Frontespizio della tesi di laurea magistrale di Matteo Martini
Citazioni iniziali e indice della tesi di laurea magistrale di Matteo Martini
Ogni interesse della mia ragione, tanto speculativa quanto pratica, si concentra nelle tre domande seguenti: 1) che cosa posso sapere? 2) Che cosa devo fare? 3) Che cosa ho diritto di sperare?
Immanuel Kant, Critica della ragione pura, 1781 e 1787, Bompiani 1987, p. 785
Secondo la filosofia critico-trascendentale Immanuel Kant estendeva l’indagine sulla possibilità dell’a priori dall’esperienza conoscitiva all’esperienza pratica: la critica della ragion pura aveva definito i modi della ragione pura teoretica; l’esistenza di una ragione pura pratica è definita dalla critica della ragion pratica.
In Kant la critica della ragion pratica integra la critica della ragion pura: la metafisica non è conoscenza ma può essere ripresa nella dimensione etico-religiosa; all’esperienza etica o morale si riferisce la ragione pratica; gli oggetti della metafisica tradizionale diventano così postulati della ragion pura pratica.
«Ho dovuto dunque eliminare il sapere per far posto alla fede»: ecco in Kant il passaggio della metafisica dalla conoscenza alla morale: separando la metafisica dalla scienza e recuperando gli oggetti della metafisica nel contesto etico-religioso Kant sancisce il primato della ragione pratica sulla ragione teoretica.
L’esistenza nell’uomo di una ragion pura pratica è da Kant riferita alla possibilità della ragione umana di determinare da sola la nostra volontà muovendola all’azione: in noi la capacità della pura ragione di muovere la volontà rende la legge morale sintetica a priori, poiché la moralità dipende non dall’esperienza ma dalla ragione, alla quale si deve l’introduzone del principio etico; la volontà razionalmente determinata secondo la legge morale è volontà buona legata all’autonomia della coscienza morale umana.
Per Kant la coscienza morale è letteralmente autonoma in quanto è legge a se stessa e rende l’uomo libero: nel guardare al principio etico l’uomo prescinde dai motivi materiali dell’esperienza sensibile fenomenica per considerare la forma pura a priori della ragione pratica; per Kant la coscienza della legge morale è un fatto della ragione.
La consapevolezza razionale della legge morale come principio etico è il fatto della ragion pura pratica: per Kant la voce della coscienza è la voce della ragione e la ragione pura pratica accompagna la scelta che determina la volontà all’azione; la ragion pura pratica è formale ed esprime la legge morale come imperativo categorico che ordina assolutamente indicando all’uomo cosa deve fare.
L’assolutezza del dovere morale è rappresentata dall’unicità della forma della ragion pura pratica: la legge morale è imperativo categorico formale razionale noumenico che comanda senza le condizioni degli opposti imperativi ipotetici materiali sensibili fenomenici; in ogni formulazione l’imperativo categorico resta in Kant l’espressione etica formale dell’immedesimazione umana.
All’etica materiale dell’immedesimazione umana Kant opponeva la propria trasposizione formale della regola aurea evangelica “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te”: nella morale razionale kantiana il criterio etico diventa l’universalizzabilità della massima: da Kant una massima è morale e da principio soggettivo è oggettivamente legittimata se è suscettibile di universalizzazione o validità per tutti gli uomini; per Kant l’universalizzazione è moralmente assoluta e non si limita a definire l’orizzonte morale dell’esperienza umana ma determina la necessità etica e quindi l’accettabilità morale di ogni principio secondo bene e dover essere.
La definizione assoluta del dominio etico rimanda in Kant alla fondazione della morale: la morale è basata e riposa sulla forma della ragion pura pratica: la forma della ragione pura pratica è essenzialmente esprimibile nelle formule della legge morale o imperativo categorico: “Agisci come se la massima della tua azione potesse essere dalla tua volontà elevata a principio di una legislazione universale”; “agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona che nella persona di ogni altro uomo, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”; “agisci come se appartenessi al regno dei fini e fossi quindi insieme legislatore e suddito di questo regno delle volontà libere e ragionevoli”.
La fondazione completa della morale è da Kant riportata ai postulati della ragion pura pratica: la ragion pura pratica richiede le relative condizioni di esercizio: è il contesto del recupero etico kantiano degli oggetti della metafisica tradizionale.
Gli oggetti della metafisica tradizionale erano Dio, la libertà e l’immortalità dell’anima: nel recuperarli eticamente come postulati della ragion pura pratica Kant interpretava 1) la libertà, 2) Dio e 3) l’immortalità dell’anima in senso morale secondo il relativo significato.
1) In prima istanza la libertà è per Kant condizione non solo negativa ma anche positiva della morale: la morale richiede la libertà o non necessità della determinazione della volontà all’azione, ma la scelta libera o non necessaria definisce negativamente la morale dicendo cosa la morale non è; la libertà definisce quindi positivamente la morale dicendo cosa la morale è. La libertà è condizione essenziale della morale: la libertà è condizione della moralità: per Kant la libertà è ratio essendi, ragion d’essere della moralità; richiedendo la determinazione puramente razionale della volontà la moralità richiede in effetti l’autonomia della scelta come indipendenza della decisione dai motivi materiali sensibili fenomenici necessari. La scelta formale razionale noumenica libera è così per Kant il presupposto della moralità: presupponendo la libertà la moralità ci fa sperimentare la libertà: come azione di pura ragione l’azione morale è libera e apre l’uomo all’esperienza della libertà; se la libertà è ratio essendi della moralità, la moralità è dunque per Kant ratio cognoscendi della libertà, motivo di conoscenza o appunto esperienza della libertà.
2) La moralità è libera e insieme virtuosa: la determinazione morale puramente formale razionale noumenica della volontà all’azione buona prevede l’affrancamento intenzionale dell’uomo dai motivi materiali dell’io sensibile fenomenico; la difficoltà per l’uomo di liberarsi dalle condizioni sensibili elevandosi dalla dimensione fenomenica al dominio noumenico rende la moralità virtuosa meritevole di riconoscimento, per cui nell’uomo la virtù merita la felicità; come garante del sommo bene quale accordo di virtù e felicità Dio è per Kant così richiesto o postulato dalla ragion pura pratica.
3) La moralità virtuosa è per l’uomo un compito infinito: nell’uomo le condizioni sensibili dell’esistenza fenomenica rendono moralmente perfetta e quindi completamente determinata dalla legge morale solo la volontà santa: come condizione della volontà santa l’immortalità dell’anima e quindi la vita infinita sono per Kant richieste o postulate dalla ragion pura pratica.
Se l’ideale morale è la moralità l’eticità politica e giuridica si ferma per Kant alla legalità morale come adesione formale esteriore alla legge morale.
La religione è ormai in I. Kant appendice, e non più fondamento, della morale: la religione nei limiti della semplice ragione diventa la conoscenza dei nostri doveri come comandi divini.
In un genere delle sue conoscenze la ragione umana ha il particolare destino di venir assediata da questioni che non può respingere, poiché le sono assegnate dalla natura della ragione stessa, ma alle quali non può neppure dare risposta, poiché oltrepassano ogni potere della ragione umana
Immanuel Kant, Critica della ragione pura, 1781 e 1787, Bompiani 1987, p. 7
Dall’apparenza sensibile come fenomeno Immanuel Kant si concentra sulla apparenza illusoria o parvenza razionale: la dialettica trascendentale kantiana è la logica dell’apparenza illusoria o parvenza relativa a errori e contraddizioni in cui la ragione cade naturalmente quando tenta di oltrepassare i limiti della umana esperienza possibile.
La dialettica trascendentale studia la ragione in senso stretto e le sue strutture: alla ragione Kant oppone l’intelletto: le categorie dell’intelletto possono legittimamente applicarsi solo entro l’orizzonte dell’esperienza possibile; la ragione è al contrario la facoltà dell’incondizionato e della metafisica ed esprime l’umana esigenza dell’assoluto, il bisogno strutturale di andare oltre il finito superando i limiti sensibili fenomenici della nostra esperienza entro i quali soltanto è collocabile la conoscenza umana.
Nella dialettica trascendentale Kant si rivolge alla metafisica e all’uso regolativo delle idee razionali: dalla dialettica trascendentale come logica della parvenza razionale si passa alle 3 forme pure a priori o idee della ragione in senso stretto quale facoltà della metafisica: secondo la naturale spinta della ragione a svincolarsi dall’esperienza possibile l’intelletto è dalle idee razionali portato nel vuoto dello spazio intelligibile e non più sostenuto dall’aria dell’esperienza sensibile fenomenica non vola ma precipita in errori e contraddizioni; assolutamente prive di valore conoscitivo le idee della ragione hanno funzione esclusivamente regolativa.
La funzione regolativa delle 3 idee della ragione in senso stretto consiste nel portare ad unità l’esperienza possibile: Kant rileva che si sistemano i fenomeni come se 1) gli umani avessero l’anima quale principio, 2) i naturali riconducessero a principi cosmici intelligibili e 3) tutti quanti dipendessero dalla divina Intelligenza; le idee razionali sono così rappresentative dei tre oggetti della metafisica tradizionale ovvero 1) l’anima quale unità ideale del mondo mentale umano trattata nella psicologia razionale, 2) il mondo come totalità quale unità noumenica potenzialmente infinita di tutti i fenomeni affrontata nella cosmologia razionale e 3) Dio quale unità dell’intera realtà, naturale e mentale, considerata nella teologia razionale.
Nel portare ad unità l’esperienza per Kant la ragione va oltre i limiti della stessa esperienza possibile cadendo in contraddizioni su 1) anima, 2) mondo e 3) Dio.
1) Per l’anima la contraddizione è da Kant riportata al paralogismo della psicologia razionale: l’anima non è esperibile ed esperibili sono i soli dati del senso interno; l’anima è unità ontologica noumenica inconoscibile la quale risulta dall’applicazione della categoria intellettuale pura di sostanza non alle intuizioni sensibili fenomeniche ma all’Io penso o unità sintetica dell’appercezione; autocoscienza o coscienza intellettuale di sè e della propria esistenza, unità sintetica che in ogni soggetto umano conoscente presiede all’unificazione concettuale pura del molteplice dell’intuizione sensibile, l’Io penso è assunto come anima.
2) Per il mondo come totalità le contraddizioni sono da Kant riportate alle antinomie della cosmologia razionale: come totalità dei fenomeni il mondo supera l’umana esperienza possibile; come unità infinita potenziale dell’intera natura il mondo è idea strutturalemnte contraddittoria che conduce a insolubili conflitti di leggi; conflitti di leggi sono letteralmente le antinomie, e le antimomie cosmologiche sono le quattro opposizioni metafisiche se il mondo sia 1) finito o infinito, 2) infinitamente divisibile o atomico, 3) libero o necessario e 4) dotato o privo di un essere assolutamente necessario.
3) Per l’esistenza di Dio Kant rileva la fallacia dell’argomento ontologico: la prova a priori dell’esistenza di Dio rimanda al concetto di Dio come essere perfetto che deve necessariamente esistere perché altrimenti mancherebbe della perfezione dell’esistenza; nella prova ontologica c’è confusione di concetto ed esistenza, di idea a realtà; ogni affermazione di realtà richiede richiede la conferma dell’esperienza, ma in quanto fuori dello spazio e del tempo Dio non è esperibile.
L’esperienza possibile rimane per Kant l’orizzonte di ogni conoscenza reale: oltrepassando i limiti dell’esperienza possibile la metafisica non è conoscenza e gli oggetti della metafisica non sono trattabili scientificamente e sono recuperabili solo sul piano morale ed etico-religioso: «Ho dovuto dunque eliminare il sapere per far posto alla fede» (Immanuel Kant, Critica della ragione pura, 1781 e 1787, Bompiani 1987, p. 33).
Quando Galilei fece rotolare le sue sfere su di un piano… e Torricelli fece sopportare all’aria un peso, che egli sapeva di già uguale a quello di una colonna d’acqua conosciuta, e, più tardi, Stahl trasformò i metalli in calce e questa di nuovo in metallo, togliendovi o aggiungendo qualche cosa, fu una rivelazione luminosa per tutti gli investigatori della natura. Essi compresero che la ragione vede solo ciò che lei stessa produce secondo il proprio disegno, e che, con i principi dei suoi giudizi secondo leggi immutabili, deve essa entrare innanzi e costringere la natura a rispondere alle sue domande
Immnuel Kant, Critica della ragion pura, 1781 e 1787, Laterza 1965
In Immanuel Kant l’esistenza del sintetico a priori come conoscenza razionale pura indipendente dall’esperienza sensibile è la conclusione razionalistica della risposta all’esito scettico dell’empirismo di David Hume: la salvaguardia della scienza come sapere oggettivo fenomenico porta Kant a fondare la conoscenza umana sulle forme fisse e immutabili di una ragione assoluta metafisica; la possibilità formale assoluta di un inquadramento temporale oggettivo del materiale sensibile stabilisce la possibilità conoscitiva assoluta della costituzione dell’oggetto dell’esperienza dotando le forme pure della ragione umana di validità oggettiva assoluta esprimibile in principi sintetici a priori.
I principi della conoscenza umana sono giudizi o proposizioni: la conoscenza implica il pensiero, e pensare è giudicare; Kant propone così la propria classificazione dei giudizi.
Kant classifica i giudizi secondo la duplice divisione in analitici e sintetici e in a priori e a posteriori, cioè secondo l’ampliamento della conoscenza e la dipendenza dall’esperienza: i giudizi analitici sono puramente esplicativi e non ampliano la nostra conoscenza, i giudizi sintetici al contrario non sono puramente logico-analitici e ampliano la nostra conoscenza; i giudizi a priori sono assolutamente indipendenti dall’esperienza, i giudizi a posteriori al contrario dipendono essenzialmente dall’esperienza sensibile e dai fatti del mondo. Basandosi essenzialmente sul principio logico di non contraddizione i giudizi analitici sono semplicemente a priori; i giudizi sintetici possono invece per Kant riferirsi all’esperienza o alla pura ragione ed essere quindi rispettivamente a posteriori o a priori.
Alla possibilità di giudizi sintetici a priori corrisponde in Kant la possibilità di anticipare la forma del mondo fenomenico umanamente conoscibile: ecco su sostanza, causalità e induzione il rovesciamento da Hume a Kant: sostanza e causalità sono per Kant forme razionali pure della conoscenza oggettiva capaci di ordinare ogni possibile materiale dell’esperienza sensibile diventando principi della realtà fenomenica; sostanza e causalità e gli altri principi della realtà fenomenica esprimono per Kant la legislazione formale razionale pura dell’universo garantendo l’uniformità della natura come principio della conformità cosmica a leggi il quale giustifica il principio di induzione come principio della conclusione della conformità del futuro al passato.
Sostanza, causalità e induzione sono principi fondati sulla ragione pura: il riconoscimento delle forme razionali pure come costitutive dell’oggetto della conoscenza portava Kant alla sua critica della ragion pura: la ragione è la nostra umana capacità di conoscere e la critica della ragione è l’indagine sul potere e sui limiti della ragione così intesa; la ragione pura definisce i modi della conoscenza a priori o indipendente dall’esperienza sensibile; la critica della ragion pura è così l’indagine su potere e limiti della umana capacità di conoscere a priori.
L’indagine sulle modalità della conoscenza a priori è da Kant definita trascendentale: «Chiamo trascendentale ogni conoscenza che si occupa non tanto di oggetti quanto invece del nostro modo di conoscere gli oggetti nel senso che tale modo deve essere possibile a priori» (Immanuel Kant, Critica della ragione pura, 1781 e 1787, Bompiani 1987, p. 67): per l’indagine su potere e limiti della nostra ragione la filosofia di Kant è filosofia critica o criticismo; per l’indagine sulle forme pure della ragione come modi a priori della conoscenza umana la filosofia di Kant è filosofia trascendentale o trascendentalismo; la filosofia di Kant è dunque critico-trascendentale.
Secondo l’impostazione critico-trascendentale Immanuel Kant distingue materia e forma e le facoltà della conoscenza umana. La conoscenza umana prevede il concorso delle due facoltà o capacità della nostra mente: la ricettività passiva della sensibilità e la spontaneità attiva dell’intelletto: per Kant «vi sono due ceppi della conoscenza umana… cioè sensibilità e intelletto: attraverso la prima gli oggetti ci sono dati, attraverso il secondo essi sono pensati» (I. Kant, Critica della ragione pura, Bompiani 1987, p. 71). La sensibilità è la fonte della materia della conoscenza umana: la materia sono per Kant le sensazioni; la materia è per Kant l’elemento indeterminato, indefinito. La determinazione, la definizione degli elementi indeterminati, indefiniti dipende dalla forma: la forma è per Kant l’elemento determinante, definente della conoscenza umana; per Kant le forme strutturano, ordinano il materiale sensibile introducendo nella nostra conoscenza gli elementi razionali puri che rendono possibile la conoscenza a priori.
Conoscenza a priori o indipendente dall’esperienza è per Kant possibile nella scienza: la matematica è per Kant scienza pura basata su giudizi sintetici a priori; sintetici a priori sono per Kant i principi della fisica. Sapere a priori è per definizione la metafisica: per Kant la metafisica esprime l’esigenza naturale della ragione umana di portare ad unità la nostra esperienza; per Kant la metafisica non è tuttavia scienza, perché supera i limiti dell’esperienza possibile. La metafisica è quindi il “campo di battaglia” di contrasti senza fine: gli oggetti della metafisica tradizionale sono Dio, la liberta e l’immortalità dell’anima e in Kant perdono significato conoscitivo ed assumono significato morale diventando postulati della ragion pura pratica.
La definizione della metafisica come sapere a priori è da Kant affrontata secondo la sua rivoluzione copernicana filosofica: non è il soggetto conoscente a ruotare attorno all’oggetto della conoscenza ma è l’oggetto della conoscenza a ruotare attorno al soggetto conoscente; fuor di metafora, per Kant, è la realtà oggettiva fenomenica a corrispondere alla ragione umana che la costituisce ordinandola secondo le sue forme pure.
Ecco in Kant idea e divisione della critica della ragion pura: nella conoscenza umana il materiale sensibile è ordinato secondo le forme pure della nostra ragione come facoltà o capacità conoscitiva: della sensibilità e delle sue forme pure o a priori si occupa l’estetica trascendentale; del pensiero e delle forme pure dell’intelletto e della ragione in senso stretto si occupa la logica trascendentale ripettivamente nell’analitica e nella dialettica trascendentali.
Come dottrina della sensibilità l’estetica trascendentale precederà nella teoria della conoscenza: ogni nostra conoscenza comincia coll’esperienza sensibile, la quale stimola e attiva l’umana facoltà di conoscere; le nostre sensazioni sono per Kant prodotte dall’incontro del soggetto conoscente senziente con la cosa in sé o “noùmeno”. Come realtà essenziale indipendente dalla mente umana per Kant la cosa in sé è noumeno perché è semplicemente pensabile e non conoscibile rappresentando la causa problematica delle nostre sensazioni: le sensazioni costituiscono la materia della conoscenza e sono modificazioni o affezioni della sensibilità come capacità di ricevere i dati sensibili e di strutturarli ordinandoli secondo le sue forme razionali pure a priori; l’ordinamento strutturale del materiale sensibile secondo le forme pure della ragione costituisce i fenomeni e il mondo fenomenico come realtà oggettiva umanamente conoscibile. I fenomeni sono per definizione le cose come ci appaiono e rappresentano per Kant l’unica realtà che l’uomo possa conoscere: il fenomeno è opposto alla cosa in sé, la quale rappresenta idealmente l’essenza del mondo.
Come fenomeni gli oggetti sono per Kant disponibili alla mente umana già a livello della sensibilità: come dati risultanti dall’interazione tra il mondo in sè e la nostra sensibilità le sensazioni sono da noi immediatamente organizzate in percezioni; come oggetti immediati della sensibilità le nostre percezioni sono da Kant definite intuizioni; per Kant nell’uomo le intuizioni sono solo sensibili e l’intuizione intellettuale è creativa ed è solo di Dio.
Alla materia rappresentata dalle sensazioni si accompagnano per Kant le due forme dell’intuizione sensibile: lo spazio e il tempo; le forme sensibili pure spazio-temporali sono per Kant condizioni della percezione. Come coscienza sensibile la percezione prevede per Kant l’inquadramento delle sensazioni nello spazio e nel tempo: lo spazio è la forma del senso esterno ed introduce le relazioni sensibili esteriori, il tempo è direttamente la forma del senso interno e presiede ai rapporti sensibili interiori; il tempo è poi indirettamente la forma dell’intuizione sensibile in generale secondo permanenza, successione e simultaneità.
L’intuizione o percezione sensibile è per Kant espressione della ricettività della nostra mente opposta alla spontaneità del pensiero umano: Kant rileva l’indipendenza della realtà percettiva dall’intelletto e dalle sue forme pure a priori.
Le forme pure dell’intelletto sono da Kant affrontate nell’analitica dei concetti: i concetti sono i modi del pensiero, senza il quale non c’è conoscenza; ma pensare è giudicare e quindi la conoscenza è giudizio. Come forme a priori del pensiero i concetti sono da Kant così ricavati dalla classificazione logica dei giudizi: la deduzione dei concetti puri dell’intelletto dalla tavola dei giudizi è da Kant definita deduzione metafisica: l’attività dell’intelletto consiste nella sintesi o unificazione di termini in un giudizio, per cui alle funzioni logiche di pensiero e giudizio corrispondono i modi della sintesi o unificazione secondo i concetti puri dell’intelletto; come modalità dell’unità sintetica del pensiero i concetti puri dell’intelletto costituiscono la realtà oggettiva fenomenica oggetto della nostra conoscenza; per la portata oggettiva i concetti puri dell’intelletto sono da Kant aristotelicamente definiti categorie.
Nelle categorie di Aristotele la valenza logico-linguistica rimandava alla dimensione ontologica: la dimensione ontologica assoluta aristotelica è oggettivisticamente e realisticamente inquadrata; soggettivisticamente e idealisticamente l’ontologia di Kant si riferisce al contrario non all’essere in sé ma al mondo fenomenico costituito dal soggetto conoscente secondo le proprie categorie.
Il carattere soggettivo delle categorie pone la questione della loro validità oggettiva: la giustificazione della validità oggettiva delle categorie è da Kant definita deduzione trascendentale; la deduzione trascendentale è in Kant quindi intesa a legittimare l’applicazione delle categorie agli oggetti della nostra esperienza.
Nella deduzione trascendentale delle categorie I. Kant rileva nei concetti puri dell’intelletto le condizioni della possibilità dell’esperienza umana: l’esperienza conoscitiva è sapere della realtà oggettiva; i presupposti della conoscenza coincidono così con i presupposti dell’oggetto della conoscenza intesi come forme costitutive della nostra esperienza conoscitiva.
Sapere della realtà oggettiva costituita dal soggetto conoscente la nostra conoscenza passa per Kant per l’applicazione dei concetti puri dell’intelletto o categorie agli oggetti dell’esperienza : nell’idea kantiana la conoscenza è sintesi o unificazione categoriale intellettuale oggettiva fenomenica del molteplice dell’intuizione sensibile; principio dell’unificazione e centro della sintesi intellettuale è kantianamente l’Io penso o unità sintetica dell’appercezione; l’Io penso kantiano è la coscienza o autocoscienza umana come consapevolezza di sé e della propria esistenza.
La questione della possibilità di riferire i concetti puri dell’intelletto o categorie agli oggetti dell’esperienza è da Kant sviluppata nell’analitica dei principi: tra sensibilità e intelletto media per Kant l’immaginazione; le categorie intellettuali possono applicarsi alle intuizioni sensibili mediante gli schemi puri dell’immaginazione. Valorizzando la facoltà di immaginazione Kant passa dalla deduzione trascendentale delle categorie alla dottrina dello schematismo trascendentale: all’applicabilità dei concetti alle intuizioni rimanda la validità oggettiva delle categorie intellettuali; la legittimazione della pretesa delle categorie a valere a priori degli oggetti d’esperienza è da Kant riferita alla mediazione degli schemi puri dell’immaginazione come determinazioni a priori del tempo. Lo schematismo trascendentale è così in Kant il presupposto dell’idea delle condizioni della possibilità dell’esperienza come condizioni della possibilità degli oggetti dell’esperienza: dalla possibilità di costituzione dell’oggettività segue naturalmente la possibilità di giudizi sintetici a priori; dalla tavola delle categorie intellettive Kant può passare al sistema dei principi sintetici a priori.
I principi sintetici a priori riportano in Kant alle condizioni dell’applicazione oggettiva delle categorie: determinando a priori il tempo gli schemi puri dell’immaginazione trascendentale stabiliscono un ordine oggettivo nei fenomeni; come forma dell’intuizione sensibile in generale il tempo è l’orizzonte di ogni fenomeno umanamente percepibile, per cui non possono darsi fenomeni non temporalizzati; alla possibilità di inquadramento temporale oggettivo di ogni fenomeno secondo le forme degli schemi puri dell’immaginazione corrisponde la possibilità di ordinarlo secondo le categorie o concetti puri dell’intelletto.
Corrispondentemente alla tavola dei giudizi le 12 categorie erano state da Kant ripartite in 4 gruppi di 3: corrispondentemente 4 sono i gruppi dei principi sintetici a priori: 1) assiomi dell’intuizione, 2) anticipazioni della percezione, 3) analogie dell’esperienza e 4) postulati del pensiero empirico in generale; le analogie dell’esperienza corrispondono alle categorie della relazione.
Le categorie di relazione sono: 1) sostanza e accidenti, 2) causa ed effetto e 3) azione reciproca o interazione; ciascuna categoria di relazione è rappresentata in una analogia dell’esperienza. I principi sintetici a priori delle analogie dell’esperienza esprimono così rispettivamente i principi scientifici di 1) conservazione della massa o quantità di materia, di 2) inerzia e di 3) azione e reazione: il pensiero di I. Kant è scientificamente ispirato; affermando la legge del nesso di causa ed effetto e sviluppando il concetto di causa come forza determinante nel principio di causalità la seconda analogia dell’esperienza può ben rappresentare il cuore di Kant.
I principi sintetici a priori prevedono per Kant la possibilità di inquadrare il materiale sensibile in un ordine temporale oggettivo: 1) permanenza, 2) successione e 3) simultaneità oggettive sono gli schemi puri dell’immaginazione che mediano l’applicazione empirica fenomenica delle rispettive categorie di relazione secondo le corrispondenti analogie dell’esperienza; le categorie o concetti puri dell’intelletto possono così valere a priori degli oggetti dell’esperienza.
La possibilità di ordinare i fenomeni secondo le categorie dell’intelletto come forme razionali pure produce il mondo oggettivo: imponendo le sue regole per Kant l’intelletto è il legislatore della natura; riferendosi alle forme pure a priori il proprio idealismo è da Kant definito formale o trascendentale.
Il proprio idealismo formale o trascendentale è da Kant opposto all’idealismo da lui definito materiale: l’idealismo materiale è l’idealismo problematico di R. Cartesio e l’idealismo dogmatico di G. Berkeley e ritiene l’esistenza degli oggetti nello spazio fuori di noi rispettivamente dubbia e indimostrabile o falsa e impossibile; dell’idealismo materiale Kant propone la confutazione.
La confutazione o dimostrazione dell’insostenibilità dell’idealismo materiale è da Kant riferita al senso interno: è la coscienza empirica della propria esistenza a provare l’esistenza degli oggetti nello spazio fuori di noi: la coscienza interna fluisce nel tempo senza identità stabile; la successione interna dei fenomeni è da noi colta solo per contrasto con la permanenza della sostanza materiale esterna, la quale è dunque presupposta.
Confutato come materiale l’idealismo rimane come formale o trascendentale: l’orizzonte della conoscenza resta in I. Kant il mondo dei fenomeni; al fenomeno Kant oppone la cosa in sè o noùmeno. La cosa in sè è noumeno perché è pensabile e non conoscibile: conoscibile è per Kant solo il fenomeno, al quale soltanto possono legittimanente riferirsi e applicarsi le categorie dell’intelletto come funzione della conoscenza umana; ponendo nella cosa in sè la causa problematica delle nostre sensazioni Kant estende al noumeno riferimento ed applicazione delle categorie di esistenza e causalità senza dimenticare i limiti fenomenici della nostra conoscenza.
Dalla cosa in sé o noumeno pensabile ma non conoscibile Kant passa al noumeno come concetto-limite per circoscrivere le pretese della sensibilità: ecco in Kant l’isola della verità nell’oceano dell’apparenza, l’apparenza come fenomeno o cosa per noi quale unico oggetto di conoscenza e scienza e dominio di intelletto ed esperienza, i fenomeni sensibili come esclusiva possibilità conoscitiva dell’uomo nella sua capacità di sola intuizione sensibile.
Dalla conoscenza fenomenica I. Kant può volgersi alla metafisica noumenica: nella logica all’analitica segue la dialettica trascendentale.
Appunti da Giovanni Reale e Dario Antiseri, Il mondo delle idee,
volume 2, La Scuola 2017, pp. 279-285
La ragione è e deve essere schiava delle passioni e non può in nessun caso rivendicare altra funzione che servire e obbedire ad esse
David Hume, in Eugenio Lecaldano, Hume e la nascita dell’etica contemporanea, Laterza 1991, p. 164
La riduzione dell’io al complesso o fascio delle sue percezioni porta David Hume ad estendere alla morale la considerazione delle impressioni: sono impressioni le passioni; l’etica di Hume è un’etica passionale.
L’etica è il dominio della volontà: il problema morale è il problema della determinazione della volontà secondo la nostra umana libertà; come libero arbitrio nella scelta la libertà presuppone l’assenza di necessità e il caso ed è per Hume un assurdo. Per Hume la libertà è semplicemente la mancanza di coazione esterna: la mancanza di costrizione esterna non rende le nostre scelte e le nostre conseguenti azioni prive di determinazione; nei nostri atti determinazione e necessità ci provengono da motivi interni. Nei nostri atti la volontà è per Hume determinata dalle passioni: i motivi delle azioni umane sono sempre interni ma mai razionali; la ragione è incapace di opporsi alla passione nella determinazione e guida della volontà.
Per Hume la volontà non può assolutamente essere mossa dalla ragione: la ragione non è in grado di fondare la morale: il fondamento della morale è il sentimento.
E’ il sentimento a colmare il vuoto della ragione: per Hume la ragione è semplice forma priva di contenuto: all’opposto di I. Kant per Hume la ragione pura non può essere pratica e muovere o determinare la volontà all’azione, in quanto incapace di sintesi a priori morale; come nella conoscenza per Hume nella morale la dimensione sensibile è insuperabile e non sono possibili conclusioni indipendenti dall’esperienza.
Pura forma incapace di muovere o determinare la volontà all’azione per Hume la ragione riceve contenuto morale dalle passioni: «La ragione è e deve essere schiava delle passioni», dice David Hume. Le passioni trovano per D. Hume la loro sintesi nel principio della simpatia, la quale dunque sostanzia la morale: tutte le nostre azioni morali sono fondate sulla simpatia.
La simpatia ci eleva alla valutazione morale come valutazione universale e disinteressata: ecco l’idea di D. Hume: «La simpatia ci fa uscire da noi stessi. E’ essa che, di fronte al carattere di un altro, ci fa provare lo stesso piacere o dolore, come se esso avesse una tendenza al nostro vantaggio particolare o al nostro danno particolare. Non occorre pertanto altra spiegazione dell’origine di piacere e dolore disinteressati» (Ludovico Geymonat, Storia del pensiero filosofico e scientifico, volume III, Garzanti 1971, p. 147).
Come criterio dell’agire e della valutazione morale la simpatia è sentimento di piacere e dolore disinteressato: al sentimento disinteressato di piacere e dolore è da Hume ridotto il senso morale; al senso morale è riconducibile il giudizio imparziale sulle azioni umane, delle quali ogni uomo sente o percepisce o avverte l’utilità generale approvandole o condannandole secondo la simpatia per l’umanità.
La simpatia giustifica il passaggio dall’essere al dover essere delle cose: il principio logico della inderivabilità dei giudizi di valore morale dai giudizi di fatto è la legge di Hume; la legge di Hume vale però per la ragione e la conoscenza e i limiti della ragione e della conoscenza sono superati dalle passioni e dalla morale.
Dalla morale il fondamento arazionale è da Hume esteso alla religione: la religione si basa sull’istinto, e l’origine della divinità è psicologica ed è riconducibile alla umana paura della morte; pur priva di legittimazione razionale conoscitiva, se non scade in superstizione e fanatismo, la religione ha funzione di elevazione del popolo.
Con la religione Hume integra la considerazione filosofica della esperienza umana: solo le relazioni ideali logico-matematiche si basano sulla ragione; invece le scienze empiriche si fondano sulla esperienza sensibile, la morale si fonda sul sentimento, l’estetica sul gusto, la religione sulla fede e la rivelazione.
L’opposizione pratica e pragmatica dell’esperienza sensibile e del sentimento, delle passioni e dell’istinto alla ragione e alla logica modera lo scetticismo di Hume.
Lo scetticismo di Hume è riconducibile alla negazione empiristica della valenza ontologica del principio di causa ed effetto: il principio di causa ed effetto è il presupposto del principio di sostanza e del principio di induzione: come sostrato permanente la sostanza è la causa della conservazione della unità e coesione delle cose; come principio della conclusione della conformità del futuro al passato il principio di induzione è legato al principio della uniformità della natura, il quale prevede la natura regolata da leggi esprimenti la determinazione dei fatti del mondo secondo la necessità della connessione causale tra gli eventi.
Appunti da Giovanni Reale e Dario Antiseri, Il mondo delle idee,
volume 2, La Scuola 2017, pp. 274-278
Quando… scorriamo i libri di una biblioteca, di cosa dobbiamo disfarci? Se prendiamo… qualche volume metafisico… chiediamoci: «Contiene forse ragionamenti astratti su quantità e numero?». No. «Contiene ragionamenti basati sull’esperienza e relativi a dati di fatto o all’esistenza delle cose?». No. Allora diamolo alle fiamme perché non può contenere che sofisticheria e inganno
David Hume, in Giulio Giorello, Introduzione alla filosofia della scienza, Bompiani 1994, p. 13
Con la distinzione di relazioni fra idee e dati di fatto David Hume ribadisce la distinzione di G. W. Leibniz tra verità di ragione e verità di fatto e precede la distinzione di Immanuel Kant tra giudizi analitici e giudizi sintetici: i giudizi analitici sono semplicemente esplicativi e puramente logico-formali e si basano sul principio di non contraddizione; i giudizi sintetici superano invece la pura logica ed estendono la nostra conoscenza. Kant riferirà l’estensione della conoscenza nei giudizi sintetici non solo all’esperienza ma anche alla pura ragione: se i giudizi analitici sono assolutamente a priori o indipendenti dall’esperienza, per Kant i giudizi sintetici possono essere non solo a posteriori o dipendenti dall’esperienza ma anche a priori o indipendenti dall’esperienza; per Hume unica fonte della conoscenza è invece l’esperienza.
La dipendenza dall’esperienza rende per Hume la conoscenza reale del mondo esclusivamente sintetica a posteriori: sintetico a posteriori è il principio dei dati di fatto: il principio di causalità.
Le nostre inferenze o conclusioni su cause ed effetti sono per Hume fondate sull’esperienza e l’abitudine: il nesso di causalità ha una necessità semplicemente soggettiva e non rimanda ad un concetto della ragione come base di un principio oggettivo; nelle relazioni di causa ed effetto noi sperimentiamo solo la contiguità e la successione degli eventi e non abbiamo impressioni corrispondenti alla loro connessione necessaria, per cui la necessità reale dei rapporti causali è semplicemente inferita induttivamente.
La necessità reale oggettiva delle relazioni di causa ed effetto è secondo Hume da noi indotta per abitudine: la nostra esperienza della costanza e regolarità della contiguità e successione degli eventi ci abitua a legarli nella considerazione della vicinanza spaziale e della immediata sequenza temporale; l’abitudine o consuetudine ci porta a passare dal post hoc al propter hoc, dal “dopo questo” al “per questo”.
Alla abitudine o consuetudine si accompagna per Hume la credenza che nella successione degli eventi l’evento seguente sia l’effetto dell’evento precedente come sua causa: la credenza è un sentimento, e il sentimento è soggettivo; soggettivo e non razionale oggettivo è quindi il fondamento del principio di causalità.
Il principio di causalità perde in Hume ogni valenza reale: l’analisi empiristica della conoscenza porta Hume oltre la negazione della realtà ontologica del legame causa-effetto; dalla critica antimetafisica Hume passa così allo scetticismo scientifico.
Il passaggio dall’antimetafisica empiristica allo scetticismo scientifico implica il concetto e il principio della sostanza: la sostanza rappresenta l’unità dei dati sensibili nelle cose del mondo e la permanenza della sostanza esprime la conservazione delle cose nel mutamento fenomenico: la sostanza è da Hume risolta nell’esperienza materiale e mentale; l’io stesso si riduce al complesso delle sue percezioni.
Appunti da Giovanni Reale e Dario Antiseri, Il mondo delle idee,
volume 2, La Scuola 2017, pp. 266-273
David Hume concluse che la ragione… a torto ritiene il concetto di causa ed effetto una propria creatura, mentre esso non è altro che un figlio bastardo dell’immaginazione che gravida dell’esperienza ha sottoposto alcune rappresentazioni alla legge dell’associazione e gabella la conseguente abitudine soggettiva come necessità oggettiva proveniente dall’intelligenza
Immanuel Kant, Prolegomeni ad ogni futura metafisica che si presenterà come scienza, 1783, Laterza 1967
Nel Settecento lo scozzese David Hume (1711-1776) è il filosofo moderno che porta al limite l’empirismo: l’empirismo riconduce la conoscenza umana all’esperienza sensibile ed afferma l’impossibilità di un sapere reale a priori o indipendente dall’esperienza e dai fatti del mondo; portato al limite l’empirismo esprime tutte le conseguenze e sfocia nello scetticismo.
L’empirismo scettico di Hume rimanda in ultima analisi all’intuizione giovanile di «una nuova scena del pensiero»: l’idea di una scienza della natura umana porta Hume all’idea del Trattato sulla natura umana del 1739-1740.
Il sottotitolo del Trattato sulla natura umana è esplicativo: «Un tentativo di introdurre il metodo sperimentale di ragionamento negli argomenti morali»: Hume intende estendere il metodo scientifico empirico-sperimentale seguito da Isaac Newton in fisica allo studio dell’uomo come soggetto della conoscenza: Hume vuol procedere alla definitiva fondazione sperimentale della scienza dell’uomo e diventare il Galileo o appunto il Newton della natura umana; la natura umana è la capitale della repubblica delle scienze e la dipendenza di tutte le scienze dalla natura dell’uomo rende evidente la centralità della scienza della natura umana.
Come per George Berkeley i contenuti della mente umana sono per Hume percezioni: le percezioni sono da Hume divise in impressioni e idee: le impressioni riguardano il sentire e sono originarie e intense, le idee caratterizzano il pensiero e sono derivate e deboli; primo principio della scienza della natura umana è quindi che tutte le idee semplici provengono dalle loro corrispondenti impressioni, per cui non esistono idee innate ma tutte le idee dipendono dalle impressioni.
Le impressioni non solo semplici ma anche complesse sono percezioni sensibili e immediate; le idee complesse possono invece per Hume rimandare alla capacità della mente di combinare le idee. Le idee semplici tendono tuttavia ad aggregarsi secondo il principio dell’associazione: tra le idee c’è per Hume una forza di attrazione che le porta a unione o coesione; le idee semplici si associano per rassomiglianza, contiguità spazio-temporale e causa ed effetto.
Le idee semplici trovano immediatamente le relative impressioni; le impressioni corrispondenti alle idee complesse devono invece essere rintracciate, e Hume approfondisce l’analisi critica di John Locke.
Al principio dell’associazione delle idee Hume riconduce il principio dell’abitudine: alle idee da noi associate segue l’abitudine; l’abitudine rimanda alla ripetizione e produce la credenza nella necessità della combinazione tra i fenomeni. La credenza nelle idee generali è così da Hume riportata all’abitudine ad unire in un nome idee particolari associate per somiglianza: ecco il nominalismo humiano.
All’abitudine a legare fenomeni contigui e successivi associati come cause ed effetti Hume riduce il concetto della connessione di causa ed effetto: la relazione di causa ed effetto è il fondamento dei dati di fatto; se il principio di causalità non è espressione della ragione oggettiva allora basandosi sul principio di non contraddizione solo le relazioni tra idee sono razionali oggettive.
Si stupiva un dì un allocco:
«Certo Dio trova assai sciocco
che quel pino ancora esista
se non c’è nessuno in vista».
«Molto sciocco, mio signore,
è soltanto il tuo stupore.
Tu non hai pensato che,
se quel pino sempre c’è,
è perché lo guardo io.
Ti saluto e sono Dio»
Ronald Knox, citato in Bertrand Russell, Storia della filosofia occidentale, 1945, Mondadori 1987, p. 616
L’immaterialismo di George Berkeley si inquadra nell’interpretazione dogmatica dell’idealismo o soggettivismo della filosofia moderna inaugurata da Cartesio nella prima metà del Seicento: il fenomenismo, che riduce la realtà alle apparenze percettive sensibili, e il conseguente nominalismo, che riconosce esistenza reale alle sole apparenze percettive particolari e sensibili individuali e riporta i concetti o idee astratte dalla mente a termini linguistici, portano Berkeley al superamento della materia come idea astratta di sostanza; l’analisi empiristica della conoscenza e la riduzione delle idee alla percezione sensibile è in Berkeley suggerita dalla fede religiosa cristiana ma ha conseguenze filosofico-scientifiche.
La rivendicazione teistica del primato dello spirito sulla materia portava Berkeley ad opporsi a Isaac Newton in fisica e metafisica: non ci sono le cose materiali ed esistono solo gli spiriti per percepire le idee e la causa esterna delle nostre idee è Dio, il quale mantiene in essere le cose quando non entrano nel campo percettivo di nessun uomo; il Dio di Berkeley rimane così in rapporto diretto con la sua creazione; nella fisica newtoniana «si prevede che tocchi ad un creatore dare il via all’universo, ma una volta che il meccanismo è in azione il creatore può voltargli le spalle ed esso continuerà tranquillamente per conto suo» (A. J. Ayer, Hume, Dall’Oglio 1980, p. 25).
L’immediatezza della relazione di Dio col creato completa la dissoluzione percettiva della materia: la replica filosofica al materialismo porta Berkeley alla critica scientifica fisica e matematica alla meccanica e al calcolo infinitesimale come strumento della meccanica. La meccanica di Isaac Newton è da Berkeley considerata empiristicamente e positivisticamente: spazio, tempo e moto assoluto sono termini privi di significato empirico sensibile; ogni spiegazione essenzialistica deve essere espunta dalla scienza. Del calcolo infinitesimale di I. Newton e G. W. Leibniz è da Berkeley rilevata la distanza dal rigore della matematica classica. Nel rifiuto della assolutezza di spazio e tempo l’empirismo di Berkeley convergeva col razionalismo di Leibniz, per il quale spazio e tempo esprimevano relazioni tra le cose.