Dalla vita spinti all’estremità
ci ritroviamo sempre qui ed ora,
dal tempo riportati alla medietà.
Dalla vita spinti all’estremità
ci ritroviamo sempre qui ed ora,
dal tempo riportati alla medietà.
Aria, fuoco ed etere alla vita fan velo
per volare sulle rotte del cielo.
Tra passato e presente una è la storia,
che lega il tempo nella memoria.
Le teorie segnano la discontinuità
nella continuità dei problemi.
Crede ut ames,
ama ut intelligas.
La verità non fa una piega,
non è isolabile ma isola
chi l’afferma e chi la nega.
Nell’astratto raggiunto
solo della linea si bea
e nello zero del punto
l’arte dal nulla crea.
All’utilità della filosofia per la scienza il fisico Carlo Rovelli dedicava un articolo per il Corriere della Sera del 30 agosto 2016: l’articolo è stato ripubblicato nel libro di articoli per i giornali Carlo Rovelli, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, RCS 2018.
Nell’articolo Serve la filosofia alla scienza? l’utilità della filosofia per la scienza è da Carlo Rovelli ben rilevata: il rilievo del significato scientifico della filosofia esprime bene l’idea dell’unità della cultura come cifra dell’impegno culturale di Rovelli.
Nell’articolo Serve la filosofia alla scienza? Carlo Rovelli richiamava l’occasione della propria presente considerazione dell’utilità della filosofia per la scienza: la richiesta di «tenere una conferenza alla London School of Economics, in Inghilterra… La conferenza doveva chiudere il congresso europeo di filosofia della fisica, e implicitamente rispondere ad una serie di recenti commenti pubblici molto negativi sulla filosofia da parte di miei colleghi assai noti» (Carlo Rovelli, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, RCS 2018, p. 69). Nel preparare la conferenza occasione della presente considerazione dell’utilità della filosofia per la scienza Rovelli rilevava di aver ritrovato la rivendicazione del significato scientifico della filosofia nel Protrettico di Aristotele: «Aristotele risponde alle critiche di Isocrate, e discute perché la filosofia, lo studio dei fondamenti e dei concetti astratti, sia utile alle arti e alle scienze concrete» (Carlo Rovelli, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, RCS 2018, p. 70). Era da Rovelli quindi sottolineata l’attualità degli argomenti di Aristotele relativi al significato scientifico della filosofia: «E’ stata una sorpresa: gli argomenti di Aristotele sull’utilità della filosofia per la scienza sono attuali. Per la mia conferenza, bastava copiarli e aggiornarli un po’» (Carlo Rovelli, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, RCS 2018, p. 71).
Il primo argomento di Aristotele sul significato scientifico della filosofia è da Carlo Rovelli definito il più divertente ma rilevato ben sottile: nel Protrettico chi critica l’utilità della filosofia per le scienze sta per Aristotele facendo non scienza ma proprio filosofia. Del secondo argomento di Aristotele Carlo Rovelli sottolinea il carattere massimamente diretto: nel Protrettico per Aristotele la scienza è effettivamente influenzata dall’analisi dei fondamenti: rileva Rovelli: «… l’influenza del pensiero filosofico sulla migliore scienza occidentale è stata pesante e persistente… Il pensiero filosofico apre possibilità, libera dai pregiudizi, svela incongruenze e salti logici, suggerisce nuovi approcci metodologici e, in generale, apre la mente a possibilità nuove. E’ sempre successo in passato, e continua a succedere» (Carlo Rovelli, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, RCS 2018, pp. 72-73). Il terzo argomento di Aristotele si riduce ad una semplice notazione: Rovelli rileva nel Protrettico per Aristotele le scienze necessitare della filosofia specie «dove le perplessità sono maggiori» (Carlo Rovelli, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, RCS 2018, p. 73).
Secondo il giovanile Protrettico di Aristotele utilità e significato della filosofia per la scienza sono nell’articolo Serve la filosofia alla scienza? da Carlo Rovelli ben riferiti specie a metodo e ristrutturazione teorica e concettuale fondamentale: «E’ soprattutto sulla metodologia, che è tutt’altro che statica nella scienza, che la filosofia interferisce con la scienza… Quando la scienza attraversa periodi di forte cambiamento, in cui concetti di base sono rimessi in discussione, ha più bisogno della filosofia. Un esempio è… il problema della gravità quantistica, su cui lavoro, dove le nozioni di spazio e tempo sono ancora una volta rimesse in discussione, e le vecchie argomentazioni sullo spazio e sul tempo, da Aristotele a Kant fino a David Lewis, tornano attuali» (Carlo Rovelli, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, RCS 2018, p. 73).
L’articolo Serve la filosofia alla scienza? è da Carlo Rovelli portato alla conclusione ribadendo la negazione dell’inutilità scientifica della filosofia: «No, la filosofia non è inutile per la scienza. Ne è fonte vivissima di ispirazione, critica e idee» (Carlo Rovelli, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, RCS 2018, p. 73).
L’articolo Serve la filosofia alla scienza? è da Carlo Rovelli concluso nella prospettiva della essenziale interazione di scienza e filosofia: «Ma se la grande scienza del passato si è nutrita di filosofia, è anche vero che la grande filosofia del passato si è abbeverata di scienza… Chiudere gli occhi al sapere scientifico attuale… è… solo ignoranza. Ancora peggiore è l’atteggiamento di quelle correnti filosofiche che considerano il sapere scientifico inautentico o di serie B, oppure una forma di organizzazione del pensiero arbitraria e non più efficace di altre» (Carlo Rovelli, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, RCS 2018, pp. 73-74).
La prospettiva dell’essenziale interazione di scienza e filosofia è nella conclusione dell’articolo Serve la filosofia alla scienza? da Carlo Rovelli ben inquadrata nell’idea filosofica del carattere unitario del sapere espressa dal suo impegno culturale ben rappresentato nel libro di articoli per i giornali Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza: «Il nostro sapere è incompleto, ma è organico: cresce in continuazione e ogni parte ha influenza su ogni altra. Una scienza che chiude le orecchie alla filosofia appassisce per superficialità; una filosofia che non presta attenzione al sapere scientifico del suo tempo è ottusa e sterile. Tradisce la sua stessa radice profonda, quella della sua etimologia: l’amore per il sapere» (Carlo Rovelli, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, RCS 2018, p. 74).
Nel terzo capitolo del primo libro del quarto volume della Storia della filosofia moderna 1906-1907-1920-1940 Ernst Cassirer (1874-1945) seguiva il problema filosofico della conoscenza nei sistemi posthegeliani affrontando il concetto di ordine e misura nella geometria: secondo Erodoto nell’antichità la prima geometria greca derivava dall’originaria geometria egizia; lo sviluppo speculativo scientifico greco della geometria pratica egizia era rilevato da Proclo nel commento ad Euclide tramandando il giudizio di Eudemo della matematica pitagorica come prima matematica teorica base dell’educazione liberale; l’idea matematica greca antica della misura come ordine universale si sviluppa nell’idea moderna e contemporanea della matematica come scienza di ordine o relazione.
E. Cassirer rilevava in G. W. Leibniz (1646-1716) nel Seicento la prima idea moderna della matematica come scienza di ordine e relazione: come studio logico delle leggi della forma delle operazioni del pensiero il calcolo combinatorio era per Leibniz la vera scienza matematica fondamentale: «Questo concetto della mathesis universalis andava anche molto più in là di quanto avesse insegnato Cartesio: esso esigeva una trasformazione e un rinnovamento della geometria per una via contraria a quella seguita da Cartesio nella geometria analitica; i nuovi concetti di Leibniz prepararono il terreno alla analysis situs e agli altri sviluppi moderni della geometria» (Ernst Cassirer, Storia della filosofia moderna, volume 4, 1940, Il Saggiatore 1968, p. 84).
Nella logica combinatoria di Leibniz come scienza matematica fondamentale era da Cassirer rilevata la prima moderna determinazione generale di principio del primato dell’ordine sulla misura in geometria: nel pensiero matematico moderno e contemporaneo la geometria sviluppa i teoremi fondamentali muovendo da pure relazioni d’ordine e vi accorda la metrica dello spazio fisico stabilendo la misura secondo i teoremi del movimento: «La forza del nuovo pensiero si fa sentire soprattutto nella sempre maggiore indipendenza con la quale, nello sviluppo della geometria moderna, il pensiero puramente proiettivo si contrappone a quello metrico. Il principio di questo ordine di idee si può far risalire al secolo XVII, con G. Desargues e B. Pascal; esso però raggiunse la sua superiore maturità e la coscienza della sua indipendenza metodologica soltanto con J. V. Poncelet; questi, per primo, realizzò il programma di una geometria basata sul concetto e lo studio di pure relazioni di posizione e non più su idee di forma e misura… Tuttavia il nuovo programma fu messo in esecuzione con tutto rigore soltanto nella Geometria di posizione di C. von Staudt. In J. V. Poncelet e J. Steiner proprio il concetto fondamentale della geometria proiettiva, il concetto di birapporto, era stato definito coll’aiuto di considerazioni metriche… Staudt esige qui una nuova definizione indipendente dalla metrica… risultò la possibilità di costruire con tutto rigore una geometria proiettiva che comprendeva la comune geometria metrica e tutte le geometrie conosciute come casi particolari; inoltre risultava chiaramente la relazione reciproca tra tali geometrie… Sembrava dunque che si fosse raggiunta finalmente la meta alla quale mirava anche N. I. Lobacevskij quando intitolò la sua opera Pangeometria. La geometria proiettiva appare ora come la vera lingua universale, rispetto alla quale la comune geometria metrica si comporta come un singolo idioma… F. Klein stesso nella interpretazione che diede della geometria non euclidea… la volle collocare nel vasto quadro della geometria proiettiva» (Ernst Cassirer, Storia della filosofia moderna, volume 4, 1940, Il Saggiatore 1968, pp. 84-86-87).
Nel pensiero matematico moderno e contemporaneo il carattere puro o a priori della geometria come scienza ipotetico-deduttiva era da Cassirer storicamente rilevato nello stesso sviluppo delle geometrie non euclidee come sistemi geometrici alternativi alla geometria euclidea: è il carattere puro a priori o indipendenza da realtà ed esperienza a conferire rigorosa scientificità alla metrica dei sistemi geometrici subordinando la misura alle relazioni d’ordine secondo i teoremi del movimento come concetto empirico purificato: «Lungi dal mettere in dubbio il carattere aprioristico della geometria le geometrie non euclidee hanno anzi reso più evidente tale carattere… con le premesse incluse nel concetto di movimento si fa entrare nella geometria qualcosa di empirico. Passando alla metrica non possiamo infatti ignorare tali premesse… il carattere rigorosamente scientifico delle diverse geometrie metriche è basato sul fatto che non abbiamo a che fare col reale nello spazio ma con sistemi ipotetico-deduttivi. Gli assiomi, di per se stessi, non dicono nulla sull’esistenza empirica di oggetti o fenomeni: sono unicamente schemi logici vuoti di scienze possibili… Qui ritorniamo dunque all’argomento trattato da H. Poincaré riguardo alla sistematica della geometria: la relazione tra esperienza e pensiero. Nessuna geometria è attinta semplicemente dall’esperienza; però una di esse può essere scelta in modo adatto alla risoluzione di certi problemi posti dall’esperienza» (Ernst Cassirer, Storia della filosofia moderna, volume 4, 1940, Il Saggiatore 1968, pp. 88-89-90).
La subordinazione della misura all’ordine e quindi il primato dell’ordine sulla misura in geometria emergeva infine dalla considerazione filosofico-scientifica del rapporto di sistema fisico-geometrico e realtà secondo la dialettica conoscitiva di teoria ed esperienza: dall’empirismo matematico sofisticato di Hermann von Helmholtz (1821-1894) al convenzionalismo di Henri Poincaré (1854-1912) la comprensione otto-novecentesca della relazione tra momento operativo ed empirico e momento razionale della conoscenza rinnovava per Cassirer il pensiero antico: «Che anche la fisica, nel suo progresso puramente intrinseco, possa condurre a problemi che esigono il passaggio ad una geometria non euclidea è provato dalla teoria della relatività. Con ciò risulta nuovamente, come si poteva vedere da tutto lo sviluppo concettuale della geometria proiettiva, che la metrica contiene in sé un elemento variabile di fronte alle costanti della forma spaziale considerata in generale… Con ciò si è creato un nuovo indirizzo di pensiero… Ma non è intervenuta alcuna frattura logica; anzi, il nuovo ideale della conoscenza è congiunto all’antico, tanto storicamente quanto sistematicamente, per mezzo di organi intermedi ben determinati, in una perfetta continuità» (Ernst Cassirer, Storia della filosofia moderna, volume 4, 1940, Il Saggiatore 1968, pp. 90-91).
La matrice classica della cultura occidentale e del pensiero moderno è ben definita ed esemplificata nel libro Perché la cultura classica di Lucio Russo: l’idea del libro è nella premessa da Lucio Russo riportata all’intento di svolgere le ragioni della cultura classica nella propria prospettiva di «persona che, dopo i lontani studi liceali, si è riavvicinata alla cultura classica partendo da interessi lontani da quelli usuali dei classicisti e che avrebbe potuto fornire una visione d’insieme di quella civiltà se non altro non condizionata dalla tradizione delle ricerche specialistiche» (p. 5): da qui Lucio Russo, Perché la cultura classica: la risposta di un non classicista, Mondadori 2018.
La conclusione scientifico-umanistica di non classicista matematico, fisico e storico della scienza della matrice classica antica greca della nostra cultura occidentale è da Lucio Russo ben espressa nell’epilogo del saggio Perché la cultura classica: «Nel mondo occidentale tutti i settori della cultura, dalla scienza alla letteratura, dalla musica alle arti figurative, dal pensiero politico alla filosofia, hanno attinto elementi essenziali dalla civiltà greca, nella quale la cultura era fondamentalmente unitaria: i vari ambiti erano connessi tra loro da mille legami, di cui abbiamo potuto dare solo qualche esempio, e un intellettuale poteva dominarli tutti. Ecco perché gli studi classici hanno potuto fornire a lungo alla formazione di alto livello una base comune di cui oggi si sente la mancanza» (p. 201).
Il valore della cultura classica greca e latina è nel libro Perché la cultura classica da Lucio Russo rilevato mostrando la centralità del mondo classico nella civiltà occidentale fino all’Ottocento e delineando la crisi della nostra cultura nel distacco novecentesco dalla matrice culturale unificante classica: «La tesi principale del libro è che la cultura classica, se profondamente rivisitata, potrebbe assumere di nuovo, pur se in modo diverso, quel ruolo unificante svolto in passato e per il quale non è mai stato trovato un valido sostituto» (p. 6).
Il rapporto occidentale con la matrice culturale unificante classica antica greca e latina è questione di scelta: scrive Lucio Russo nella sintesi della prima parte di Perché la cultura classica: «Il luogo comune secondo cui nel mondo classico dovremmo vedere “le radici” della moderna civiltà occidentale fornisce un’immagine del tutto inadeguata. I moderni, infatti, non hanno semplicemente usato la cultura classica come base sulla quale costruire la propria ma hanno continuato ad attingere in modo essenziale al serbatoio di idee fornito dalle antiche fonti almeno fino all’inizio del XX secolo» (p. 92).
A scelta alternativa e distacco educativo dal mondo classico ha nel Novecento corrisposto la ricerca di una unità culturale teorica astratta: scrive Lucio Russo nell’epilogo di Perché la cultura classica: «Uno degli effetti della rottura con la tradizione classica è stata la diffusione dell’idea di poter creare dal nulla una serie di teorie di validità universale senza rapporto con le esperienze concrete: la matematica bourbakista, le teorie di linguistica generale fondate su basi matematiche, la fisica teorica aprioristica rispetto ai dati sperimentali e le teorie “scientifiche” della storia che dovevano trovare le leggi generali dell’evoluzione delle società umane prescindendo dall’esame della storia reale. Il fatto che nessuno di questi tentativi abbia mai raggiunto il suo obbiettivo costituisce un aspetto importante della crisi culturale iniziata nel Novecento… l’opinione che negli ultimi cento anni anche settori della cultura come la musica e le arti figurative siano entrati in crisi è condivisa da molti» (pp. 202-203).
Le ragioni del distacco novecentesco dal mondo classico nella sua unità culturale teorica concreta sono da Lucio Russo ben considerate all’inizio della seconda parte di Perché la cultura classica, nel capitolo XI dedicato alla crisi della cultura generale: «La conoscenza del mondo classico si è indebolita nella prima metà del Novecento ed è stata quasi completamente eliminata dalla cultura condivisa dell’Occidente nel corso della seconda metà del secolo… Gli studi classici non sono stati sostituiti da alcun corpus di conoscenze di peso confrontabile, in quanto si sono progressivamente alleggeriti tutti gli studi di carattere generale compiuti nelle scuole secondarie. Questo processo, che ha cambiato in profondità la cultura occidentale, è stato il risultato di fenomeni convergenti di diversa natura… alla disgregazione della cultura generale, ossia di una cultura condivisa almeno dagli strati sociali superiori che fornisse la base comune su cui costruire le diverse conoscenze specialistiche, non hanno contribuito solo… ragioni socio-economiche e politiche… ma anche dinamiche interne alla cultura stessa… Per sostituire gli studi classici nella funzione di base comune delle diverse conoscenze specialistiche occorreva elaborare nuove sintesi in grado di unificare la cultura. L’esigenza è stata sentita in tutto il Novecento e in modo più acuto nella sua seconda metà, ma i tentativi di soddisfarla sono stati tutti fallimentari… Il problema della ricostruzione di una cultura generale di qualità appare in conclusione più aperto che mai» (pp. 107-108-112-113-115).
In Perché la cultura classica Lucio Russo considera storicamente l’utilità sociale e educativa, formativa e scolastica passata, presente e futura della cultura classica antica greca e latina come base unitaria dei valori dell’antirelativismo razionale scientifico, etico ed estetico occidentale: «Se si vuole giudicare l’utilità degli studi classici occorre quindi innanzitutto interrogarsi sulla rilevanza, per la civiltà occidentale del passato e soprattutto per il nostro futuro, dei contenuti delle antiche culture greca e latina… Mi è sembrato, in definitiva, che nella polemica sul “classico” entrambe le parti abbiano assunto senza discuterla l’idea di “classico” sedimentata dalla tradizione degli studi compiuti sotto tale nome, accettando in particolare una contrapposizione tra “classico” e “scientifico” che sarebbe certo impossibile spiegare ad un intellettuale dell’antica Grecia» (p. 5).
Secondo la rilevanza dei contenuti l’utilità della cultura classica antica è in Perché la cultura classica da Lucio Russo significativamente riferita alla civiltà greca dell’età aurea ellenistica come età della rivoluzione metodologica con la quale nasce la scienza come ricerca assiomatica e costruzione teorica di modelli astratti della realtà concreta: «In particolare la scienza europea è nata dallo studio dei pochi trattati ellenistici sopravvissuti. Essa deve alle antiche fonti non solo i suoi fondamenti metodologici, costituiti dai metodi dimostrativo e sperimentale (che non sono mai stati ritrovati indipendentemente) e da una serie di teorie scientifiche la cui origine greca è ben nota, ma anche molte idee specifiche in genere considerate moderne» (p. 91).
Nel delineare la matrice classica antica della nostra cultura occidentale l’influenza sul pensiero moderno della riflessione filosofica sviluppatasi con la scienza greca ellenistica è in Perché la cultura classica da Lucio Russo significativamente rilevata ed esemplificata: «Un importante risultato (probabilmente il maggiore) della filosofia della scienza del primo Novecento è stato il riconoscimento che le teorie scientifiche non sono determinate in modo univoco dai fenomeni studiati. La possibilità che uno stesso insieme di fenomeni sia spiegato da più teorie, detta sottodeterminazione delle teorie scientifiche, fu chiarita per primo da Pierre Duhem (1861-1916) e implica immediatamente che un esperimento può falsificare una teoria ma mai garantirne la verità. Duhem, oltre che epistemologo, era anche un fine storico della scienza antica» (p. 49).
Da filosofia e scienza a letteratura e arti secondo età ed epoche intellettuali unità e lezione della cultura classica antica greca e latina per la nostra civiltà occidentale è in Perché la cultura classica da Lucio Russo ben illustrata e documentata nei capitoli del libro: dall’ispirazione della Statua della libertà alla storia come ricerca razionale oggettiva passando per matematica e scienze, filosofia ed epistemologia, retorica e logica, politica e diritto, psicologia e linguistica, lingua e letteratura, musica e arti figurative la funzione culturale generale educativa e direttiva essenziale dei classici e del mondo classico emerge dalle pagine di Russo ben chiara.