1905 egli era… un giovane dottore in fisica di ventisei anni… Gli fu permesso di pensare e sognare e scrivere articoli destinati a cambiare la faccia della scienza» (p. 15).
In Albert Einstein L. Infeld rilevava il significato filosofico-scientifico della teoria della relatività introdotta da A. Einstein nel Novecento ponendo l’accento sulle premesse storiche della relatività einsteiniana nella scienza fisica precedente: Prima della rivoluzione di Einstein è il titolo del secondo capitolo dedicato all’origine e al fallimento del concetto teorico di etere cosmico: la fisica dell’Ottocento era divisa tra la teoria meccanica galileiano-newtoniana e la teoria dei campi di M. Faraday, J. C. Maxwell e H. Hertz: «Dei vari elementi della teoria meccanica e di quella dei campi possiamo riscontrare le tracce fin nelle antiche filosofie» (p. 17): lo sviluppo della teoria dei campi nella seconda metà dell’Ottocento portava al superamento del meccanicismo filosofico-scientifico moderno dominante nel diciannovesimo secolo: «Fino al diciannovesimo secolo nessuno pensava che questo regime meccanico potesse essere rovesciato. Lo sviluppo della scienza sembrava pianificato secondo linee meccanicistiche per tutto il futuro della nostra civiltà» (p. 18). L. Infeld insisteva sull’efficacia e sul conseguente successo del modello teorico esplicativo scientifico meccanico della fisica moderna galileiano-newtoniana: «Così la spiegazione dei fenomeni del calore, della luce e dei fluidi in movimento implicava l’elaborazione di un quadro meccanico appropriato. Ecco ciò che si intende quando si asserisce che il punto di vista meccanico regnava su tutta la fisica… per quasi tutta la prima metà del diciannovesimo secolo la teoria meccanica si diffuse e si approfondì fino ad assumere l’aspetto di un dogma filosofico… gli scienziati supponevano che tutto il nostro universo, e noi con esso, costituisse una gigantesca e complicata macchina che obbediva alle leggi newtoniane… Pareva… che nulla potesse impedire la sempre più vasta applicazione della teoria meccanica, e l’idea di spiegare tutti i fenomeni naturali alla luce della fisica newtoniana era considerata come una meta teoricamente accessibile» (pp. 18-19). Nel meccanicismo filosofico-scientifico moderno dominante nel diciannovesimo secolo si inquadra l’origine del concetto di etere cosmico per la teoria dei campi della fisica dell’Ottocento: l’ipotesi dell’etere era funzionale alla spiegazione meccanica della fenomenologia elettromagnetica di campo fisico e alla conseguente riduzione della teoria dei campi alla teoria meccanica: L. Infeld rilevava nel fallimento dell’idea dell’etere l’origine della teoria della relatività di A. Einstein.
In Albert Einstein la problematicità del concetto teorico di etere era da L. Infeld già sottolineata nel discorso storico-scientifico sull’origine dell’ipotesi dell’etere cosmico: la supposizione dell’esistenza dell’etere legava la teoria dei campi alla teoria meccanica salvando l’unità della fisica: il meccanicismo filosofico-scientifico ottocentesco portava all’idea del carattere necessariamente meccanico delle oscillazioni o vibrazioni o onde del campo elettromagnetico e quindi alla conclusione che in quanto meccaniche le onde elettromagnetiche comprensive della luce necessitassero di un mezzo materiale di propagazione, da cui l’inferenza dell’esistenza del supporto materiale della trasmissione luminosa ed elettromagnetica e l’identificazione del mezzo materiale trasmissivo elettromagnetico con l’etere cosmico: «Il nostro fisico del diciannovesimo secolo difenderebbe il suo punto di vista, e durante il dibattito apparirebbe… l’etere… Il fisico del diciannovesimo secolo… suppose che il nostro universo fosse tutto immerso in questa sostanza imponderabile, di cui egli conosceva almeno una proprietà: quella di trasmettere le onde elettromagnetiche. Lo stesso fisico ci avrebbe assicurato che col tempo altre proprietà sarebbero state scoperte e l’etere sarebbe diventato così reale come qualunque altro oggetto materiale» (p. 22). La tendenza della scienza meccanicistica ottocentesca ad assimilare la fisica dei campi alla fisica meccanica considerando gli stessi fenomeni elettromagnetici e della luce come oscillazione elettromagnetica meccanicamente trattabili e spiegabili non eliminava la specificità della realtà fisica continua del campo da L. Infeld sottolineata: «La teoria di J. C. Maxwell che governa i fenomeni elettrici e ottici è una teoria di campo perché in essa l’elemento essenziale è la descrizione di variazioni che si propagano con continuità nello spazio e nel tempo. Quindi il concetto di campo è in contrasto col concetto di particelle semplici della teoria meccanica» (pp. 19-20). Nel rilevarne la capacità sintetica esplicativa del mondo delle radiazioni elettromagnetiche L. Infeld rimarcava la distanza delle leggi di campo dello spettro elettromagnetico dalla teoria fisica meccanica: lo spettro elettromagnetico con le radiazioni luminose risponde alle equazioni di J. C. Maxwell: «Sia le onde emesse da una antenna che quelle emesse da un atomo sono onde elettromagnetiche che si diffondono nello spazio alla velocità della luce di 300.000 chilometri al secondo» (p. 20).
In Albert Einstein non solo la distanza ma la contraddizione fisica tra la teoria meccanica e la teoria dei campi era da L. Infeld rilevata nel discorso storico-scientifico sul fallimento della ipotesi dell’etere cosmico: dal superamento della contraddizione tra principi meccanico-elettromagnetici era da A. Einstein sviluppata la teoria della relatività ristretta o speciale da lui enunciata nel 1905: la relatività einsteiniana traeva le conseguenze dell’elevazione di un fatto empirico a principio scientifico: il fatto scientifico era la costanza della velocità della luce in un sistema di riferimento inerziale in moto relativo; era la constatazione empirico-fattuale dell’indipendenza della velocità della luce dal movimento della Terra come sistema inerziale relativo a portare alla negazione dell’esistenza dell’etere ipotetico ma privo di effetti rilevabili dall’esperienza percettiva sensibile. Come costanza o invariabilità elettromagnetica nei sistemi di riferimento inerziali in moto relativo l’indipendenza della velocità della luce dal movimento della Terra limitava la validità fisica del principio meccanico classico galileiano-newtoniano di composizione o somma delle velocità; l’eliminazione dell’etere cosmico come riferimento spaziale assoluto emerso dagli sviluppi ottici ed elettromagnetici della scienza fisica liberava scientificamente il principio meccanico classico di relatività galileiana dal quale muoveva L. Infeld nel discorso storico-scientifico sul fallimento dell’ipotesi dell’etere: «Immaginiamo due sistemi in moto uniforme l’uno rispetto all’altro, cioè con velocità costante, non accelerata, e lungo una linea retta… il principio di relatività di Galileo dice: se le leggi della meccanica sono valide in un sistema, esse saranno valide in qualunque altro sistema animato rispetto al primo di moto uniforme… Il punto essenziale non è il fatto che noi abbiamo due o più sistemi con osservatori in ciascuno di essi, ma che si possa trasferire la descrizione da un sistema ad un altro» (pp. 23-24). La relatività meccanica classica di Galileo stabiliva l’equivalenza fisica dei sistemi di riferimento inerziali per la quale secondo il principio di inerzia è dall’interno impossibile determinare se un sistema fisico sia in quiete o in moto rettilineo uniforme rispetto ad un altro: la possibilità di stabilire quiete o movimento non relativi ma assoluti era da L. Infeld storicamente rilevata nel riferimento privilegiato all’etere cosmico: ecco dagli anni Ottanta dell’Ottocento l’esperimento cruciale di A. A. Michelson e E. W. Morley per stabilire il moto assoluto della Terra determinandone la velocità di movimento non nello spazio vuoto assoluto di I. Newton, «che gli scienziati non ammettono più da quando H. Helmholtz ha dimostrato che l’esperienza non ce lo rivela» (Angiolo Maros Dell’Oro, Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi, Le Monnier 1953, p. 146), ma nell’etere cosmico spaziale: l’esperienza sperimentale di Michelson e Morley prevedeva la composizione delle velocità di luce e Terra ma provava l’indipendenza della velocità della luce dal moto della Terra come sistema inerziale relativo; la violazione del principio fisico meccanico classico galileiano-newtoniano di composizione o somma delle velocità mostrava l’inconsistenza esplicativa scientifica dell’etere cosmico e apriva al riconoscimento relativistico einsteiniano della costanza della velocità della luce come velocità limite massima nell’universo fisico.
In Albert Einstein L. Infeld rilevava la complementarità scientifica fisica meccanica classica del principio galileiano-newtoniano di composizione o somma delle velocità rispetto alla relatività galileiana: «La teoria meccanica accettava: 1) il principio di relatività di Galileo e 2) la legge della somma delle velocità» (p. 30). Il principio fisico meccanico classico della somma delle velocità non funziona tuttavia con la luce e le onde elettromagnetiche in generale in quanto si propagano alla velocità della luce: la velocità delle onde elettromagnetiche o della luce è sempre la stessa e non ha importanza se la loro sorgente o l’osservatore si muovono, dice L. Infeld: «Quest’ultimo risultato era incompatibile col concetto di etere. Inoltre, esso era incompatibile con la legge della somma delle velocità. La velocità della luce e la velocità di un sistema messe assieme non danno come risultato che la stessa velocità della luce» (p. 31). La validità limitata della somma o composizione fisico-matematica per addizione o sottrazione di velocità nei sistemi di riferimento contrastava col meccanicismo opponendo la teoria dei campi elettromagnetici alla teoria meccanica: con la limitazione alla meccanica della legge della somma delle velocità cadeva l’ipotetico etere cosmico spaziale assoluto, «che prometteva di unificare la teoria meccanica e quella dei campi» (p. 30), scriveva L. Infeld. Nella sua prospettiva di unificazione fisica meccanica la scienza meccanicistica ottocentesca era da L. Infeld rilevata così pregiudizialmente legata all’idea teorica dell’etere cosmico da contrastare il principio meccanico classico di relatività galileiana: «Perché il principio di relatività di Galileo afferma che tutti i sistemi in moto uniforme l’uno rispetto all’altro sono equivalenti. Ma non è così per il fisico che crede nell’etere. Fra i vari sistemi uno si distingue da tutti gli altri: il sistema in cui l’etere è in quiete, l’unico in cui la velocità della luce sia c = 300.000 km al secondo. Dunque il principio di relatività di Galileo non regge più. Lo sostituisce l’etere mediante una teoria assoluta» (p. 29). Alla determinazione della velocità del movimento della Terra come sistema di riferimento inerziale rispetto all’ipotetico etere cosmico spaziale assoluto mirava a fine Ottocento l’esperimento di Michelson-Morley: l’esperimento di Michelson-Morley escludeva empiricamente la composizione fisico-matematica meccanica delle velocità della luce e della Terra nel loro moto elettromagnetico-meccanico congiunto rispetto al supposto etere come sistema di riferimento privilegiato: l’esperimento di Michelson-Morley voleva stabilire il moto assoluto della Terra per differenza direzionale della velocità della luce nel suo movimento solidale terrestre ma provava con l’esperienza l’identità della velocità della luce in ogni direzione di moto sulla Terra, dice L. Infeld: «La famosa esperienza di Michelson-Morley… provò in maniera definitiva che non ci sono velocità differenti della luce! Esse sono uguali in tutte le direzioni e il loro valore è c, la velocità della luce, la quale, sembra strano, rimane sempre uguale a se stessa, sempre costante, sempre immutabile» (p. 30).
In Albert Einstein il significato scientifico empirico dell’esperimento cruciale di Michelson-Morley era da L. Infeld ben rilevato ponendo l’accento sulla difesa fisica meccanicistica del concetto teorico di etere cosmico spaziale assoluto: all’inconsistenza esplicativa meccanica dell’etere rispetto ai fenomeni luminosi ed elettromagnetici si affiancava l’opposizione dell’ipotesi fisico-matematica della contrazione di Lorentz-Fitzgerald attribuita ai corpi nel senso del movimento alla contraddizione della identità e costanza della velocità della luce rispetto al principio meccanico classico galileiano-newtoniano di composizione o somma delle velocità: alla fine dell’Ottocento la fisica era matura per la rivoluzione di A. Einstein: unendo al presupposto relativistico einsteiniano della estensione della relatività meccanica classica galileiana al campo elettromagnetico comprensivo della luce il postulato della costanza della velocità della luce nei sistemi di riferimento inerziali in moto relativo la teoria della relatività ristretta o speciale enunciata da Einstein nel 1905 elevava un fatto d’esperienza a principio scientifico.
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Programma di filosofia: classe quinta
Pensiero contemporaneo
G. W. F. Hegel e l’idealismo tedesco classico postkantiano
Pensiero contemporaneo: contesto storico-culturale e sociale.
I. Kant e G. W. F. Hegel deassolutizzati fonte scientifica e umanistica della riflessione contemporanea.
La metafisica di Hegel: la speculazione hegeliana tra antimetafisica kantiana e neoempiristica.
G. W. F. Hegel e l’idealismo romantico.
Il cielo e la legge: sinossi del sistema filosofico di I. Kant.
Romanticismo e idealismo.
Il soggettivismo metafisico tra psicologia, teologia e storia: G. W. F. Hegel e l’idealismo tedesco classico postkantiano.
G. W. F. Hegel e l’Assoluto come Spirito.
Il ritorno dalla fede al sapere: il primato della ragione teoretica in G. W. F. Hegel.
G. W. F. Hegel: opere.
La Fenomenologia dello spirito di G. W. F. Hegel.
Georg Wilhelm Friedrich Hegel: dal Sapere assoluto al sistema della scienza filosofica.
La reazione a G. W. F. Hegel: Arthur Schopenhauer e S. A. Kierkegaard
Schopenhauer e l’irrazionalismo metafisico.
La reazione irrazionalistica al sistema idealistico hegeliano: Arthur Schopenhauer.
Tra il dolore e la noia: Schopenhauer e la liberazione dalla volontà di vivere dall’arte al Nirvana.
Kierkegaard e l’esistenza.
Contro la necessità del sistema hegeliano: S. A. Kierkegaard e la indeducibilità esistenzialistica del singolo.
Da G. W. F. Hegel a Karl Marx
Restaurazione e Risorgimento.
La reazione realistica, irrazionalistica ed esistenzialistica a Hegel.
Ideologia, tradizionalismo e libertà in Francia.
Il socialismo utopistico.
La filosofia italiana del Risorgimento.
Destra e sinistra hegeliane.
Ludwig Feuerbach.
Individualismo e anarchia.
K. Marx e la società industriale: filosofia, economia politica e socialismo: il marxismo
K. Marx e F. Engels: bio-bibliografia.
Marx critico: da G. W. F. Hegel e P. Proudhon.
Marx: materialismo, socialismo e analisi del capitalismo.
Positivismo: sviluppi scientifici ottocenteschi e filosofia
A. Comte e il positivismo.
La scienza francese sette-ottocentesca.
Tra scienze e filosofia: il pensiero positivistico.
Comte e il positivismo sociale francese.
Dall’Ottocento al Novecento: F. Nietzsche e il sì alla vita
Nietzsche: la vita e le opere.
Nietzsche: la prima fase del pensiero.
Nietzsche: la seconda fase, “illuministica”, del pensiero.
Nietzsche: la terza fase del pensiero.
Dall’Ottocento al Novecento: S. Freud tra psicologia e filosofia
Freud e la scoperta scientifica dell’inconscio.
La psicoanalisi come scienza e l’immagine psicoanalitica dell’uomo.
Il Novecento, H. Bergson e lo spiritualismo
Il Novecento.
Bergson e lo spiritualismo.
Dallo storicismo all’ermeneutica filosofica, dagli sviluppi scientifici contemporanei alla filosofia come analisi
Ragione, cultura e sapere storico: neokantismo e storicismo.
Dilthey e lo storicismo contemporaneo.
Dialettica, verità ed ermeneutica: riferimenti a Benedetto Croce, E. Husserl, M. Heidegger, M. Schlick e H. G. Gadamer.
B. Croce e la scienza come pseudoconoscenza.
E. Husserl e la fenomenologia.
A priori materiale e crisi delle scienze: filosofia e scienza nel pensiero di E. Husserl.
M. Heidegger e l’essere.
M. Schlick e l’empirismo logico.
H. G. Gadamer e l’ermeneutica filosofica.
Scienza e filosofia, metafisica e superamento della metafisica: riferimenti a M. Schlick, M. Heidegger, R. Carnap.
R. Carnap e il superamento della metafisica mediante l’analisi logica del linguaggio.
La filosofia come analisi: riferimenti a G. Frege, Bertrand Russell, L. Wittgenstein, M. Schlick e R. Carnap.
L. Wittgenstein e la svolta logico-linguistica della filosofia.
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Programma di filosofia: classe quarta
Pensiero moderno
La nascita della modernità: dall’età umanistico-rinascimentale alla Rivoluzione scientifica
Il carattere filosofico dell’Umanesimo.
L’età umanistico-rinascimentale.
Età umanistico-rinascimentale e condizioni storico-culturali della moderna concezione scientifica del mondo.
La Rivoluzione scientifica e la nascita della scienza moderna.
La Rivoluzione scientifica e le origini della scienza moderna.
La Rivoluzione scientifica: la rivoluzione dimenticata ellenistica: pensiero scientifico greco, filologia umanistica e scienza moderna.
La Rivoluzione scientifica: Galileo, la scienza e il metodo ellenistico.
La Rivoluzione scientifica: da Niccolò Copernico a Isaac Newton.
La Rivoluzione scientifica: Galileo tra Niccolò Copernico e Isaac Newton.
La Rivoluzione scientifica: Galileo e il metodo sperimentale.
La Rivoluzione scientifica: Galileo tra scienza e filosofia.
Significato della moderna Rivoluzione scientifica.
La Rivoluzione scientifica: Bacone, Galileo e Cartesio.
Sostanza e funzione: dall’idea aristotelico-baconiana alla concezione archimedeo-galileiana moderna della scienza.
Francesco Bacone: dalla tradizione alla rivoluzione.
Francesco Bacone tra sostanza e funzione.
Il razionalismo moderno
Cartesio e la filosofia moderna.
Cartesio: vita, opere e pensiero.
Cartesio e la fondazione della filosofia moderna secondo soggettivismo, razionalismo e meccanicismo.
Cartesio: metodo e sapere, dubbio e cogito, realtà e dualismo.
Cartesio: idee e conoscenza a priori, fisica deduttiva e mondo meccanico, dualismo e interazione di anima e corpo.
Tra scienza e filosofia: Cartesio e il meccanicismo cartesiano.
Baruch Spinoza e la necessità geometrica panteistica.
Baruch Spinoza: dalla necessità metafisica all’ordine della conoscenza, dalla visione eterna dell’universo all’affermazione della libertà razionale.
G. W. Leibniz, l’intelletto e l’intelligibilità del reale tra logica, matematica, fisica e metafisica.
G. W. Leibniz dalla fisica dinamica alla metafisica delle monadi.
G. W. Leibniz e la metafisica delle monadi o monadologia.
G. W. Leibniz dalla monadologia all’innatismo virtuale.
L’empirismo moderno: ragione ed esperienza nella tradizione filosofica inglese
Thomas Hobbes dal meccanicismo fisico all’assolutismo politico.
Thomas Hobbes e le basi filosofiche generali del suo pensiero.
Thomas Hobbes e la teoria assolutistica dello Stato.
John Locke: empirismo, criticismo e liberalismo.
John Locke, l’empirismo e il criticismo lockiano.
John Locke: il pensiero politico-religioso.
George Berkeley e l’idealismo dogmatico immaterialistico.
George Berkeley, l’idealismo dogmatico e la riduzione dell’essere materiale alla percezione sensibile.
George Berkeley dall’idealismo all’immaterialismo.
David Hume: empirismo scettico ed etica passionale.
David Hume e il “Trattato sulla natura umana”.
David Hume e la critica al principio di causalità: dall’antimetafisica empiristica allo scetticismo scientifico.
David Hume: il pensiero etico, la religione, il fondamento arazionale dell’esperienza umana e il problema dell’induzione.
Immanuel Kant e la filosofia critico-trascendentale
Immanuel Kant dal “sonno dogmatico” al sintetico a priori.
Immanuel Kant: il pensiero teoretico: la critica della ragion pura fino alla dialettica trascendentale.
Immanuel Kant: pensiero teoretico: la critica della ragion pura 2: la dialettica trascendentale.
Immanuel Kant: la morale: la critica della ragion pratica.
Immanuel Kant: l’estetica: la critica del giudizio.
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Programma di filosofia: classe terza
Pensiero antico
Naturalismo presocratico
La nascita occidentale greca antica arcaica della filosofia: dal mito al pensiero logico-razionale filosofico-scientifico.
Talete e la scuola di Mileto.
Da Talete a Parmenide: il monismo materiale presocratico.
Pitagora di Samo e la crisi della aritmo-geometria pitagorica.
Parmenide di Elea e l’aporia eleatica: l’essere come estensione spaziale e la crisi del monismo materiale presocratico.
Zenone di Elea: i paradossi e la difesa di Parmenide.
Dal monismo al pluralismo naturalistico presocratico: dal principio delle cose in sé agli elementi della realtà fenomenica: Empedocle, Anassagora, Democrito e l’atomismo.
I sofisti, Socrate, Platone e Aristotele
Dalla natura all’uomo: l’umanesimo sofistico.
I sofisti: Protagora e Gorgia.
Homo mensura: il relativismo dei sofisti e l’empirismo sensistico di Protagora.
La ricerca del vero sapere: Socrate e la verità come una definizione oggettiva.
I grandi sistemi metafisici: Platone e Aristotele.
Platone e le idee metafisiche.
Platone: vita, opera e pensiero.
Dalla politica alla metafisica: scienza, idee iperuranie e anamnesi in Platone.
La conoscenza e i suoi gradi: Platone e il mito della caverna.
Il cosmo e la sua fabbrica: Platone e il mito del demiurgo.
Aristotele e l’enciclopedia del sapere classico.
Aristotele: la vita, gli scritti e il pensiero.
Aristotele: dall’ispirazione biologica della filosofia ai limiti ontologici della logica.
Aristotele: la logica, il suo condizionamento metafisico e l’emergere della sua conseguente inadeguatezza scientifica del trattamento delle relazioni.
Aristotele: la sostanza e le cause tra ontologia e scienza: la metafisica da materia e forma a potenza e atto.
Aristotele: la logica: esposizione generale.
Aristotele: la fisica e la sovrapposizione del finalismo al meccanicismo: tendenze naturali, senso comune e disparità ontologica di quiete e moto, teoria della spinta del mezzo ambiente e negazione del vuoto contro la tesi dell’inerzialità di movimenti nello spazio; cosmo, etere, sfere celesti e Motore Immobile.
Aristotele: contributi filosofici e limiti scientifici: retorica e logica, poetica, etica e politica; fisica e biologia.
L’età ellenistica
Ellenismo aureo alessandrino: scienze e filosofia.
La sintesi filosofica e i modelli teorici nella nascita greca ellenistica della scienza.
Tra fisica ed etica: il peso e il clinamen epicurei.
Fantasia catalettica stoica ed epochè scettica.
Ellenismo romano: scienze e filosofia.
Cristianesimo e filosofia.
Ellenismo neoplatonico e patristico: filosofia, scienza e religione.
Sant’Agostino e il neoplatonismo cristiano.
Pensiero medievale
Il pensiero medievale tra continuità e discontinuità storico-culturale.
Severino Boezio e l’età romano-barbarica.
Giovanni Scoto Eriugena.
Sant’Anselmo e il consolidamento della ripresa culturale generale nel secolo XI.
Pietro Abelardo: logica medioevale, problema degli universali e XII secolo.
Filosofia e scienza: il pensiero arabo ed ebraico nel Medioevo.
San Tommaso e il pensiero del Duecento.
Filosofia e fede: Sant’Agostino e San Tommaso: neoplatonismo e aristotelismo cristiano.
Praeambula fidei: San Tommaso d’Aquino vs Sant’Anselmo d’Aosta: le 5 vie tomistiche all’esistenza di Dio contro l’argomento ontologico.
Ante rem, in re e post rem: il realismo di San Tommaso d’Aquino sugli universali.
Dante e il superamento del Medioevo.
Guglielmo di Ockham e il Trecento.
Nominalismo ed empirismo: il rasoio di Occam.
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In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi, Le Monnier 1953 Angiolo Maros Dell’Oro concludeva la seconda parte sulla reazione al positivismo secondo i limiti filosofico-scientifici positivistici e la filosofia dedicando il sesto e il settimo ed ultimo titolo del settimo capitolo rispettivamente alla fenomenologia e all’esistenzialismo filosofici contemporanei: l’esistenzialismo rappresentava la filosofia più recente emersa come rinascita del pensiero ottocentesco di S. A. Kierkegaard: «L’esistenzialismo è un vasto movimento che ha caratterizzato questi ultimi anni del pensiero europeo… rappresenta la maturazione di tutto uno stato di cose che gli avvenimenti storici e il pensiero precedente avevano preparato, e per questo non ha voluto dire soltanto una teoria per i filosofi ma un atteggiamento spirituale per moltissime altre persone… L’esistenzialismo ha cominciato ad affermarsi in Germania sotto la forma di una rinascenza di S. A. Kierkegaard… venne la Grande Guerra, che specie per la Germania si chiuse con un crollo spirituale davvero spaventoso. Tutto un mondo di vecchi valori si inabissò nel nulla… In tale clima convulso fu “scoperto” Kierkegaard. Nella sua tragedia personale parve che egli avesse raffigurato la tragedia generale degli spiriti» (p. 109).
In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi alle pagine filosofiche sull’esistenzialismo secondo sviluppo, idee e pensatori A. Maros Dell’Oro premetteva un discorso filosofico sulla fenomenologia del filosofo contemporaneo otto-novecentesco E. Husserl (1859-1938): mediante il suo maestro F. Brentano (1838-1917) nella fenomenologia di Husserl passava la distinzione di B. Bolzano (1781-1848) tra la realtà oggettiva indipendente dalla mente umana del pensiero logico-matematico e la realtà soggettiva della nostra considerazione psicologica del pensiero logico-matematico: «autore di libri di un’acutezza rara» Husserl muoveva dal principio che «tutte le intuizioni relative ai dati immediati devono essere puramente e semplicemente accettate così come si presentano all’intuizione» (p. 107): secondo l’intenzionalità di Brentano psicologicamente ogni atto mentale cosciente è coscienza di qualcosa, per cui Husserl si concentra sui contenuti psichici come si presentano direttamente alla coscienza e quindi come ci appaiono in se stessi; mettendo tra parentesi e quindi tralasciando ogni questione filosofica su soggetto e oggetto i contenuti psichici coscienti come ci appaiono alla mente sono per noi le cose stesse, per cui il ritorno alle cose stesse come appaiono alla nostra mente definisce la fenomenologia di Husserl. Nel vissuto psichico cosciente fenomenologicamente inteso le cose particolari si presentano alla mente qui ed ora, hic et nunc, e si collocano nello spazio e nel tempo ma realizzano le corrispondenti universali forme essenziali: come cose universali le essenze delle cose individuano e definiscono le cose particolari: E. Husserl si astiene dalla questione filosofica dell’origine delle essenze colte dalla mente, dice A. Maros Dell’Oro: «Donde vengano tali essenze… Husserl si inibisce si chiarirlo. Egli si limita ad osservare che quelle essenze calano nel flusso del vissuto che costituisce la coscienza a determinarne i caratteri particolari» (p. 108). La considerazione delle essenze era per E. Husserl la condizione della filosofia come scienza rigorosa: le essenze sono scientificamente evidenti e descrivibili in quanto si impongono alla coscienza nell’intuizione intellettiva: come organo o strumento della conoscenza filosofica l’intuizione intellettiva essenziale è dal greco da Husserl definita intuizione eidetica, perché quale intuizione è un sapere immediato come l’intuizione sensibile percettiva ma quale intellezione si rivolge all’intelligibile forma ideale dell’essenza: dice A. Maros Dell’Oro: «In un momento in cui idealisti, bergsoniani e pragmatisti erano così decisamente a favore del solo divenire, ecco Husserl (con A. N. Whitehead) richiamarsi, invece, alla immutabilità delle forme platoniche» (p. 108). Il discorso filosofico sulla fenomenologia di E. Husserl era da A. Maros Dell’Oro concluso rilevando l’idea husserliana intuitivamente motivata dell’organizzazione delle essenze nelle peculiari strutture ontologiche delle diverse sfere eidetiche da descrivere nella singola specificità senza dimenticarne l’unità nella coscienza: «Molti in Germania, nei primi tre decenni del Novecento, si sono dedicati a questo compito della caratterizzazione fenomenologica delle sfere eidetiche… Uno dei pochi che… ha avuto sempre viva la coscienza filosofica è stato Max Scheler (1874-1928), di cui va ricordato il bel volume Il rovesciamento dei valori (1919)… Dalla fenomenologia proviene anche N. Hartmann (1882-1950)» (p. 108).
In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi A. Maros Dell’Oro passava dalla fenomenologia novecentesca all’esistenzialismo filosofico novecentesco rilevando in E. Husserl il maestro di Martin Heidegger (1889-1976): come rinascita di S. A. Kierkegaard in Germania l’esistenzialismo era da Maros Dell’Oro rimarcato filosoficamente rappresentato da K. Barth, M. Heidegger e K. Jaspers: «Barth è un teologo protestante, autore di un ormai famoso commento alla lettera di San Paolo ai Romani… Jaspers dalla psichiatria passò prima alla psicologia e poi alla filosofia» (p. 110). All’esistenzialismo tedesco si uniscono nel Novecento l’esistenzialismo francese, russo, italiano: scriveva A. Maros Dell’Oro: «L’esistenzialismo francese matura contemporaneamente a quello tedesco, ma in esso, invece di S. A. Kierkegaard, si fanno sentire B. Pascal, F. P. Maine de Biran e M. Blondel. La figura principale è quella di Gabriel Marcel… In Francia l’esistenzialismo ha trovato pure… Jean-Paul Sartre e Albert Camus… L’esistenzialismo russo conta soprattutto su due nomi, L. Šestov (1866-1938) e N. Berdjaev (1874-1948)… Vi è anche un esistenzialismo italiano… che ha per suo principale rappresentante Nicola Abbagnano» (p. 110). Tre basi ideali comuni a tutti gli esistenzialisti erano rilevate da A. Maros Dell’Oro: la rivalutazione della persona umana, l’antirazionalismo e la coscienza della crisi: A. Maros Dell’Oro sottolineava la mortificazione ottocentesca della persona umana nell’idealismo spirituale metafisico hegeliano e poi nell’opposto naturalismo materiale scientifico positivistico: il singolo individuo perdeva valore annullandosi nello Spirito assoluto o smarrendosi tra i fenomeni della natura: «Nell’ultimo quarto dell’Ottocento nei paesi anglosassoni e nel primo quarto del Novecento in Italia ci fu una vigorosa ripresa dello hegelismo, con F. H. Bradley e J. Royce, con B. Croce e G. Gentile. Poi… poi contro idealismo e naturalismo scoppiò violenta la reazione dell’esistenzialismo in favore della persona» (p. 111). Con l’idealismo spirituale metafisico hegeliano e l’opposto naturalismo materiale scientifico positivistico un terzo fattore antipersonalistico contrastato dall’esistenzialismo nel Novecento era da A. Maros Dell’Oro storicamente rilevato nelle masse e nella società di massa per l’uniformità e l’omologazione del singolo individuo: nel Novecento l’esistenzialismo ha con particolare forza riproposto la reazione antipersonalistica ottocentesca: «Nell’Ottocento si è avuto un Th. Carlyle col suo concetto dell’eroe, un Max Stirner col suo Unico, soprattutto un S. A. Kierkegaard con la sua rivolta contro il Moloch hegeliano e un F. Nietzsche col suo Superuomo e la sua lotta contro la morale da schiavi» (p. 112). Nel contrasto dell’antiindividualismo l’esistenzialismo ha rivalutato la persona metafisicamente, dice A. Maros Dell’Oro: «… ciascuna persona… concentra in certo modo in sé tutta la realtà» (p. 112). Nella metafisica dell’esistenza personale del singolo individuo si inquadra lo stesso antirazionalismo esistenzialistico: «… la mia persona è la quintessenza della concretezza reale, e quindi sfuggirà sempre alla ragione» (p. 113): A. Maros Dell’Oro sottolineava l’accordo degli esistenzialisti sulla necessità di superare la teoria dell’esistenza personale per realizzare la persona più che per definirla e rimarcava l’ispirazione dell’esistenzialismo alla critica filosofica alla ragione: «La ragione… è in certo modo proprio l’antitesi della vita» (p. 113). Contro l’ottimismo razionale scientistico positivistico ottocentesco era da A. Maros Dell’Oro rilevata la stessa coscienza esistenzialistica novecentesca della crisi: «L’Ottocento non era spiritualmente più ricco di noi, ma non aveva coscienza della sua miseria. C’era, allora, una gran fiducia nel progresso, e quindi uno smisurato ottimismo, anche se era soltanto un ottimismo naturalistico e borghese. Oggi invece noi abbiamo anche la coscienza della nostra miseria. Un complesso di fattori, che gli storici stanno ancora faticosamente dipanando, fra cui due spaventose guerre mondiali, ci hanno pienamente maturato in tal senso» (p. 113).
In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi A. Maros Dell’Oro concludeva il settimo capitolo terminando il settimo ed ultimo titolo sull’esistenzialismo con un discorso sul pensiero filosofico di M. Heidegger, K. Jaspers e G. Marcel: «… se sulla rivalutazione della persona, sull’antirazionalismo e sulla coscienza della crisi tutti i pensatori esistenzialisti sono d’accordo, vi è tuttavia in ciascuno un modo particolare di sentire i problemi» (pp. 113-114). Se faceva emergere la convergenza dello spiritualismo esistenziale di G. Marcel con l’esistenzialismo spirituale di K. Jaspers sottolineando la corrispondenza del binomio marceliano incarnazione-partecipazione al binomio jaspersiano situazione-trascendenza, A. Maros Dell’Oro rilevava in M. Heidegger il rovesciamento esistenzialistico della approssimazione fenomenologica essenziale eidetica del suo maestro E. Husserl: autore di Essere e tempo del 1927 Heidegger si concentrava sui singoli individui e si impegnava nell’analisi dell’esistenza umana: nel suo esser gettato nel mondo l’esistenza autentica consapevole è per l’uomo essere per la morte o essere per il nulla, perché è l’esperienza del nulla a suscitare in noi l’angoscia che ci libera dall’esistenza inautentica ripetitiva della banalità e degli affanni della vita quotidiana persa nella chiacchiera e nella curiosità e presa dalle cose tra lo stress e la noia: «La filosofia di M. Heidegger ha così un certo qual tono crudo ed eroico, ma è infinitamente sconsolata. L’uomo è solo, in mezzo al gran vuoto del Nulla. Non vi è la fede di altri esistenzialisti… In Heidegger non ci aspetta che il nulla» (pp. 114-115).
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In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi, Le Monnier 1953 Angiolo Maros Dell’Oro sviluppava la seconda parte sulla reazione al positivismo passando dal discorso del terzo e quarto capitolo sui limiti filosofico-scientifici del positivismo al discorso del quinto, sesto e settimo capitolo sulla reazione filosofica al positivismo.
Il quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi di A. Maros Dell’Oro è Movimenti di esasperazione, ripartito nei quattro titoli Sfiducia nella ragione, S. A. Kierkegaard, F. Nietzsche e Lo slavismo: il discorso sulla reazione filosofica al positivismo comincia con una rassegna del pensiero e dei pensatori ottocenteschi contrari alla ragione.
Nel primo titolo del quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi la rassegna del pensiero e dei pensatori ottocenteschi contrari alla ragione era da A. Maros Dell’Oro avviata rimarcando la fiducia del positivismo nella ragione scientifica e l’identificazione filosofica metafisica hegeliana di realtà e ragione: se dall’accento sull’assurdità delle pretese assolutistiche della ragione si passava al richiamo dei limiti della nostra umana ragione, dall’affermazione della necessità della umana integrazione filosofica della nostra ragione si perveniva all’irrazionalismo gnoseologico e metafisico: Maros Dell’Oro sottolineava la varietà di questo antiintellettualismo dell’Ottocento e tra i vari antintellettualisti ottocenteschi l’emergere dei soli S. A. Kierkegaard e F. Nietzsche.
Nel secondo titolo del quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi il pensiero esistenzialistico di S. A. Kierkegaard (1813-1855) era da A. Maros Dell’Oro considerato «un urlo di dolore strappato dal dramma personale della vita» (p. 64): «Kierkegaard è uno spirito essenzialmente religioso… di Dio… non si interessa di dimostrare l’esistenza… o di conoscere la natura intrinseca. Va subito alla sua presenza immediata nella propria persona… Lo stesso peccato sta a provare Dio… tutto è peccato… la nostra stessa finitezza naturale non è solo limite ma peccato… Poiché… il nostro vivere mostra all’evidenza tutta una miseria peccaminosa l’aspetto naturalistico non deve essere la sua vera realtà» (pp. 64-65). A. Maros Dell’Oro poneva l’accento sulla religiosità cristiana della riflessione di S. A. Kierkegaard sul rapporto tra l’uomo e Dio: per Kierkegaard la comprensione dell’incontro di Dio con me nella mia persona richiede il salto qualitativo esistenziale della fede per sprofondare nella propria intimità e colmarvi la distanza tra se stesso finito e la divinità infinita secondo il senso della propria peccaminosità e la percezione della intima immediata presenza divina: nell’intimità della fede tempo umano ed eternità divina si incontrano nell’istante personale: nella fede diviene comprensibile l’assurdo per la ragione. Assurdo è al contrario l’eccesso razionale del panlogismo di G. W. F. Hegel: alla pretesa filosofica metafisica del sistema idealistico hegeliano di dedurre la necessità essenziale del tutto S. A. Kierkegaard opponeva l’indeducibilità metafisica della possibilità esistenziale del singolo: come singolo l’uomo sceglie la propria vita secondo libertà ed esclusività: A. Maros Dell’Oro concludeva rilevando per l’uomo nell’intimo tormento dell’angoscia il sintomo divino della libertà esclusiva kierkegaardiana opposta alla necessità inclusiva hegeliana.
Nel terzo titolo del quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi il discorso sulla reazione filosofica al positivismo secondo la contrarietà ottocentesca alla ragione prosegue col pensiero di F. Nietzsche (1844-1900): dice A. Maros Dell’Oro: «In Nietzsche il filosofo nasce dal disgusto per la filologia puramente erudita di sapore positivistico» (p. 67): Nietzsche si rivolge all’antica Grecia e rilevando l’altra faccia dell’anima greca ricompone il volto della grecità integrando la limpida forma razionale dello spirito apollineo con la oscura vita istintuale dello spirito dionisiaco; dalla sintesi dello spirito apollineo espresso nella poesia e nella scultura e dello spirito dionisiaco espresso nella musica nasce la tragedia greca. All’accento storico sull’oscuro senso dionisiaco della vita nell’antica Grecia A. Maros Dell’Oro sottolineava la corrispondenza nel primo Nietzsche dell’abbandono al dolore: con la successiva critica rivalutazione del significato del dolore alla noluntas rinunciataria di A. Schopenhauer F. Nietzsche oppone l’eroica accettazione della dolorosa realtà della vita: Nietzsche «predica l’amor fati»: «Anche il suo orizzonte si sposta. Ora lo occupa il problema della cultura moderna» (p. 68). Il sì alla realtà e al proprio destino porta F. Nietzsche ad opporre la vita alla ragione: Nietzsche nega che la vita sia comprensibile e dominabile colla ragione: dal prevalere dello spirito razionale apollineo sullo spirito istintuale dionisiaco nell’antica Grecia l’affermazione della ragione ha storicamente segnato la decadenza della nostra cultura occidentale dalla grecità classica socratica al positivismo contemporaneo: dice A. Maros Dell’Oro: «F. Nietzsche… trova che tutti i valori in cui oggi crede l’uomo sono sintomi di decadenza, strumenti che impoveriscono anziché rendere più piena e fervida la vita. Se la prende con le religioni, per la loro fede nel “fantasma dell’aldilà” per il quale gli uomini non si interessano più alla vita, la quale è invece l’unica vera realtà essenziale… il cristianesimo ha imposto all’Occidente “una morale da schiavi”… ha coalizzato la massa dei poveri, dei brutti, dei deboli contro gli uomini veramente superiori… Anche il socialismo, coi suoi ideali di eguaglianza e fratellanza, gli dà la nausea. Lo avrebbe iniziato Socrate, a cui Nietzsche non poteva perdonare le umili origini e la mania dialettica, ed oggi sarebbe risorto, più pericoloso ancora, sotto l’aspetto umanitario predicato dai vari A. Comte e dai vari K. Marx… Nietzsche critica pure la scienza… chi vede solo i fenomeni vede uno scheletro della realtà… la scienza è poi un altro strumento per livellare gli uomini… Anche G. W. F. Hegel non sfugge agli strali di Nietzsche, per la mania che ha di credere che la vita sia racchiudibile in uno schema dialettico della ragione» (pp. 68-69). Contro la ragione e i valori razionali decadenti della nostra cultura occidentale da Socrate al positivismo ottocentesco F. Nietzsche proclama quindi aristocraticamente il valore supremo della vita per la vita vissuta nella sua assoluta pienezza: «Distrutte queste “tavole dei vecchi valori” F. Nietzsche… è diventato il ditirambico celebratore della vita» (p. 69), dice A. Maros Dell’Oro. Il senso terrestre, mondano, immanente della vita per la vita vissuta nella sua assoluta pienezza è poi incarnato dal superuomo: il superuomo dovrà subentrare all’uomo: il superuomo di F. Nietzsche è l’emblema della nuova umanità che dice sì alla vita e accetta la realtà delle cose nell’identità del loro eterno ritorno: conclude A. Maros Dell’Oro: «Dapprima il superuomo è un essere superiore… Lo ha educato il dolore delle cose… Ma poi… anche gli uomini superiori di oggi sono soltanto i precursori di una razza luminosa del futuro… Dapprima il superuomo è il predominio dell’istinto, della forza, della violenza… Più tardi invece il superuomo incarna in sé, accanto alla forza, anche la raffinatezza della cultura e dell’arte in armonico sviluppo… Nietzsche infine crede di aver trovato una risposta all’angoscioso problema che, dopo tutto, anche i superuomini devono morire. Tale risposta sta nel mito dell’eterno ritorno delle cose… Agli occhi di Nietzsche l’eterno ritorno elimina anche la necessità di chiedere un perché alla vita» (p. 69-70).
Nel quarto ed ultimo titolo del quinto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi A. Maros Dell’Oro concludeva sulla reazione filosofica al positivismo secondo la contrarietà ottocentesca alla ragione richiamando pensiero e pensatori russi dell’Ottocento: se nel Settecento gli intellettuali russi si erano interessati dell’Illuminismo, di C. L. Montesquieu, Voltaire e J.-J. Rousseau, nei primi decenni dell’Ottocento in Russia si discuteva di G. W. F. Hegel e l’idealismo romantico tedesco classico postkantiano: di Hegel all’adesione alla razionalità del reale e alla dialettica storica V. G. Belinskij (1811-1848) faceva seguire il distacco dallo Spirito assoluto che sacrifica l’individuo e volge il soggetto singolo al proprio disegno animandolo e poi abbandonandolo: nella Russia dell’Ottocento al problema della filosofia si legava la questione culturale dell’opposizione di occidentalismo europeo e slavofilismo russo e la questione storico-culturale del panslavismo russo come idea e previsione del ruolo e della missione della Russia a favore dell’intera umanità. A. Maros Dell’Oro proseguiva sottolineando l’idea dello slavofilo e panslavista russo ottocentesco F. M. Dostoevskij (1821-1881) che la redenzione umana non passa per la ragione ma richiede i valori non razionali della fratellanza e del dolore: «Agli occhi di Dostoevskij l’Occidente era ricco di passato ma povero di avvenire; aveva una civiltà ormai al declino, che invano cercava di difendere con le filosofie e la scienza, sterili impalcature meccaniche… il mondo poteva essere rigenerato solo dal “vangelo del Cristo russo”, basato appunto sulla fratellanza e il dolore» (p. 72). All’individualismo della cultura occidentale era nella Russia dell’Ottocento dallo stesso L. N. Tolstoj (1828-1910) opposto il più vivo senso della famiglia e della collettività proprio degli umili e oscuri lavoratori dei campi: «La loro esistenza è dura, eppure sono sereni. Perché stanno vicini alla natura, questa grande madre… Chi vive per gli altri non conosce le ossessioni che tormentano l’egoista» (p. 72). Il filosofo e teologo ottocentesco russo V. Soloviev ( 1853-1900) rilevava infine l’esteriorità del sapere razionale ed empirico del pensiero filosofico-scientifico occidentale: per Soloviev l’interno dell’oggetto è disponibile alla sola intuizione, per cui all’essere si giunge per fede: «A Dio, termine supremo di tutta la realtà, l’uomo arriva non con le argomentazioni dei filosofi o le nozioni dello scienziato ma con la fede religiosa, con l’amore per i suoi simili, soprattutto con la creazione artistica, che trasfigura e spiritualizza le cose» (p. 72).
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In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi, Le Monnier 1953 alla prima parte sul positivismo secondo filosofia e scienza Angiolo Maros Dell’Oro faceva seguire la seconda parte sulla reazione al positivismo: la seconda parte comprende i capitoli dal terzo al settimo e dedica il terzo e il quarto capitolo ai limiti filosofico-scientifici del positivismo.
Il terzo capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi è dedicato alle insofferenze dei limiti positivisti: il terzo capitolo consiste dei due titoli La mortificazione dell’uomo e Risveglio della coscienza critica da A. Maros Dell’Oro rispettivamente dedicati alla ricezione dell’immagine positivistica del mondo e dell’uomo e alla critica delle tesi filosofiche positivistiche.
Nel terzo capitolo nel primo titolo La mortificazione dell’uomo in Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi A. Maros Dell’Oro iniziava la seconda parte sulla reazione al positivismo ponendo l’accento sulle conseguenze umane del superamento della visione tradizionale della realtà intervenuto con l’affermazione e lo sviluppo della concezione scientifica del mondo delineatasi con la Rivoluzione scientifica del Cinque-Seicento con la quale nasce la scienza moderna: l’immagine moderna dell’uomo e delle cose ha preso forma dalla rivoluzione fisico-astronomico-cosmologica eliocentrica copernicano-galileiana: «La Terra non era più il centro dell’universo, ma un comune pianeta che gira intorno al Sole. I progressi dell’astronomia, mostrando che il Sole è a sua volta una stella come innumerevoli altre, non fecero che aggravare la cosa… cominciò a balenare il sospetto che, lungi dall’esserne il re, l’uomo fosse solo uno dei tanti prodotti della natura, un piccolo fenomeno sperduto nell’universo, un attimo nell’infinito succedersi del tempo» (p. 47). Se fisico-astronomico- cosmologicamente non risultava più al centro del mondo e della natura, alla luce degli sviluppi scientifici psico-fisiologicamente l’uomo appariva quindi per se stesso completamente spiegabile fisico-chimicamente: dice A. Maros dell’Oro: «Più tardi la scienza mise in mostra che anche il nostro corpo è costituito dagli stessi elementi chimici e ubbidisce alle stesse leggi fisiche del resto della natura. Anzi, molti illuministi del Settecento e quasi tutti i positivisti dell’Ottocento ritennero che lo psichico (sensazioni e pensieri) si risolvesse nel fisiologico, e il fisiologico (la vita) nei fenomeni fisico-chimici» (p. 47). Biologicamente l’uomo non era più al centro del creato ma era solo un prodotto dell’evoluzione, psicologicamente il libero arbitrio umano si scontrava col determinismo meccanico «aggravato dall’assenza di un finalismo superiore» (p. 48): A. Maros Dell’Oro rilevava la crisi del positivismo nella reazione all’idea deterministica materiale meccanica e tecnica positivistica dell’uomo: «Il declino del positivismo, delineatosi verso il 1890 e precipitato nei primi anni del Novecento, ha qui gran parte della sua spiegazione. La filosofia si fa per argomenti. Ma, sotto, vi è sempre l’animo, che quando è insoddisfatto spinge la mente a trovare nuove convinzioni» (p. 49).
Nel terzo capitolo sulle insofferenze dei limiti positivisti Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi integra il primo titolo col secondo passando dalla reazione all’immagine scientifica positivistica della realtà alla discussione critica delle posizioni positivistiche sui problemi filosofici: A. Maros Dell’Oro sottolineava la tendenza positivista a confondere il piano della filosofia col piano della scienza come se le questioni filosofiche fossero definibili scientificamente: dalla scienza i positivisti traevano conclusioni filosofiche: in gnoseologia il realismo positivistico rimandava alla scienza; ma la scienza non eliminava il naturale bisogno metafisico dell’uomo e il metodo scientifico matematico ed empirico-sperimentale non poteva superare l’esperienza e decidere scientificamente della dimensione metafisica.
In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi il discorso sui limiti filosofico-scientifici del positivismo è scientificamente svolto nel quarto capitolo sulle difficoltà nella stessa scienza: A. Maros Dell’Oro affrontava le condizioni storico-scientifiche della crisi del determinismo materiale meccanico positivistico ottocentesco: per la scienza deterministica materiale meccanica positivistica di fine Ottocento a «la conservazione dell’energia, la riduzione di tutte le forme di questa ad energia meccanica, la teoria darwiniana dell’evoluzione» bastava aggiungere «la conservazione della materia, i tre principi della meccanica, la gravità di I. Newton, le leggi della chimica e forse uno o due principi generali ancora da scoprire in fisiologia perché si avesse il grosso di tutta la scienza della natura. Ai posteri non sarebbero rimaste che questioni di dettaglio. Ma alcune scoperte significative resero ben presto illusoria una simile convinzione» (p. 54). Le conseguenze dell’approfondimento scientifico fisico, chimico e biologico ottocentesco contrastavano col modello esplicativo materiale meccanico positivistico: in termologia dal 1824 con Sadi Carnot e il suo ciclo termodinamico ideale si era posta la questione della dissipazione dell’energia e dal 1850 con R. Clausius e il suo postulato termodinamico reale al principio di conservazione dell’energia si accompagnava il principio di degradazione dell’energia: il ciclo di Carnot è il ciclo termodinamico reversibile relativo alla ideale massima trasformazione meccanica di calore in lavoro nella quale «col lavoro prodotto dal salto di temperatura si sarebbe potuto ricondurre il calore alla temperatura iniziale» (p. 54); l’opposizione alla ideale reversibilità meccanica classica di Carnot era da A. Maros Dell’Oro storicamente rilevata nel postulato di Clausius che «il calore non può passare senza lavoro da un corpo più freddo ad uno più caldo» (p. 54); con l’affermazione termodinamica che nella dissipazione energetica l’energia degradata è irrecuperabile senza dispendio energetico il postulato di Clausius stabiliva che «non basta il lavoro prodotto col calore a riportare il calore alla temperatura di prima» (p. 54). A. Maros Dell’Oro insisteva sulla degradazione energetica termodinamica per passare al senso universale della estensione scientifica della irreversibilità alla natura e al mondo: «… in un sistema chiuso l’energia che si trasforma in calore non è più tutta ritrasmissibile da calore in altra forma di energia. Il mondo può considerarsi un sistema chiuso. Perciò in esso la forma calorica dell’energia va inesorabilmente aumentando a spese delle altre forme» (p. 54). Da Sadi Carnot a R. Clausius il principio dell’irreversibilità delle trasformazioni del lavoro in calore, per il quale il calore dissipato non è ritrasformabile in lavoro, diventava nell’Ottocento il secondo principio della termodinamica: il secondo principio della termodinamica o principio di Carnot-Clausius «ha avuto un significato profondo» (p. 55), dice A. Maros Dell’Oro: l’irreversibilità delle trasformazioni e dei fenomeni naturali dipende dalla dissipazione, degradazione, dispersione di energia; la dissipazione, degradazione, dispersione di energia è probabilisticamente esprimibile come aumento del disordine , e l’aumento del disordine o caos nelle trasformazioni e nei fenomeni naturali è scientificamente definibile in termini di entropia; letteralmente secondo la costruzione greca come l’energia esprime il contenuto di lavoro così l’entropia determina il contenuto di trasformazione, per cui il secondo principio della termodinamica stabilisce l’aumento di entropia nelle trasformazioni e nei fenomeni naturali irreversibili. Stabilendo nel disordine o caos della dispersione energetica l’irreversibilità nelle trasformazioni e nei fenomeni naturali l’entropia determina la direzione dell’ordine, il senso del cosmo, il verso dell’universo: definendo l’entropia nel mondo il secondo principio della termodinamica sanciva l’introduzione scientifica del tempo e della storia nella natura: dice A. Maros Dell’Oro: «Insieme con la teoria dell’evoluzione il secondo principio della termodinamica o principio di Carnot-Clausius ha contribuito a rompere per sempre l’idea di una natura la quale non farebbe che ripetersi dall’eternità, e ha invece introdotto la storia anche nel mondo della fisica» (p. 55). Nel ribadirne il significato storico A. Maros Dell’Oro concludeva sul secondo principio della termodinamica sottolineando l’interpretazione probabilistica di questo principio di Carnot-Clausius dovuta a Ludwig Boltzmann (1844-1906): «L. Boltzmann spiegò l’entropia come la conseguenza della maggior probabilità per i fenomeni dello stato di disordine che di quello di ordine» (p. 55): nella seconda metà dell’Ottocento Boltzmann sviluppava la teoria cinetica dei gas e fondava la meccanica statistica che giustificava statisticamente l’entropia stabilita dal secondo principio termodinamico e secondo l’andamento più probabile dei fenomeni contro il corso improbabile ma non impossibile degli eventi spiegava teoricamente la direzione privilegiata dei processi naturali.
In Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi A. Maros Dell’Oro proseguiva sulle condizioni storico-scientifiche della crisi del determinismo materiale meccanico positivistico ottocentesco rilevando la linea di sviluppo del modello esplicativo meccanico nella scienza fisica dell’Ottocento: «Anche nella riduzione di tutti i fenomeni fisici a fenomeni meccanici intervenne prima un arresto e poi un’inversione di rotta» (pp. 55-56): nella parabola della fisica meccanica ottocentesca il punto di svolta è riconducibile a M. Faraday e a J. C. Maxwell: «Il merito fu delle esperienze di Michael Faraday (1791-1867) e delle geniali intuizioni dello scozzese James Clerk Maxwell (1831-1879)» (p. 56). A. Maros Dell’Oro sottolineava il ruolo delle esperienze di M. Faraday nel superamento dei vecchi fluidi elettrici e magnetici e secondo la continuità del campo e delle sue linee di forza nella sostituzione dei fluidi elettro-magnetici con le vibrazioni ad onde trasversali al senso di propagazione come le onde di luce: secondo l’identità ondulatoria di elettromagnetismo e luce avvalorata dalla constatata identità della loro velocità di trasmissione nel vuoto pari a 300.000 km al secondo con la teoria elettromagnetica della luce J. C. Maxwell concludeva che i fenomeni luminosi sono fenomeni elettromagnetici e le onde della luce sono onde elettromagnetiche: secondo l’identità ondulatoria di elettromagnetismo e luce Maxwell elaborava la teoria fisica matematica del campo elettromagnetico la quale postulava l’esistenza delle onde elettromagnetiche della stessa natura delle onde luminose; l’esistenza delle onde elettromagnetiche previste teoricamente da Maxwell era provata sperimentalmente nel 1887 da H. Hertz (1857-1894) che le produceva in laboratorio; «più tardi, ad opera del nostro Augusto Righi e di altri, vennero scoperti nel campo elettromagnetico gli stessi fenomeni di riflessione, rifrazione, diffrazione, polarizzazione del campo ottico. L’idea di Maxwell finì così per imporsi, e da allora per i fisici la luce è una vibrazione elettromagnetica» (p. 56). A. Maros Dell’Oro insisteva sulla capacità di J. C. Maxwell di definire scientificamente l’idea di campo, «”l’invenzione più importante dal tempo di I. Newton in poi”, come ebbe a dire A. Einstein» (p. 56): introdotto come il vecchio etere di C. Huygens e A. Fresnel il campo doveva spiegare i fenomeni meccanicamente ma le sue leggi non erano meccaniche; la vera centralità dello spazio fra cariche e particelle nei fenomeni elettromagnetici era stata compresa da M. Faraday; J. C. Maxwell seppe quindi dare realtà fisica al concetto di campo: «Ben presto il campo elettromagnetico, eliminato il vecchio etere, le cui proprietà eran risultate troppo ingombranti o addirittura contraddittorie, divenne ciò che veramente spiegava i fenomeni elettromagnetici e luminosi. Lungi quindi dall’essere riducibile alla meccanica, l’elettromagnetismo le strappava anzi l’ottica» (p. 56). A. Maros Dell’Oro concludeva sulla linea di sviluppo del modello esplicativo meccanico positivistico nella scienza fisica dell’Ottocento rilevando l’estrema fase discendente della parabola della fisica meccanica ottocentesca nella teoria elettronica della materia di H. A. Lorentz (1853-1928): secondo l’elettrodinamica dei corpi in movimento Lorentz seguiva i principi dell’elettromagnetismo per ricondurre le proprietà materiali meccaniche al moto delle cariche elettriche: «L’universo, nella concezione di Lorentz, diventava un immenso campo elettromagnetico con successive condensazioni e rarefazioni, nel quale i nuclei di maggiore intensità corrispondevano a quelli che, ai nostri grossolani sensi, appaiono i corpi» (p. 57).
Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi continuava sulle condizioni storico-scientifiche della crisi del determinismo materiale meccanico positivistico ottocentesco passando all’opposizione al modello esplicativo meccanico negli sviluppi della scienza biologica dell’Ottocento: A. Maros Dell’Oro poneva l’accento sulla confutazione scientifica sperimentale della generazione spontanea da parte di L. Pasteur (1822-1895) e sul rifiuto dell’idea evolutiva neolamarckiana dell’ereditarietà dei caratteri acquisiti basato sull’integrità ambientale del germoplasma dovuto a A. Weismann (1834-1914): «Pasteur… dimostrò che in una soluzione acquosa perfettamente sterilizzata dai microrganismi la vita non si sviluppa… Weismann… dimostrò che le cellule germinali rimangono intatte, qualunque cosa avvenga al corpo, e quindi trasmettono immutabilmente i caratteri della specie» (p. 57).
Nel terzo ed ultimo titolo del quarto capitolo di Filosofia, scienza e tecnica dal positivismo a oggi A. Maros Dell’Oro concludeva il discorso scientifico sui limiti filosofico-scientifici del positivismo sottolineando il superamento del materialismo meccanicistico del determinismo nella scienza di fine Ottocento secondo i grandi sviluppi scientifici ottocenteschi: «Il secondo principio termodinamico di Carnot-Clausius e la teoria elettromagnetica di J. C. Maxwell, la lotta di L. Pasteur contro la generazione spontanea e le critiche a J. B. Lamarck e a C. R. Darwin fecero fare enormi progressi alla scienza e alla tecnica… al tempo stesso… contribuirono a far nascere il sospetto che la natura fosse molto più ricca e complessa e misteriosa di quanto credeva il vecchio positivismo» (p. 58).