Categoria: Nietzsche: articoli da Matteo Martini
-
-
Mi sembra opportuno dedicare un paragrafo anche a quelli che sono i temi riassuntivi della filosofia nietzscheana. Come dice giustamente Georg Simmel nella sua recensione al libro di Ferdinand Tönnies Il culto di Nietzsche, «Il compito più nobile e fecondo nei confronti di un pensatore è quello di trarre, dalla serie di idee che oscillano e si contraddicono, l’idea centrale, giusta, in sé chiara»[1].
Trovare un’idea centrale nella filosofia del pensatore tedesco è tuttavia estremamente difficile, ma indubbiamente i temi trattati in questo paragrafo sono quelli che meglio la riassumono, temi ai quali io aggiungerei la critica alla “modernità” e alle idee che essa, già quando Nietzsche scriveva, portava con sé; penso al socialismo, alla democrazia, al parlamentarismo e alle relative conseguenze sulla società dell’epoca, conseguenze che a Nietzsche non piacevano affatto.
Come è noto, Nietzsche è un filosofo a-sistematico, e diffida dei filosofi sistematici; egli afferma che «Il mondo non è affatto un organismo, ma è caos».[2]
Ora, se il mondo è caos se ne deduce che esso non è regolato da nessuna legge, contrariamente a quanto sostengono coloro che credono in un dio, i quali scorgono nell’universo un senso e un’armonia che Dio stesso vi avrebbe immesso. Ebbene, nell’ultimo aforisma della Volontà di potenza, che abbiamo già citato, Nietzsche fornisce una legge che, come abbiamo visto, spiegherebbe tutti gli accadimenti dell’universo; tale legge non è altro che la volontà di potenza stessa, che non è solo la legge del mondo, ma ne è anche l’essenza: il mondo è la volontà di potenza.
Si capisce bene che questo contrasta con l’affermazione secondo la quale il mondo è caos. Infatti, nel momento in cui si asserisce che ogni essere e ogni cosa che si trova nell’universo ha come scopo un aumento della potenza, automaticamente si immette un senso in tutto ciò che accade; se questo è vero, infatti, il mondo non è più governato dal caos, ma è il frutto di una lotta per la potenza che, sebbene sia una legge inquietante, conferisce, come dicevamo, un senso al Tutto e quindi anche all’esistenza di ogni uomo.
Ma è proprio la consapevolezza della mancanza di un senso in tutto ciò che accade che, secondo Nietzsche, caratterizza l’uomo forte e ben riuscito, il quale “resiste” e riesce a sopravvivere nonostante conosca questa tremenda verità; il pensatore, infatti, afferma che i deboli, per non perire, immettono un senso nelle cose, e credono che in esse sia racchiusa una volontà; afferma, in un aforisma già citato nel primo capitolo:
Chi non sa mettere la propria volontà dentro le cose, chi è privo di volontà e di forza, pone almeno ancora un senso nelle cose, ossia crede che ci sia racchiusa una volontà. Il grado di forza di volontà è misurato da quanto si riesce a fare a meno di un senso insito nelle cose, da quanto si è capaci di resistere in un mondo privo di senso, perché se ne organizza un piccolo frammento.[3]
Ebbene, diciamolo ancora una volta: affermando “Questo mondo è la volontà di potenza – e nient’altro! E anche voi siete questa volontà di potenza – e nient’altro!”, Nietzsche conferisce un senso al mondo e quindi anche all’esistenza degli uomini.
Si potrebbe dire, dunque, che la volontà di potenza è un surrogato della Provvidenza, o, similmente, del progetto di Dio. Sia in un caso che nell’altro, infatti, tutti gli accadimenti sono guidati e regolati da un qualcosa che, in ultima analisi, non dipende dalla volontà dell’uomo, le cui azioni e scelte sono tese, da una parte, ad assecondare la spinta verso un incremento della potenza, dall’altra, in un’ottica religiosa, a modellarsi in base al progetto di Dio.
In entrambi i casi, insomma, non solo l’agire umano ma tutto l’universo è regolato da un qualcosa che tende a un preciso scopo, e questo di conseguenza consente una visione delle cose più rassicurante. Certo, il pensare che la legge del mondo sia un instancabile e insaziabile tendere a un aumento della potenza, non implica la rassicurante convinzione che esista un altro mondo e quindi una vita eterna come nel caso della credenza in un dio, ma, come detto, conferisce all’esistenza un senso, uno scopo, e, in ultima analisi, può anche essere un motivo valido per cui vivere che altrimenti, in un mondo in preda al caos, sarebbe difficile trovare.
Nietzsche, dunque, ritiene che ogni essere vivente sia spinto all’agire da un insopprimibile desiderio di aumentare la potenza, e questo vale anche per coloro che “servono”; osserva nel Così parlò Zarathustra:
Dove ho trovato vita, ho trovato anche volontà di potenza; e anche nella volontà di chi serve ho trovato la volontà di essere padrone. Chi persuade il debole a servire il forte? La sua volontà, che vuol essere signora su ciò che è ancora più debole: di quest’unico piacere essa non sa privarsi. E come il piccolo si dà al grande, per avere piacere e potere sul piccolissimo: così si dà anche il più grande, mettendo in pericolo, per amor della potenza, la vita. […] E dove sono sacrifici e servigi e sguardi d’amore: anche lì c’è la volontà di esser padrone. Per vie traverse il debole si insinua lì nella roccaforte e fin nel cuore del potente – e vi ruba potenza. […] Solo dove è vita è anche volontà: ma non volontà di vivere, bensì – così ti insegno io – volontà di potenza![4]
Forse, ed è una mia considerazione, quando un cristiano (un autentico cristiano) si mette al totale servizio degli altri, lo fa tenendo ben presente un’esortazione di Gesù, quella che recita così: «Se uno vuol essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servo di tutti» (Mc. 9,35).
Il socialismo, dunque, viene visto da Nietzsche come una dottrina contraria e ostile a quella che è la legge fondamentale e naturale della vita, ossia, lo abbiamo detto più volte, la volontà di potenza, la quale spinge ogni individuo a voler possedere sempre di più; dice:
… ci saranno sempre troppi possidenti perché il socialismo possa significare altro che un accesso patologico; e questi possidenti sono come un solo uomo che ha un unico articolo di fede: “bisogna possedere qualcosa per essere qualcosa”. Ma questo è il più vecchio e il più sano di tutti gli istinti; io aggiungerei: “bisogna voler possedere di più di quanto si ha per diventare qualcosa di più”. Così suona l’insegnamento che la vita stessa predica a tutto ciò che vive: la morale dell’evoluzione. Avere e voler avere di più, in una parola: crescere – è la vita stessa. Nella dottrina del socialismo si nasconde malamente una “volontà di negare la vita”: devono essere uomini o razze degenerate, quelli che escogitano una simile dottrina. In realtà io desidererei che alcuni grandi esperimenti dimostrassero che in una società socialista la vita rinnega se stessa, recide le proprie radici.[5]
La riflessione che si può fare su questo aforisma è che forse Nietzsche generalizza troppo; in effetti è vero che la grande maggioranza degli uomini si adopera per “crescere”, o, per dirla in modo più chiaro, per fare sempre più soldi; tuttavia mi pare sbagliato dire che tutti coloro che non avvertono questa spinta ossessiva all’accumulo di denaro sono dei degenerati. Quando c’erano ancora le vecchie lire, mi è capitato di conoscere una persona che dichiarava di credere nel comunismo (che è una dottrina molto più livellatrice del socialismo che conosceva Nietzsche) a tal punto da affermare “Se lo Stato mi desse 10.000 £ al giorno io vivrei contento”, eppure questa persona non era affatto né un degenerato né un fallito.
Se dunque, come detto, la volontà di potenza può essere considerata un surrogato della Provvidenza o del progetto di Dio, nella filosofia nietzscheana l’eterno ritorno può essere invece considerato un surrogato della vita eterna, mentre il superuomo può essere visto come un santo al contrario. Mentre il santo rifugge dai sensi e dalla corporeità, donandosi totalmente all’altro e mortificando il proprio ego, il superuomo, al contrario, asseconda gli istinti, ritiene di avere diritto al massimo egoismo e disprezza il destino dei “molti”; ma in entrambi i casi siamo in presenza di uomini reputati superiori; i santi, infatti, sono in un certo senso considerati dalla Chiesa e dai fedeli dei “superuomini”, ossia uomini capaci di vivere il vangelo a tal punto da donare a Dio tutta la loro esistenza, rinunciando ai piaceri che la vita può offrire e vivendo in prima persona le sofferenze degli altri; i superuomini sono, in un certo senso, dei santi, in quanto capaci di accettare con la massima serenità la tragicità di una vita senza Dio, dicendo sì anche alla sofferenza più grande, il tutto nell’ottica del comandamento nietzscheano che impone di dire sì alla vita anche nei suoi aspetti più dolorosi e terrificanti.
Lo stesso Nietzsche sembra riconoscere una certa affinità fra la figura del superuomo e quella del santo; egli, infatti, che, come lascia intendere, si considera lui stesso un superuomo, teme di essere scambiato per un santo, ed è per evitare tale equivoco che afferma:
Ho una paura spaventosa che un giorno mi facciano santo: indovinerete perché io mi premunisca in tempo, con la pubblicazione di questo libro, contro tutte le sciocchezze che si potrebbero fare con me… Non voglio essere un santo, allora piuttosto un buffone… Forse sono un buffone.[6]
Del resto, il filosofo sottolinea l’importanza di mettere in atto quotidianamente alcune pratiche finalizzate al proprio rafforzamento, pratiche consigliate anche dalla Chiesa e messe in atto in primo luogo dai santi, con la differenza che, osserva Nietzsche, la Chiesa ha abusato di tali pratiche, promuovendone una messa in atto fanatica ed eccessiva, e vedendo in esse un modo per mortificare la carne e non, come intende Nietzsche, uno stile di vita da seguire per ottenere un rafforzamento.
Dice il filosofo:
Ciò che è guastato dall’abuso che la Chiesa ne ha fatto: 1) l’ascetismo: ormai si ha a stento il coraggio di metterne in luce la naturale utilità, la sua indispensabilità al servizio dell’educazione della volontà. Il nostro assurdo mondo degli educatori, che guarda all’“utile servitore dello Stato” come a uno schema regolativo, crede di potersi accontentare dell’“istruzione” e dell’addestramento dei cervelli; a costoro manca del tutto questo concetto: prima è necessaria un’altra cosa, l’educazione della forza di volontà; si impongono esami per tutto, ma non per la cosa principale: se si è capaci di volere, se si è in grado di promettere: il giovane finisce gli studi senza aver nemmeno una domanda, nemmeno una curiosità per questo supremo problema, quello del valore della sua natura; 2) il digiuno: in ogni senso – anche come mezzo per conservare la delicata capacità di godere di tutte le cose buone (per esempio: per qualche periodo non leggere, non ascoltare musica, non essere amabili, si devono avere giorni di digiuno anche per la propria virtù); 3) il “chiostro”: il temporaneo isolamento, respingendo severamente il mondo, ad esempio la posta; una forma di profonda meditazione su di sé e di ritrovamento di sé, che non si propone di scansare le “tentazioni”, ma i “doveri”: un uscire dal girotondo dell’ambiente, un appartarsi dalla tirannia degli stimoli e delle influenze che ci condanna a spendere la nostra forza soltanto in reazioni e non permette più che quella forza si accumuli sino ad acquistare un’attività spontanea.[7]
Anche Karl Jaspers, secondo il quale «La lotta di Nietzsche contro il cristianesimo nasce dalla sua propria essenza cristiana»[8], scorge in una frase del pensatore tedesco qualcosa di simile al concetto cristiano di peccato originale; tale frase recita così: «C’è qualcosa di fondamentalmente erroneo nell’uomo»[9]; «Questa affermazione nietzscheana – osserva Jaspers – è quasi la traduzione del concetto cristiano del peccato originale».[10]
Eugen Fink parla invece di una “teologia” nietzscheana, che egli individua nel capitolo della Volontà di potenza dedicato all’arte, dove la religione è l’arte e Dio è Dioniso. Osserva Fink:
… il capitolo sull’arte non è altro che la sua «Teologia», una teologia senza Dio, cioè senza un Dio cristiano e Creatore del Mondo, ma una teologia che giustifica l’esistenza come fenomeno estetico, percepisce nello splendore del Bello la parte sana del mondo, la Religione-arte del Dio Dioniso che gioca.[11]
Come dicevamo, sembrerebbe corretto individuare nel concetto di eterno ritorno un surrogato della vita eterna. Allora ci domandiamo: anche lo stesso Nietzsche ha avuto paura di confessare a se stesso che si vive solo una volta e non, come vuole l’eterno ritorno, infinite volte? Anche il filosofo della “morte di Dio”, così coraggioso e temerario (filosoficamente parlando), ha forse avuto paura di vivere fino in fondo il suo stesso pensiero, quello secondo il quale la vita finisce inesorabilmente e non esiste alcun “mondo vero”?
Del resto, l’eterno ritorno sembra francamente qualcosa di ancora più improbabile e fantasioso del vecchio Dio, per confutare il quale Nietzsche ha messo in campo tutte le sue energie; l’eterno ritorno è, per usare parole care allo stesso Nietzsche, “un’invenzione poetica”, che poi è l’accusa che il pensatore tedesco rivolge a Platone; afferma infatti:
… il platonismo […] diceva: quanto più è “idea”, tanto più è Essere. Capovolgeva il concetto di “realtà” e diceva: “Ciò che voi ritenete reale è un errore: quanto più ci avviciniamo all’idea, tanto più ci avviciniamo alla verità”. Lo si capisce? Questa è stata la conversione più grande: e poiché fu accolta dal cristianesimo, non ci accorgiamo di questo fatto sorprendente. In fondo, Platone, da quell’artista che era, ha preferito l’apparenza all’essere! La menzogna e l’invenzione poetica alla realtà![12]
Nietzsche, infatti, quando nella Gaia scienza annuncia il pensiero dell’eterno ritorno, lo fa proprio in termini poetici; dichiara:
Il peso più grande. Che accadrebbe se, un giorno o una notte, un demone strisciasse furtivo nella più solitaria delle tue solitudini e ti dicesse: «Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni cosa indicibilmente piccola e grande della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione – e così pure questo ragno e questo lume di luna tra gli alberi e così pure questo attimo e io stesso. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta – e tu con essa, granello di polvere!». – Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato?[13]
Ebbene, non è questo aforisma, che parla di “demoni”, “ragni” e “clessidre” esattamente un’invenzione poetica? Probabilmente anche lo stesso Nietzsche era consapevole che affermare che ognuno dovrà rivivere innumerevoli volte la propria vita altro non è, appunto, che un’invenzione poetica.
Ma c’è un’altra domanda che a mio avviso è necessario porsi: Nietzsche, pensava di essere lui stesso un superuomo? La mia risposta a questo quesito è indubbiamente affermativa. Abbiamo già visto alcuni brani dai quali emerge, neppure troppo implicitamente, che appunto il filosofo si considerava lui stesso un prototipo del superuomo. Tale mio convincimento è suffragato, fra gli altri, da un aforisma in cui il pensatore, seppure senza nominare la parola “superuomo”, afferma di appartenere egli stesso a un’umanità “più alta” e numericamente molto ridotta; afferma:
Al di sopra della caligine e del sudiciume delle bassure umane c’è un’umanità più alta, più chiara, che per numero deve essere molto piccola – perché tutto ciò che eccelle è per sua natura raro: le si appartiene non perché si sia meglio dotati, o più virtuosi, o più eroici, o più amorosi degli uomini di laggiù, ma perché si è più freddi, più chiari, più lungimiranti, più solitari, perché si sopporta la solitudine, la si preferisce, la si esige come una felicità, un privilegio e persino una condizione di esistenza, perché si vive tra nubi e lampi come tra i propri pari, ma anche tra raggi di sole, gocce di rugiada, fiocchi di neve e tutto ciò che necessariamente giunge dall’alto e che si muove, si muove eternamente solo dall’alto verso il basso. Le aspirazioni all’altezza non sono le nostre. Gli eroi, i martiri, i geni e gli entusiasti non sono abbastanza sereni, pazienti, fini, freddi e lenti per noi.[14]
Di parere diverso dal mio è Gianni Vattimo, il quale afferma:
Chi è l’interprete legittimo di Zarathustra? […] L’oscurità della profezia di Zarathustra è una impossibilità oggettiva a formularsi in modo più esplicito, perché l’oltreuomo, che ne sarebbe, sia nella sua capacità di comprensione sia nella sua esistenza stessa, l’interprete autentico, non c’è ancora. […] Nietzsche non è l’oltreuomo e proprio per questo non può dare una interpretazione coerente e inequivoca della propria visione profetica; d’altra parte, proprio la coscienza di non vivere ancora nell’età dell’oltreuomo lo spinge continuamente a volersi far legislatore e promotore di un concreto movimento che conduca alla realizzazione storica di esso. Nel circolo di questa contraddizione si muove il pensiero dell’ultimo Nietzsche che non riesce a trovare una sistemazione nella Volontà di potenza.[15]
Naturalmente, sul fatto che questa non è l’età del superuomo (che Vattimo preferisce chiamare “oltreuomo”) sono d’accordo con Vattimo, così come è innegabile che il messaggio di Zarathustra non può essere interpretato e compreso da nessuno, se non in maniera parziale, e che forse mai nessuno riuscirà a comprenderlo nella sua interezza; tuttavia, come detto, ritengo che Nietzsche fosse convinto di essere lui stesso un superuomo, e anzi ci sono buone ragioni per credere che egli, nel descrivere alcune delle caratteristiche del superuomo stesso, non faccia altro che descrivere se stesso.
Quello che è possibile dire del superuomo è che egli è sì incline alla violenza, ma, come abbiamo visto, ha anche atteggiamenti inequivocabilmente e profondamente umani.
[1] F. Tönnies, Il culto di Nietzsche, Editori Riuniti, Roma 1998, p. 153.
[2] F. Nietzsche, La volontà di potenza, Bompiani, Milano 2000, af. 711.
[3] Ivi, af. 585.
[4] F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, Fabbri, Milano 1996, Del superamento di sé, pp. 136-137.
[5] F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., af. 125.
[6] F. Nietzsche, Ecce Homo, Adelphi, Milano 2000, p. 127.
[7] F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., af. 916.
[8] Karl Jaspers, Nietzsche e il Cristianesimo, Christian Marinotti, Milano 2009, p. 41.
[9] F. Nietzsche, Frammenti postumi, 1882-1884, Volume VII, tomo I, parte II, Adelphi, Milano 1986, 11 [8].
[10] K. Jaspers, op. cit., p. 100.
[11] E. Fink, La filosofia di Nietzsche, Mondadori, Milano 1977, p. 175.
[12] F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., af. 572.
[13] F. Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi, Milano 1997, af. 341.
[14] F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., af. 993.
[15] G. Vattimo, Il soggetto e la maschera, Bompiani, Milano 2007, p. 352.
-
Vorrei fare adesso alcune brevi riflessioni sul rapporto fra Nietzsche e Schopenhauer. Come è noto, il filosofo su cui stiamo riflettendo deve molto a Schopenhauer, ed egli non lo nega; afferma: «Chi ha preparato la mia via: Schopenhauer»[1].
Per quanto riguarda le filosofie elaborate da questi due pensatori, mi sembra corretta l’analisi di Hans Vaihinger, della quale riferisce Giorgio Penzo nel suo Nietzsche e il nazismo:
La dottrina di Nietzsche non sarebbe altro che la stessa dottrina di Schopenhauer, letta però in modo positivo. In altre parole, la dottrina di Nietzsche si rivelerebbe come uno schopenhauerismo capovolto.[2]
Questa interpretazione trova conferma nell’analisi di Georg Simmel, di cui parla ancora Penzo:
Così, se per Schopenhauer il fine ultimo si precisa nell’atto di annullare la vita, in quanto viene soppressa la volontà di vivere, per Nietzsche il fine ultimo si precisa nell’atto di una affermazione della vita, in quanto si proclama la volontà di vivere. In fondo, tutti e due i filosofi sottolineano la dimensione della volontà.[3]
Ora, Nietzsche parte dall’assunto che la “verità” è un qualcosa che deve essere creato, ossia è un’interpretazione che ognuno può dare; secondo Schopenhauer la “volontà di vita” (che in Nietzsche diventa “volontà di potenza”, ma evidentemente le due definizioni si riferiscono a qualcosa di molto simile) è fonte di sofferenza, e quindi per evitare questa sofferenza essa deve essere repressa, mentre per Nietzsche, al contrario, non solo non va repressa, ma anzi deve essere assecondata; per Nietzsche, infatti, un uomo ben riuscito non solo non evita la sofferenza, ma anzi la cerca e addirittura la sente come un piacere; osserva:
Sono gli spiriti eroici quelli che dicono di sì a se stessi nella crudeltà tragica: questi sono abbastanza duri per sentire come piacere la sofferenza.[4]
Come dicevo, Nietzsche asserisce che la verità deve essere creata, e un esempio di tale concetto lo possiamo trovare proprio riflettendo sul rapporto tra la filosofia di Nietzsche e quella di Schopenhauer. Abbiamo detto che Schopenhauer ritiene che quella che lui chiama “volontà di vita” è fonte di grande sofferenza per ogni uomo, e quindi il pensatore di Danzica ritiene necessario affrancarsi da tale volontà attraverso tre strade, ossia l’arte, l’etica e l’ascesi; Nietzsche, al contrario, ritiene che proprio l’assecondare questa volontà, nonostante ciò comporti una grande sofferenza, conferisce all’esistenza un valore maggiore, in quanto la rende più piena e degna di essere vissuta.
Entrambi i filosofi sono quindi d’accordo sul fatto che il continuo ed incessante anelare a un qualcosa, che è tipico della natura umana, sia fonte di sofferenza (e questa è una verità oggettiva), ma l’uno consiglia di reprimere tale volontà, mentre l’altro, per i motivi che abbiamo visto, ritiene più onorevole assecondarla; ebbene, io credo che non sarebbe corretto dire che una di queste due opinioni è “vera” e l’altra è “falsa”, in quanto sono due visioni contrarie ma che hanno entrambe una loro fondatezza. Semmai si potrà dire che una scaturisce dal rifiuto di un aspetto fondamentale dell’esistenza, il che, forse, è un sintomo di debolezza, mentre l’altra scaturisce da un’eroica accettazione della vita e di tutti i suoi aspetti, anche i più dolorosi.
Quindi, se ponessimo come criterio della verità il fatto di accettare la vita più o meno coraggiosamente, allora potremmo dire che Nietzsche ha “ragione” e Schopenhauer ha “torto”; tuttavia, come abbiamo detto, i due filosofi propugnano due diversi modi di rapportarsi con la vita che sono entrambi legittimi, e quindi non sarebbe corretto dire che uno sbaglia e l’altro ha ragione.
Tali riflessioni, infatti, escono dalla mente di due persone diverse, che vivevano e pensavano in modi diversi, ed ecco allora che Nietzsche sbaglia quando dice «Lo scandaloso malinteso di Schopenhauer, che scambia l’arte per un ponte verso la negazione della vita».[5] Nietzsche sbaglia, a mio avviso, perché non si tratta di un “malinteso”; semplicemente Schopenhauer, a differenza di Nietzsche, quando fruiva dell’arte avvertiva una soppressione della volontà, mentre Nietzsche, al contrario, per la sua natura che evidentemente era diversa da quella di Schopenhauer, nella fruizione dell’arte riscontrava una spinta verso l’accettazione della vita, finanche nei suoi aspetti più spiacevoli.
Ci sono poi, a differenza del caso appena citato, situazioni in cui la verità non è qualcosa che va creato, ma che va scoperto. Esempio: Schopenhauer afferma che quando due individui decidono di procreare lo fanno spinti dalla “volontà di vivere” della specie, che li induce ad affrontare qualsiasi sacrificio pur di conseguire lo scopo, ossia, appunto, procreare; afferma:
In definitiva, ciò che dunque con tanta esclusività e con tanta forza attira l’un verso l’altro due individui di sesso diverso è la volontà di vivere di tutta la specie.[6]
Nietzsche, invece, ritiene che l’istinto sessuale sia la conseguenza del desiderio di potenza dell’individuo e non, come vuole Schopenhauer, la conseguenza del desiderio della specie di non estinguersi; dice:
Contro la teoria secondo cui il singolo individuo si propone il vantaggio del genere, della posterità, a spese del suo vantaggio: questa è solo apparenza. L’enorme importanza che l’individuo attribuisce all’istinto sessuale non è una conseguenza dell’importanza di quell’istinto per la specie: al contrario, il generare è la prestazione propria dell’individuo e quindi il suo interesse supremo, la sua più alta espressione di potenza.[7]
In questo caso, dunque, siamo di fronte a opinioni, opinioni che difficilmente potranno trovare conferma in un senso o nell’altro.
Quello su cui è possibile fornire un’opinione, invece, è la celebre constatazione schopenhaueriana che la vita dell’uomo «oscilla come un pendolo, di qua e di là tra il dolore e la noia»; io credo, invece, che tale affermazione non sia del tutto esatta, poiché quando riusciamo a raggiungere quello a cui si ambisce, alla sofferenza (che innegabilmente accompagna lo sforzo volitivo) non subentra la noia, bensì una gradevole sensazione di appagamento, che in effetti dura poco ma che ripaga della fatica e, appunto, della sofferenza.
In ogni caso, Nietzsche e Schopenhauer sono due pensatori per molti versi simili, due pensatori che hanno dedicato molte energie alla riflessione sugli aspetti quotidiani dell’esistenza, e che hanno partorito due filosofie che trasudano vita quasi da ogni pagina.
[1] F. Nietzsche, La volontà di potenza, Bompiani, Milano 2000, af. 463.
[2] G. Penzo, Nietzsche e il nazismo, il tramonto del mito del super-uomo, Rusconi, Milano 1997, p. 97.
[3] Ivi, p. 123.
[4] F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., af. 852.
[5] Ivi, af. 812.
[6] A. Schopenhauer, Metafisica dell’amore sessuale, Bur, Milano 1994, p. 75.
[7] F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., af. 680.
-
Ma qual è, allora, la “notizia” che Nietzsche annuncia all’umanità intera? Qual è l’avvenimento che toglie all’uomo ogni speranza di vita ultraterrena? Tale evento è “la morte di Dio”, che viene annunciata dall’“uomo folle” in un aforisma della Gaia scienza.
Tale aforisma recita così:
L’uomo folle. Avete sentito di quell’uomo folle che accese una lanterna alla chiara luce del mattino, corse al mercato e si mise a gridare incessantemente: «Cerco Dio! Cerco Dio!»? – E poiché proprio là si trovavano raccolti molti di quelli che non credevano in Dio, suscitò grandi risa. [ … ] L’uomo folle balzò in mezzo a loro e li trapassò con i suoi sguardi: «Dove se n’è andato Dio?» gridò «ve lo voglio dire! L’abbiamo ucciso – voi e io! Siamo noi tutti i suoi assassini!».[1]
Quali sono le conseguenze di questo epocale avvenimento? Se Dio è morto ne consegue che i princìpi morali non hanno più nessun fondamento, e tutto diventa lecito. Senza Dio, infatti, l’uomo diventa “arbitro di se stesso”, e può innocentemente assecondare la propria natura animalesca. Ne consegue che l’uomo può fare tutto e agire in modo immorale in perfetta innocenza, senza il timore di essere giudicato. La morale, infatti, è ciò che differenzia l’uomo dagli animali, e che nel corso della storia ha reso l’uomo via via sempre più “umano” e civile, innescando quel processo di progressivo “miglioramento” dell’umanità che per Nietzsche, come abbiamo visto, non è affatto un miglioramento.
Se non esiste alcun dio ne consegue che l’uomo non è né più né meno che un animale, un animale che i preti, attraverso la condanna morale, hanno reso debole e malato. Il filosofo si esprime nei seguenti termini:
Per ragionare correttamente sulla morale, dobbiamo sostituirla con due concetti zoologici: addomesticamento delle bestie e allevamento di una determinata specie. I preti sostennero in tutti i tempi di voler “migliorare”… Ma noi ridiamo, se un domatore vuol parlare delle sue bestie come di bestie “migliorate”. L’addomesticamento delle bestie viene ottenuto nella maggior parte dei casi danneggiandole: anche l’uomo moralizzato non è un uomo migliore, ma soltanto un uomo reso più debole. Però è meno dannoso…[2]
La morale è ciò che avvicina l’uomo a Dio, in quanto Dio è ispiratore della morale e lui stesso è un modello di perfezione morale. È chiaro che la morte di Dio getta nella più cupa disperazione coloro che, infelici e stanchi della vita, avevano riposto le loro speranze di appagamento e di felicità in una vita futura, e che proprio in nome di Dio si arrogavano il diritto di giudicare immorali, e quindi cattivi, i forti e i violenti. Senza Dio i deboli e i malati si sentono dolorosamente soli, e la vita per loro si fa insopportabile. Questi, infatti, proprio a causa della loro debolezza, avvertono la necessità di trovare un senso all’esistenza, e lo trovano in Dio, in un aldilà dove la loro misera condizione si trasformerà in un’appagante riconciliazione con Dio stesso.
Ma è proprio la capacità di fare a meno di un senso che, per Nietzsche, determina la forza di un individuo. Il più forte accetta e dice sì anche alla verità più tremenda, anche a quella che dice che non esiste alcun dio, alcuna vita futura, alcun principio morale assoluto e inattaccabile. Ecco allora che l’uomo tragico, non trovando un senso negli accadimenti e nell’esistenza, cerca di immettere lui stesso un senso nelle piccole cose che lo circondano. Ma la salvezza, per l’uomo più profondo e quindi più consapevole della tragicità dell’esistenza, viene dall’arte. Osserva il pensatore:
La verità è brutta. Noi abbiamo l’arte per non perire a causa della verità.[3]
Il termine che Nietzsche utilizza per definire l’uomo più profondo e ben riuscito è “superuomo”. Ma chi è il superuomo? Il superuomo è colui che sa, colui che conosce tragicamente ma che, nonostante ciò, non perisce, non va in malora. Il superuomo (o, come alcuni preferiscono tradurre dal tedesco, l’“oltreuomo”) è colui che accetta l’esistenza anche nei suoi aspetti più enigmatici e terribili, e che trova nella solitudine e in una vita all’insegna della semplicità le sue prime regole di conservazione. Il superuomo vive quasi estraneo alla realtà, vive “sopra” la realtà.
Ecco, dunque, per tornare all’oggetto della nostra ricerca, che la figura del superuomo così come la intende Nietzsche non coincide affatto con quello che Hitler rappresentava per la Germania e per il popolo tedesco; il dittatore nazista è invece paragonabile a un’altra “figura” presente nella filosofia nietzscheana, cioè a quello che il filosofo di Röcken chiama l’“uomo grande”.
Cos’è che distingue il superuomo dall’uomo grande? La differenza, così come lascia intendere Nietzsche, sta nel fatto che quest’ultimo, ossia l’uomo grande, è un individuo che detiene un potere politico, o, comunque, è un individuo riconosciuto e legittimato dalla massa, come ad esempio lo erano, nell’ottica nietzscheana, Giulio Cesare, Cesare Borgia e Napoleone, o, come lo sarà successivamente, Adolf Hitler. Afferma infatti il filosofo:
L’uomo grande sente di aver potere sopra un popolo, sente di coincidere occasionalmente con un popolo o con un millennio […] tutti i grandi uomini […] vogliono imprimere la propria forma a grandi comunità, vogliono dare una sola forma a ciò che è molteplice e disordinato.[4]
Questa definizione sembra calzare a pennello con quella che era la figura di Hitler, il quale pensava realmente di incarnare la volontà del popolo tedesco, quello stesso popolo che nelle adunate oceaniche si presentava come un corpo unico plasmato dalla volontà assoluta e irresistibile del dittatore. Ma proprio il fatto di essere riconosciuto e legittimato dalla massa, ossia di basare il proprio successo su di essa, sminuisce il prestigio dell’uomo grande, poiché, osserva Nietzsche:
I “grandi” successi si ottengono unicamente grazie alle masse, e non si comprende che un successo di massa è propriamente sempre un piccolo successo.[5]
Il superuomo invece è un uomo di rango ancora superiore, che inevitabilmente nei rapporti con gli altri uomini è costretto a indossare una maschera (quasi come una forma di rispetto nei confronti dei mediocri che non hanno consapevolezza della tragicità dell’esistenza), che non anela “alle altezze” e ai riconoscimenti della massa e che, come dicevamo, vive in modo più semplice e solitario. Lo stesso Nietzsche sembra convinto di appartenere a questa specie di uomini, come trapela da un bellissimo aforisma presente nella Volontà di potenza:
Al di sopra della caligine e del sudiciume delle bassure umane c’è un’umanità più alta, più chiara, che per numero deve essere molto piccola – perché tutto ciò che eccelle è per sua natura raro: le si appartiene non perché si sia meglio dotati, o più virtuosi, o più eroici, o più amorosi degli uomini di laggiù, ma perché si è più freddi, più chiari, più lungimiranti, più solitari, perché si sopporta la solitudine, la si preferisce, la si esige come una felicità, un privilegio e persino una condizione di esistenza, perché si vive tra nubi e lampi come tra i propri pari, ma anche tra raggi di sole, gocce di rugiada, fiocchi di neve e tutto ciò che necessariamente giunge dall’alto e che si muove, si muove eternamente solo dall’alto verso il basso. Le aspirazioni all’altezza non sono le nostre. Gli eroi, i martiri, i geni e gli entusiasti non sono abbastanza sereni, pazienti, fini, freddi e lenti per noi.[6]
Il superuomo, in sintesi, è colui che può fare a meno di Dio, che valuta e agisce in base a una morale propria che lo rende unico e non assimilabile alla massa, che non agisce in base ai dettami di una religione e tantomeno a quelli della religione cristiana, e che elabora autonomamente i criteri in base ai quali giudicare cosa è bene e cosa è male.
Osserva Nietzsche:
Un uomo virtuoso è di una specie inferiore già per questo: non è una “persona”, ma riceve il suo valore dall’essere conforme a uno schema di uomo stabilito una volta per tutte. Non ha un proprio valore a parte: può essere confrontato, ha dei simili, non deve essere unico.[7]
In questo senso anche l’uomo grande, in quanto, come abbiamo visto, detentore di un potere politico, può e deve, secondo Nietzsche, agire solo in base a quelli che sono i suoi scopi, per raggiungere i quali sono machiavellicamente leciti tutti i mezzi.
Afferma il filosofo:
In breve, che noi abbiamo uno scopo, per amore del quale non si esita a compiere sacrifici umani, a correre ogni pericolo, a prendere su di sé ogni male e il male peggiore: la grande passione.[8]
Naturalmente la morale del superuomo (e anche quella dell’uomo grande) è, lo si capisce, quasi sempre molto diversa da quella cristiana, e anzi opposta a questa, e quindi volta a favorire i forti rispetto ai deboli, come trapela ad esempio dal seguente aforisma:
Per quanto ciò suoni strano, bisogna sempre armare i forti contro i deboli; i fortunati contro gli sfortunati; i sani contro i deperiti e coloro che hanno tare ereditarie. Se si vuole ridurre la realtà a una formula morale, questa suona così: i mediocri hanno più valore che le eccezioni; i prodotti della décadence più che i mediocri; la volontà del nulla prevale sulla volontà di vivere – e lo scopo complessivo è, per esprimerci in termini cristiani, buddistici, schopenhaueriani: “meglio non essere, che essere”.[9]
Il filosofo ritiene che i deboli siano subdoli e malvagi:
Perché i deboli vincono. In summa: i deboli e i malati dimostrano maggiore simpatia, sono “più umani”; i malati e i deboli hanno più spirito, sono più mutevoli, più molteplici, più divertenti – più maligni: soltanto i malati hanno inventato la cattiveria.[10]
Da quanto detto finora, si capisce che la filosofia di Nietzsche esprime spesso un marcato disprezzo per la massa e per quelli che il filosofo chiama “mediocri” o “animali da armento”, e tutto sembra avere senso solo in funzione dell’uomo ben riuscito, al cui cospetto le sofferenze della massa sono irrilevanti e insignificanti. Questo concetto è spiegato bene nel seguente aforisma:
La rivoluzione, la confusione e la miseria dei popoli valgono meno, per me, del travaglio dei grandi individui presi nel proprio sviluppo. Non dobbiamo lasciarci ingannare: le molte miserie di tutti questi piccoli non fanno tutte insieme una somma, se non nel sentire di uomini potenti.[11]
Appare lecito pensare, dunque, che il regime nazionalsocialista sia stato una logica conseguenza della filosofia di Nietzsche, la quale propone e giustifica tanti e troppi atteggiamenti (non solo esistenziali ma anche squisitamente politici) che, essendo riscontrabili anche nella condotta “morale” e politica del regime nazista, non possono far pensare a una semplice coincidenza.
Del resto, e questo lo sappiamo, Hitler fu fin dagli anni della giovinezza un lettore di Nietzsche, e anche se, come dicevamo, ci sono aspetti del nazionalsocialismo che non coincidono con le idee del filosofo (come ad esempio la componente marcatamente razzista e nazionalista), è a nostro giudizio innegabile che la filosofia di Nietzsche abbia fornito spunti, idee e legittimazioni culturali al fondatore del partito nazionalsocialista. Ma qual era, allora, il vero scopo di Adolf Hitler? Lo si poteva capire leggendo le parole con cui si conclude il Mein Kampf:
Uno Stato che, nell’epoca dell’avvelenamento delle razze, si prende cura dei migliori elementi della propria stirpe, deve diventare un giorno signore della Terra. Questo non devono mai dimenticarlo gli aderenti al nostro movimento, se l’ampiezza del sacrificio li inducesse a disperare della vittoria.[12]
Ora, dal momento che Hitler divenne il capo indiscusso di quello Stato che, nella sua ottica, sarebbe dovuto diventare un giorno signore della terra, ne consegue che, fin dal principio, lo scopo di Adolf Hitler era quello di diventare lui stesso il padrone del mondo.
A conferma di quanto sostenuto fin qui, vorrei riportare una frase che si trova in Ecce homo e che, a mio parere, dimostra che Nietzsche sapeva di aver innescato, con la sua filosofia, una sorta di “bomba a orologeria” che sarebbe esplosa di lì a poco. La frase recita così:
Conosco la mia sorte. Un giorno sarà legato al mio nome il ricordo di qualcosa di enorme – una crisi, quale mai si era vista sulla terra, la più profonda collisione della coscienza, una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite.[13]
Quando dice che un giorno sarà legato al suo nome “qualcosa di enorme”, non sembra fare riferimento a qualcosa che avrà delle ripercussioni solo a livello filosofico o culturale, ma a qualcosa che, come poi avverrà col nazionalsocialismo e con le sue conseguenze, meriterà l’appellativo di “enorme”.
Poi continua: “una crisi quale mai si era vista sulla terra”; e in effetti la Seconda guerra mondiale rappresenterà, di lì a poco, un qualcosa dalle conseguenze inedite e terrificanti.
Continua il filosofo: “la più profonda collisione della coscienza”; ebbene, non potrebbe intendere che ciò che lui scatenerà costringerà l’uomo a riflettere sulla propria coscienza o, più esattamente, sul lato oscuro della propria coscienza, quello da cui scaturirà, appunto, il terrore nazista, che, piaccia o no, è stato partorito dalla mente di esseri umani?
E infine, la frase si conclude così: “una decisione evocata contro tutto ciò che finora è stato creduto, preteso, consacrato. Io non sono un uomo, sono dinamite”; anche in questo caso sembra che il pensatore si riferisca a qualcosa che, come in effetti farà il nazismo, propugnerà dei valori che si porranno in palese contrasto rispetto ai valori universalmente riconosciuti validi, ossia, almeno per quanto riguarda l’Europa, i valori cristiani. E anche la conclusione, “Io non sono un uomo, sono dinamite”, suona come un avvertimento per le generazioni future. Del resto, poco più avanti è molto esplicito nel dichiarare di essere consapevole di aver scatenato, con la sua filosofia, qualcosa che culminerà in una guerra dalle dimensioni mai viste. Dice infatti:
Perché ora che la verità dà battaglia alla millenaria menzogna, avremo degli sconvolgimenti, uno spasimo di terremoti, monti e valli che si spostano, come mai prima si era sognato. Il concetto di politica trapasserà allora completamente in quello di una guerra degli spiriti, tutti i centri di potere della vecchia società salteranno in aria – sono tutti fondati sulla menzogna: ci sarà guerra, come mai prima sulla terra. Solo a partire da me ci sarà sulla terra grande politica.[14]
[1] F. Nietzsche, La gaia scienza, Adelphi, Milano 1965, af. 125.
[2] F. Nietzsche, La volontà di potenza, Bompiani, Milano 2000, af. 397.
[3] Ivi, af. 822.
[4] Ivi, af. 964.
[5] Ivi, af. 783.
[6] Ivi, af. 993.
[7] Ivi, af. 319.
[8] Ivi, af. 26.
[9] Ivi, af. 685.
[10] Ivi, af. 864.
[11] Ivi, af. 965.
[12] A. Hitler, Mein Kampf, Kaos, Milano 2002, p. 526.
[13] F. Nietzsche, Ecce Homo, Adelphi, Milano 1965, p. 127.
[14] Ivi, p. 128.
-
Nietzsche sostiene che, nel corso della storia, l’uomo, al di là dei notevoli progressi ottenuti in campo scientifico, sia regredito da un punto di vista dei costumi e dei rapporti fra gli uomini. Osserva:
L’umanità non avanza lungo un’unica linea: spesso un tipo già ottenuto torna a perdersi… Noi per esempio, con tutta la tensione che è durata tre secoli, non abbiamo ancora ottenuto di nuovo l’uomo del Rinascimento; e a sua volta l’uomo del Rinascimento rimase arretrato rispetto all’uomo dell’antichità…[1]
Ma qual è, allora, il “peccato originale” della cultura occidentale? Qual è il momento storico in cui la cultura occidentale prende una direzione che il filosofo tedesco giudica fuorviante e malsana? Tale momento viene individuato da Nietzsche in concomitanza con la comparsa di Socrate. Così come Adamo ed Eva, commettendo il peccato originale, hanno condannato tutti gli uomini al dolore e alla morte, Socrate, con la sua filosofia, ha condannato l’umanità a cadere nella mediocrità e nella decadenza. Nietzsche scorge nell’uomo moderno una mancanza di entusiasmo e di energia. Nel mondo greco, invece, scorge la stagione più alta e più ricca della storia umana, e individua il segreto di quel mondo nello spirito “dionisiaco”. Il dionisiaco è passione ed ebbrezza, è liberazione degli impulsi profondi. Al dionisiaco Nietzsche contrappone l’“apollineo”, un atteggiamento esistenziale ispirato dalla ragione e dalla riflessione, dal controllo dei sensi e degli istinti.
Ebbene, quello che Nietzsche sottolinea è che è stato Socrate a inaugurare nella mentalità greca una visione razionale del mondo e delle vicende umane; e secondo il pensatore tedesco la rassicurazione cercata nell’ordine razionale dell’universo è propria di una cultura indebolita e decadente. Con Socrate, l’epoca tragica giunge alla fine, e comincia l’epoca della ragione e dell’uomo teoretico.
Socrate cerca di dare una giustificazione di valore universale a concetti come la saggezza, l’amicizia e la virtù in generale. Osserva Domenico Losurdo:
In Nietzsche la grecità autentica è costruita in contrapposizione a tutto ciò che di molle, di flaccido e di effeminato vi è nel mondo moderno: è da questa denuncia che bisogna prendere le mosse se si vuol cogliere la trama e il significato della Nascita della tragedia.[2]
Prosegue Losurdo:
Epperò, ad aver trionfato è la visione di Socrate. Alla grecità tragica e dionisiaca subentra quella alessandrina, decisamente incline a «credere a una correzione del mondo per mezzo del sapere, a una vita guidata dalla scienza».[3]
E ancora:
A segnare la crisi della grecità tragica è la «cultura socratica», col suo «ottimismo», la sua credenza nella bontà originaria dell’uomo (la virtù può essere insegnata a tutti e tutti la possono apprendere), con la sua fiduciosa attesa di un mondo felice.[4]
Nietzsche parla della questione nei seguenti termini:
E d’altra parte, ciò per cui la tragedia morì, il socratismo della morale, la dialettica, la moderazione e la serenità dell’uomo teoretico – ebbene, non potrebbe essere proprio questo socratismo un segno di declino, di stanchezza, di malattia, di istinti che si dissolvono anarchicamente?[5]
Poi, sempre nella Nascita della tragedia:
Tutto il mondo moderno è preso nella rete della cultura alessandrina e trova il suo ideale nell’uomo teoretico.[6]
Nietzsche pensa che Socrate sia in un certo senso un “criminale filosofico”, e anche la sua proverbiale bruttezza sta ad in indicare, per Nietzsche, un animo malato e decadente:
Gli antropologi che si interessano di criminologia ci dicono che il delinquente tipico è brutto: monstrum in fronte, monstrum in animo.[7]
E poi:
Socrate è un momento della più profonda perversità nella storia degli uomini.[8]
Ma non basta: secondo Nietzsche il famoso “demone socratico”, ossia quella voce interiore che Socrate dice di udire, non sarebbero altro che allucinazioni uditive:
Non dimentichiamo nemmeno quelle allucinazioni acustiche che sono state interpretate in senso religioso, come il «demone socratico».[9]
E ancora:
Allucinazioni uditive in Socrate: elemento morboso.[10]
Ecco, dunque, per tornare alla nostra indagine, che Socrate può essere considerato in un certo senso l’ispiratore del sistema parlamentare, avendo inoculato nella società greca quello che potremmo nietzscheanamente definire “il morbo della dialettica”. Osserva infatti il filosofo tedesco:
Socrate. Questo brusco rovesciamento del gusto a favore della dialettica è un grande punto interrogativo. Che cosa accadde propriamente? Socrate, il plebeo che impose quel cambiamento, ottenne la vittoria sopra un gusto più nobile, il gusto di chi eccelle: la plebe giunse alla vittoria grazie alla dialettica. Prima di Socrate, tutta la buona società rifiutava le maniere della dialettica: si credeva che mettesse a nudo le anime; si metteva in guardia la gioventù contro di essa. Perché questo sfoggio di motivi? A qual fine dimostrare? Contro gli altri, si possedeva l’autorità. Si comandava e basta.[11]
Socrate, quindi, viene visto da Nietzsche come un vero e proprio veleno, un veleno talmente potente da aver innescato un processo che, come si diceva, ha causato la regressione del tipo “uomo” verso la mediocrità, l’addolcimento dei costumi e la superficialità. Sarà poi Platone a preparare il terreno per la proliferazione del cristianesimo, il cui affermarsi viene interpretato da Nietzsche come sintomo di un’umanità malata e indebolita. Platone, sottolinea il pensatore tedesco, diceva:
Quanto più è “idea”, tanto più è Essere. Capovolgeva il concetto di “realtà” e diceva: “Ciò che voi ritenete reale è un errore: quanto più ci avviciniamo all’idea, tanto più ci avviciniamo alla verità”. Lo si capisce? Questa è stata la conversione più grande: e poiché fu accolta dal cristianesimo, non ci accorgiamo di questo fatto sorprendente.[12]
La modernità, evidenzia Nietzsche, vedendo il progressivo affermarsi degli ideali cristiani ha “partorito” la democrazia, attraverso la quale le nature inferiori, di gran lunga più numerose, si impongono su quelle più rare e ben riuscite. Ecco quindi che l’uomo diventa sempre più civile, tollerante, dolce, pieno di riguardi e, di pari passo, più sciocco, superficiale, femmineo.
[1] F. Nietzsche, La volontà di potenza, Bompiani, Milano 2000, af. 881.
[2] D. Losurdo, Nietzsche, il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico, Bollati Boringhieri, Torino 2004, p. 12.
[3] Ivi, p. 16.
[4] Ivi, pp. 18-19.
[5] F. Nietzsche, La nascita della tragedia, Adelphi, Milano 1972, p. 4.
[6] Ivi, p. 119.
[7] F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, Adelphi, Milano 1970, p. 34.
[8] F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., af. 430.
[9] F. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, cit., p. 34.
[10] F. Nietzsche, La volontà di potenza, cit., af. 432.
[11] Ivi, af. 431.
[12] Ivi, af. 572.